Buon 2010!
La Redazione tutta di INTERSETTIVA.IT augura un 2010 senza sacrifici a tutti quelli che almeno un po’ condividano le sue idee. Che già sarebbe qualcosa…
Noi ci saremo
INTERSETTIVA
Legno, lava, lavagna, livore e Lavoisier. E non dite che non sapete il perché. Voltandosi ha intravisto il motivo. “Odore di specchio” pensò… ________________________________________________________ Il tuo semi-quotidiano di Alta Dietrologia Applicata
La Redazione tutta di INTERSETTIVA.IT augura un 2010 senza sacrifici a tutti quelli che almeno un po’ condividano le sue idee. Che già sarebbe qualcosa…
Noi ci saremo
INTERSETTIVA
La storia è di fredda e ordinaria procedura burocratica, di umanità dimenticata, di moralità automatizzata e di indifferenza codarda.
Chi la denuncia è uno scrittore ed editore. Il teatro è un treno delle nostre ferrovie, gli attori: controllori, poliziotti, la voce narrante. Il coro - per lo più muto: i passeggeri del vagone.
E’ ripugnante, soprattutto pericolosa la faccenda. Perché gli uomini fanno le cose peggiori quando, attenendosi scrupolosamente alla procedura - qualunque essa sia, non vogliono più distinguere cosa è giusto da cosa è sbagliato.
La domanda che mi vien’ da fare alla voce narrante, allo scrittore ed editore, a Shulim Vogelmann è la seguente:
Una volta compreso che tutto intorno a te non avevi altro che pallide copie di umani, che non c’era alcuna possibilità di dialogo poiché nessuna intelligenza era condivisibile, perché non hai semplicemente pagato al ragazzo senza braccia il sovrapprezzo che gli avrebbe permesso di continuare il viaggio, facendo il biglietto in vettura in ossequio alla procedura? Non ci sarebbe stato bisogno dei poliziotti, forse neanche delle elecubrazioni sul contrario del razzismo del capotreno, probabilmente non ti saresti risparmiato il trucco della giovane controllore e quanto di fastidioso ne conseguiva. Ma almeno avresti preso una soddisfazione considerevole lì su due piedi. Poi ci avresti potuto raccontare del marcio di tutta la storia, di come una certa forma di giustizia sarebbe potuta scaturire da un gesto di carità e non da un sano buon senso dei protagonisti. Sarebbe stato un racconto amaro lo stesso, anzi sarebbe stato ancora più doloroso leggere le tue parole. Ma almeno il ragazzo senza braccia avrebbe continuato a viaggiare senza dover ripetere: “Handicap! Handicap!”
Lyndon
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Ventisette corpi stavano ritti al muro. Le loro ombre si confondevano l’una con l’altra.
Corpi.
Anche se respiravano ancora. Ansimavano, sudavano. Gli occhi chiusi in alcuni, in altri sbarrati, in altri affoganti ancora in lacrime dolci.
La sciabola era stranamente leggera, su in alto a catturare gli ultimi bagliori di un cielo color brace. Il braccio iniziava a formicolare e a prendere della stessa leggerezza dell’acciaio.
Ero al centro. A un passo dall’ultima linea di tiro del mio plotone.
Non possiamo aspettare l’alba: gli ordini di questa notte.
I mie ragazzi erano lì, serrati, forse un po’ troppo, su una strada vecchia di millenni, fatta di pietre squadrate e lisce, in un Paese che non ci aveva mai accolti realmente.
La retroguardia sarebbe arrivata di lì a poco e ci avrebbero dato una mano a scavare. Avremmo avuto solo un’ora. Dovevamo raggiungere il fiume in meno di un giorno.
~
Secondo giorno di ricerche: via consolare 77.
Il Comando provvisorio delle Forze Armate mi ha dato trenta uomini per affiancare il plotone 27 dell’Esercito Alleato. Il cielo oggi è di piombo e i miei ragazzi scavano con la lentezza della rassegnazione. Accendiamo le luci dei camion mentre una pioggia leggera prende a cadere, frangendo la luce delle macchine. La terra smossa si mischia all’acqua in rigagnoli, disperdendosi un po’ ovunque.
Dalla strada scende lento un carro. Lo vedo prima degli altri appoggiato alla vanga, in un attimo di pausa. I soldati lo stanno fermando per accertamenti. Sfollati che tornavano a casa, