Mar 11

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Prendo spunto dal precedente post e dai suoi seguenti commenti per alcune considerazioni.

Insomma, lo ammetto. Io sono un noto e piuttosto soddisfatto cultore della cloaca televisiva. Mi concedo persino il lusso di sottolineare come non sia il solo con tali tendenze a frequentare questa piazza comunicativa. Più volte, con il Presidente S.P., siamo rimasti abbacinati e fieramente inebetiti nella visione e nella successiva esegesi di ciò che molti, e a ragione, non esiterebbero a definire eufemisticamente “merda”.

E questo prima, durante e dopo l’autorevole e pubblica riabilitazione della “merda” ed il suo inserimento nelle liste di ciò che è tremendamente à la page ai giorni nostri. Il tutto nella non confermata speranza di aver conservato sufficiente capacità di discernimento e senso critico per poter di tanto in tanto divincolarmi dal tanfo che pur mi piace.

Per questo, in qualche maniera dissento dalle vostre posizioni. Ovvero e meglio, pur condividendo pienamente l’impianto e la critica generale, non approvo l’esempio particolare portato a suffragio.

Il citato modello Marin/Vitali di cui mi permetto, da competente, di mettere in dubbio efficacia e veridicità (un salumiere veneto che scimmiotta un imbecille trasteverino non ottiene mai risultati brillanti - è assiomatico) altro non è se non l’ennesima definizione giornalistica.

Il dato considerevole è a mio parere un altro. L’edizione celebrativa del Grande Fratello 10, dalla durata criminale (eccellenza italiana) ma dagli ascolti consistenti, ha segnato almeno un punto di rottura con la tradizione dei reality show in genere (su la precedente definizione mi riprometto di scrivere in futuro qualcosa di più dettagliato - cavolo, la tradizione dei reality show, chi pensava di spingersi a tanto). Ovvero, con somma sorpresa, la vittoria e il consenso sono andati nella direzione di chi ha platealmente, consapevolmente e arrogantemente giocato per vincere fin dall’inizio. Inimicandosi perfino le suppellettili della famosa Casa, infischiandosene di qualsiasi sbandieramento di sentimenti e dei famosi totem televisivi dell’“essere se stessi” (meglio se in terza persona) e dell’“amicizia vera”, arrivando persino ad esternazioni di stampo, se non altro, sessista (e mi assumo la responsabilità di ciò che dico, assolutamente condivisibili). Il tutto contro il più alto cumulo di “casi umani”, rivelazioni shock, siparietti pruriginosi in linea con l’ipocrisia di casa nostra  (e ricordiamo che a tal proposito che non è assolutamente raro nelle edizioni straniere del programma assistere a scene di sesso esplicito), mai registrato prima. Complice la durata e il numero di concorrenti esorbitante (ci siamo stati quasi tutti dentro).

Gigante culturale (laureato in marketing  - e su questo non scriverò mai niente) in un ecosistema di organismi pluricellulari solo dall’aspetto senziente, memorabile, per quel che vale, una delle sue affermazioni durante la finalissima del programma. Quando ognuno dei concorrenti rimasti aveva mediamente incontrato almeno un paio di consanguinei di cui ignorava fino a dieci minuti prima la stessa esistenza o era stato messo in collegamento telefonico con un parente defunto da anni o ancora aveva pianto fino alla consunzione di fronte ad una foto di un tenero e paffuto bambino biondo di origini misteriose o addirittura redento da una lunga castità volontaria, il Marin, in risposta al prevedibile tormentone della scosciatissima Marcuzzi (un centimetro di gonna in meno per ogni idiozia detta e guardate come è ridotta) - “Mauro, c’è una sorpresa per te!” - rispondeva visibilmente sardonico: “Mi fate incontrare il mio cane Rocky?”. Il Marin ha inoltre costantemente provocato, irritato, esacerbato gli animi, offeso se possibile, chiedendo furbescamente scusa una volta oltrepassata la linea solo per poter reiniziare, più veementemente, pochi minuti dopo lo scontro.

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In un’edizione per il resto invece particolarmente ortodossa ed esecrabile che ha visto in ordine non cronologico ed, ahimè, non esaustivo:

-          la consueta eliminazione da bestemmia in diretta, con tanto di pubblica professione di fede da parte della bionda presentatrice - “Io sono cattolica, tant’è vero che mio figlio va a scuola dalle suore” - che mi ricorda tanto la mitica “Io sono comunista, mi sono pure sposato a Cuba” detta dal sempre verde Raf ad un sempre roscio e pure ex craxiano, ricordiamolo, Red Ronnie in una strepitosa intervista ai tempi del compianto Roxie Bar (avrei voluto linkarla ma temo sia stata saggiamente fatta sparire). Che suona un po’ come un’Anna Falchi che dice - “Io sono una produttrice cinematografica e mi piacerebbe produrre Paolo Sorrentino”- anche se, a onor del vero, ha detto ben di peggio tipo “mi riconosco in Pierpaolo Pasolini perchè anche io a volte sono stata un personaggio scomodo” (in Rete si trova ancora qualcosa al riguardo anche se da fonti non propriamente ufficiali, che quindi non linko). Essendo le precedenti dichiarazioni tutte vere ritengo sia il caso di dare avvio ad una nuova rubrica dal titolo “nessi causali astratti”.

-          La celebrazione  di un sessualmente diverso digeribile ed integrato, per coprire la quota televisiva lottizzata dalla lobby delle checche isteriche, ad immagine e somiglianza e pertanto in omaggio all’eroe nazionale della categoria, il cagnolin servente di sua inutilità Silvia Toffanin, futura moglie da cerimonia del telegenico Piersilvio B (di cui guardo caso già si fatica a trovare foto di un certo tipo in buona risoluzione - ah, l’odore del potere), come ospite fisso/guru della sua rubrica colta “verissimo”, ovvero sua Macchietta penosa Alfonso Signorini.  Lo stridulo Maicol (e se pensassimo ad una punizione esemplare per l’ideatore del suo nome, invece?) ha distribuito odio in abbondanza, pianto e sbraitato per i motivi più futili, palesato oltremisura un malessere riscontrabile nel suo dolore estremo nell’uscire da un microcosmo tanto fasullo in cui per la prima volta sentirsi, altrettanto falsamente, pienamente accettato.

-          L’esaltazione della “tostaggine” (nuova categoria umana proposta da Suor Marcuzzi) di una ragazza in evidente confusione ormonale. Lei sì davvero all’inseguimento del modello dominante propugnato dalla nostra società: quello della escort di lusso. E non perché abbia attentato con buoni risultati alla castità della maggioranza dei partecipanti al gioco, ecumenicamente senza fare distinzione tra sessi (e si mormora anche di una storia, non ricambiata, con uno sgabello del salone). Ma perché Veronica Ciardi esattamente su questo macchinosa tattica di “divide et impera” sessuale, anche se a mio avviso piuttosto inconsapevolmente, aveva fondato la sua strategia di gioco. Lo stesso Marin sembrava essere caduto nella trappola, riuscendo poi a divincolarsene in maniera valida: insulti e maschilismo, ma anche una sana dose di provincialismo - l’esternazione estrema a favore di camera dei propri orientamenti sessuali è solo un’altra delle patologie compulsive che la nostra monarchia mediatica sta regalando alla spaesata nuova generazione.

-          Il pressoché completo oscuramento di interesse relativo all’unico partecipante le cui effettive scelte sessuali potessero essere foriere di un dibattito interessante e fondato in merito: il transessuale Elettra/Gabriele. Dotato di un grado di consapevolezza e di una dialettica superiore alla media casalinga è stato ovviamente subito isolato. Giacché la discriminazione prima che sessuale è sempre culturale. E guarda caso quest’ultimo proprio con il “sessista” Marin aveva trovato un buon canale comunicativo.

 Riprendendo il discorso, e per non dare l’impressione che l’apertura di questo post fosse solo un tentativo di creazione a tavolino di dissenso nel nostro armonico blog, è chiaro che le domande possibili diventano molte.

Innanzitutto relative al processo di casting (la terminologia televisiva è di pubblico dominio ed ampiamente condivisa - persone che faticano a leggere una schedina del lotto o a compilare una scheda elettorale si trovano invece a proprio agio con “steadycam”, “riprese in esterna”, “ear monitor”, “contributo RVM” e il famigerato “apritemi l’audio”). Siamo ovviamente tutti convinti e consapevoli di quanto un tale processo di selezione che determini con alta probabilità come una serie di individui con caratteristiche definite portino al dispiegarsi di un ventaglio di possibili reazioni e relazioni piuttosto prevedibili e manovrabili in fieri sia un lavoro tutt’altro che becero e di importanza secondaria.

Riemerge pertanto il discorso dei modelli culturali proposti. E in tal senso potremmo allora dire che in fondo nella presente edizione del Gieffe (lo chiamo così solo nei momenti di debolezza) abbiamo assistito semplicemente all’insorgere programmato di un nuovo modello di vincitore. Ovvero quello dell’arroganza portata all’eccesso. Un modello di certo più funzionale e vendibile nel nostro paesaggio umano e politico.

Non più il bersagliato dal destino e dal dolore che cerca riscatto e per cui provare un naturale trasporto e solidarietà, ma un più attuale giocatore solitario, bersagliato sì, ma dagli altri che si accaniscono contro il suo inspiegabile successo. L’arrogante che sfida tutti e conquista i favori di chi inizialmente lo ha detestato e ritenuto spregevole (è successo anche a me).

La nostra scena politica è stata in netto anticipo sui tempi riguardo a questo aspetto televisivo, o come viene naturale chiedersi, forse ci lavora semplicemente in abbinamento. I complotti si ritorcono contro i congiurati. Aspettiamoci in tal senso un futuro concorrente che chieda un emendamento costituzionale per risuscitare la madre morta quando era bambino tra il tripudio del pubblico votante.

E’ in questo senso però che il televoto assume allora un’importanza nodale. Più di una vera elezione politica. Se il modello culturale, sociale, umano da cui si vuole essere rappresentati e che siamo pronti a sostenere è così visibile, tangibile, spiabile e manifesto (sicuramente più di un enigmatico programma elettorale di un candidato X), la naturale ed endemica propensione italiana di sottomissione alla leadership è ancora più spontanea. Riprova ne sarebbe il Principe Catodico Emanuele Filiberto al quale è bastato partecipare a “Ballando sotto le stelle” e al Festival di Sanremo, e non alle elezioni, per tornare al governo di questa nazione.

A suffragio della tesi si potrebbe portare anche l’estroflettersi della diarchia televisiva Costanzo-De Filippi. Piduista d’origine controllata il primo, mistificatrice culturale e sessuale la seconda, rappresentano la punta di diamante dell’imperialismo televisivo italiano. L’abbassamento della qualità dialettica del cantautorato (da De André a Pierdavide di Amici) è funzionale non a quanto si capisca di una canzone, ma a quanto si possa capire di una tribuna politica.

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Ieri sera, orfano del reality principe della TV, ho ripiegato su una piccola dose (lo giuro) di Isola dei Famosi. Le dinamiche comportamentali sono ancora inviluppate in una fase embrionale e non possono essere interpretate a dovere.

Sono rimasto però colpito dalla presenza in studio di Pierluigi Diaco, interessante giovane eminenza grigia del giornalismo italiano, che in qualità di opinionista distillava perle di saggezza e consigli di vita ai partecipanti (famosi e non famosi, sublime distinzione). A lui si deve l’abusata frase che titola questa riflessione. Il leit motiv, sostenuto anche da Simona Ventura, sembrava essere questo “perdere la corazza di durezza e aggressività che ci fa essere così ostili e sospettosi nei confronti degli altri”. Solo uno stupido penserebbe che si tratti di una coincidenza priva di riferimenti. Curioso il collegamento radiofonico/televisivo in diretta con  gli spocchiosi Margherita Buy e Sergio Rubini, in evidente imbarazzo per doversi trovare coinvolti pur marginalmente in un ambito così culturalmente deplorevole - si sa lavorare con Ferzan Ozpetek e Michele Placido è così stimolante che non si riesce più a pensare a nient’altro che al dramma della famiglia italiana. Così da bravi membri tesserati del gotha intellettuale cinematografico italiano e da bravi e qualificati progressisti, tra sorrisetti e battutine, hanno mal celato il loro disappunto per la cultura bassa e pecoreccia dello spettatore televisivo medio e se ne sono immediatamente ritratti. Il punto è che anche qui la trasposizione e sovrapposizione con la realtà politica è inevitabile. Ritirarsi su questo terreno di scontro significa ritirarsi dal campo della battaglia per una maggiore comprensione della nostra attuale natura sociale e politica. Significa abbandonare l’agone e l’agorà in cui si riafferma e ricostruisce e decostruisce senza sosta un’identità nazionale e culturale che non si è mai formata. Il pubblico a casa non è stupido. Il pubblico a casa è votante. Ora in televisione, domani alle elezioni.

Il confessionale è la nuova cabina elettorale. Le case, isole, pedane da ballo, scuole di canto, fattorie e affini dei reality show il nostro nuovo Parlamento.

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Le foto pubblicate nel post non hanno alcun significato recondito o riconducibile a quanto detto. Eccezion fatta per il tributo alla bellezza giovanile di Alain Delon, necessario a bilanciare la diffusa presenza di link a beneficio prevalentemente maschile all’interno del post. D’altronde, senza misteri e comprensibilmente, pubblicare in Internet un bel culo ha molto più valore e seguito di quanto fin qui detto. Mi scuso invece per la pubblicazione delle foto di Alfonso Signorini e di Red Ronnie. E forse non avrei dovuto.

Paolo    

Mar 11

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Forse i nostri figli  non conosceranno Dante se non avranno la sorte di nascere in Toscana. O il Belli se non toccherà loro d’esser Romani. Oppure Cielo D’Alcamo se non saranno siciliani. Peggio ancora, chi sa, forse li studieranno in traduzione nel dialetto locale.

Immaginate un Caffettiere Fisolofo in bresciano o la Commedia di Padre Dante in napoletano? O Rosa fresca aulentissima in torinese?

Che orrendo futuro!

Intanto a Pordenone si licenzia un maestro campano perché in classe usa espressioni dialettali - pardon - usa espressioni di un “dialetto stretto del Sud”. I poveri bambini avrebbero così corso il rischio di essere esposti a un dialetto straniero ed essere così infettati per la vita. Prontamente si è risolto il problema in nome dell’Italiano. Poiché è sconveniete che un maestro parli dialetto piuttosto che la lingua patria - con l’ovvia eccezione per il marilenghe, in tal caso l’Italiano sarebbe potuto essere sacrificato in nome dell’autoctona tradizione.

Questo episodio denucia  il razzismo e l’odio verso ciò che è merdionale o semplicemente diverso, straniero, ricordando come gli attriti fra ex Stati della Penisola riaffiorino con duplicata forza quando il potere centrale vacilla e l’aria della crisi spazza le campagne.

L’ostracismo del maestro campano dichiara poi l’avvicinamento inesorabile della nostra cara lingua madre all’encefalogramma piatto. L’Italiano è una lingua inventata da una ristretta cerchia di letterati e intelletuali che rubarono a man basse dai dialetti, veri e prorpi laboratori linguistici di varietà e creatività. Nell’Italiano, nel suo vocabolario, nei suoi metri e stili poetici si riuniscono le tradizioni locali  nel modo forse più onesto e paritario che si sia mai visto qui da noi.

La giustificazione della scuola di Pordenone, che licenzia il maestro perché non parla italiano in classe, è un atto di violenza contro l’infiltrazione straniera, insegna ai propri alunni un Italiano blindato, che vale solo se è influenzato dal furlan, educandoli a sospettare e ad aver fastidio di ogni suono allofono, obbligandoli a vivere senza godere a pieno della ricchezza della nostra lingua come di quelle straniere e rinchiudendoli in una sorta di prigione linguistica.

Che orribile presente!

Lyndon

Mar 10

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Ieri sera sono andato a vedere Invictus.

Invictus è un bel film, bello perché edificante e con una visione del mondo coraggiosa.

Uno dei temi chiave del film è la leadership: in una delle scene più importanti del film Morgan Freeman/Mandela, parlando con Matt Damon/Francois Pienaar, si chiede come sia possibile “ispirarsi alla grandezza”? Come  sia possibile essere dei leader e - aggiungo io - dei politici “ispirati”?

La risposta non ve la dico. Vi dico però che, questa mattina, dando un’occhiata ai vari siti di informazione ho letto questo.

E così ho fatto scopa.

Il televoto è lo specchio dei nostri tempi e di quello che siamo e della leadership di questo paese che non è in grado di esprimere un “visione” del mondo ma è solo capace a ruspare, ad alzare la polvere, a rotolarsi nel fango come maiali intenti solo ad ingrassare.

Se l’uomo “votato” a furor di popolo nel programma tv “popolare” per eccellenza si ispira ad Alvaro Vitali, se questo è il “cantante” quasi trionfatore del festival “popolare punto e basta”, insomma se questi sono i “modelli” votati da un’intera nazione allora questa nazione che futuro ha?

Alessandro

Mar 09

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Ai cattolici la confessione viene insegnata e descritta come un atto di rinascita. Vengono chiamate in causa immagini e sensazioni di un vero e proprio lavaggio dalle impurità. Nel confessore il cattolico trova l’abbraccio caldo del perdono divino e cancella il proprio senso di colpa, si monda dai peccati e non ci pensa più.

Oltre alla macchia, anzi insieme ad essa, in realtà la confessione lava via la responsabilità delle scelte compiute. Gli uomini che chiedono il perdono e che ottengono il perdono rinascono come bambini senza peccato ma anche senza responsabilità e coscienza degli errori commessi.

L’oscurità del peccato viene sciolta nell’assoluzione divina e quindi si pretende che perdonare voglia dire dimenticare.

La confessione toglie il peso delle brutte azioni, controlla che tipo di brutte azioni vengono compiute in modo puntuale e dettagliato e, soprattutto, crea coscienze a responsabilità limitata, legandole in un costrittivo vincolo paternalistico, bloccandone la crescita e condannandole a un costante stato da infanti - nel senso di incapaci di parlare quindi di essere adulti.

Al di là di queste caratteristiche di imperio, la confessione è ultimamente tornata di moda anche per il vertice della Chiesa di Roma. Il perdono e le scuse, in questo caso, non vengono però richieste sommessamente e a capo chino in un oscuro confessionale, sotto lo sguardo a un tempo grave e accondiscendente del confessore. In questo caso le scuse sono gridate con orgoglio e protervia in un classico della tattica: attaccare per difendersi.

E sembrerebbe che gli offesi, coloro che sono stati toccati dalle conseguenze dei peccati per cui si procalma il perdono, debbano incassare le scuse e ringraziare il cielo per la magnanimità di un gesto tutt’altro che dovuto.

Gli uomini bruciati, umiliati e trucidati devono accettare le scuse. I bambini distrutti e condannati all’oscurità per sempre devono ritenersi fortunati: la Chiesa si scusa con loro!

Soprattutto, i peccati che prima si volevan nascondere ora sono semplicemente cancellati. Obliati da un tribunale divino in cui il peccatore è confessore di se stesso e assolutore dei propri peccati.

Ancora più pericolosamente questo tipo di scuse cancella le responsabilità delle azioni compiute dalla Chiesa,  che rinasce, con un trucco da teatro, candida e monda dai suoi peccati ma che, a differenza del resto degli umili e mortali questuanti di perdono, conserva un uso della parola tutt’altro che infantile, anzi, verrebbe da pensare a una lingua doppia e bifurcuta.

Una lingua a cui però ricorderei:

Excusatio non petita!

Lyndon

Mar 08

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Era piuttosto prevedibile. Intersettiva cresce costantemente e così fanno i suoi seguaci e sostenitori, o semplicemente i suoi amici, come amiamo chiamarli qui in redazione. Sta di fatto che il piccolo progetto partito in sordina, dopo aver oltrepassato di un balzo tutti gli steccati e le barriere che circondano le nostre menti, ha valicato anche i più prosaici patri confini. Prova ne sono le numerosissime vostre comunicazioni (è arrivato anche un messaggio in bottiglia … Lyndon l’ha issato a bordo della nostra sede da uno degli oblò della stiva che affacciano sul mare di Bering, è un asso con la fiocina … e niente domande) che in queste settimane hanno inondato le nostre caselle postali, virtuali e fisiche, e provenienti dai quattro angoli del globo terraqueo. Per lo più contenenti messaggi di stima e affetto, ma anche critiche fondate e suggerimenti, le lettere hanno preso via via a contenere anche simpatiche foto che vi ritraggono in giro per il mondo (perchè siete andati in vacanza o perchè avete abbandonato questa nave che affonda ci piacerebbe ce lo raccontaste) e nelle pose più curiose. Alcune di esse, forse per attestarne l’autenticità, anche indossando le magliette con il nostro logo (l’ultima tiratura era andata letteralmente a ruba e vi ricordiamo che è in preparazione il servizio di piatti 24 pezzi con posate e tovaglia ricamata a mano inclusa e griffato Intersettiva così come la linea di manubri da mountain bike personalizzati Saiola).

Comunque sia, è tra quest’ultime che abbiamo pescato per dimostrarvi quanto siamo orgogliosi di voi e quanto la voglia di continuare a rappresentare un piccolo angolo di informazione e riflessione o semplicemente un luogo di incontro e intimità culturale, cresca di giorno in giorno in concomitanza con ogni nostro e vostro piccolo cenno di riscontro.

P vive a Liverpool ormai da qualche tempo. Di origine italiane ma votato all’apolidismo, ci ha chiesto di camuffare i suoi connotati giacché è piuttosto conosciuto nella città dei Fab Four. Lavora, come ci si potrebbe aspettare, nel campo della musica e un contenzioso aperto con una casa discografica non gli permette per il momento di fare un uso pubblico della sua immagine. P ci scrive: “Ora che so chi è Intersettiva, so chi sono io”. Noi lo ringraziamo. P ci ha promesso di tenerci aggiornati su quanto succede nel porto inglese e per quanto gli sarà possibile nelle terre di Sua Maestà. Magari con qualche “reportage dal mondo esterno”. Se lui vorrà noi saremo qui ad aspettarlo. 

E voi cosa aspettate ad uscire dal guscio. Siete bellissimi e numerosi. E diversi. E allora forza, vi diciamo, dalla prua di questa bagnarola che non affonderà: let’s go INTERSECTIVE! 

INTERSETTIVA all around the world

Mar 08

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Roma era ferma, verso le otto di sera, ad aspettare il calcio d’inizio. Allora ho deciso di trovarmi una nicchia confortevole e lontana, approfittando della stasi e benedicendo la capienza dell’Olimpico. Sono andato al cinema. Ho scelto il film - Nord - soltanto per il titolo, volevo andarmene. Non conoscevo nulla: trama, attori, regista, niente di niente, ho semplicemente puntato la bussola.

La porta d’ingresso verso l’estremo e lontano luogo che avevo voglia di visitare: il Nuovo Sacher.

Ho esattamente voluto quello che desideravo. Il film è stato bello, mi ha portato con sé proprio dove avevo bisogno di andare: nel bianco della neve di Norvegia a inseguire una cura per la solitudine. Il cinema era il posto dove volevo stare: una sala comoda, con poltrone comode - e con un certo spazio per le gambe - una piccola libreria, un caffè. Un ambiente piacevole, insomma, che incarna ciò che vorrei sia un cinema.

Altri romani, come me, hanno avuto l’idea di andare al Nuovo Sacher sabato scorso. Forse non avevano un grande interesse per la partita. Forse alcuni di loro erano esperti conoscitori del cinema scandinavo. Chi sa altri ancora volevano solo andare al Nuovo Sacher di sabato sera. Credo però che tutti, sabato scorso al Nuovo Sacher ci siamo stati perché avevamo bisogno di una nicchia confortevole e lontana dallo stadio. Tutti noi abbiamo sentito la necessità di non rimanere coinvolti e andare a guardare alla finestra una storia norvegese sembrava un ottimo diversivo.

Il Nuovo Sacher era un rifugio, quasi fossimo stati tutti alpinisti, in fuga dalle valli, che si ritrovano per passare la notte al riparo dal gelo. Ma le bandiere dello stadio, i colori e gli spalti non hanno fatto molta fatica a intrufolarsi nel rifugio, perché alla fine dello spettacolo dalla piccola porta di un bugigattolo proprio di fronte all’entrata della sala, un televisore riproduceva le bandiere che sventolavano fra i tifosi. Forse lo stadio è entrato addirittura nella sala, durante il film - mentre si era intenti a guardare fuori. Ho sentito, infatti, il trillo di qualche messaggio - un modo per rimanere aggiornati e connessi più contemporaneo della classica radiolina.

Dalle valli giù in basso non si fugge completamente - probabilmente non lo si vuole con sufficiente intensità. Mentre scorrevano le immagini, mi chiedevo se al resto dei clienti del cinema fosse chiaro come a me quanto fossimo falsamente distanti.

Mi sono chiesto se ai Signori e alle Signore del Nuovo Sacher giungessero i cori dello stadio come li sentivo io, se fossero consapevoli di fuggire da qualcosa di cui abbiamo bisogno: il nostro Paese.

Nella mia lontana e confortevole nicchia, sabato scorso, ho visto l’ostentazione artefatta di un insincero disinteresse per il mondo. Nell’illusione di poter continuare a vivere lontano e confortati da se stessi avendo la presunzione di poter far da guida per il mondo, di poter essere un rimedio per i suoi mali.

Mentre mi godevo il film, sabato scorso, non ho potuto fare a meno di ricordare il Giardino dei Finzi Contini - e la rappresentazione cinematografica di De Sica. Mi è sembrato di trovarmi in mezzo a persone che non vogliono o non sanno accorgersi dell’odio che cova attorno a loro e contro di loro. Fra Signori e Signore che giocano ognuno nel proprio giardino, avendo in spregio ciò che ne è al di là ma senza far nulla per cercare di cambiare le cose.

Intorno a me c’era decadenza, camuffata con la tracotanza di chi non vuole ammettere di perdere potere e privilegi.

Volevo fuggire in quel luogo dove l’unica cura dal mondo è il vigliacco palliativo della solitudine. Per fortuna la finestra sulla Norvegia mi ha distolto dalle mie fughe e mi ha ammonito a non farmi affascinare da nessun giardino.

Non voglio che un giorno al campanello si presenti qualcuno che avrei dovuto combattere ma che aprendo la porta non potrei che definire come inopportuno e barbaro invasore, lasciandomi portare via.

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 Lyndon

intersettiva.it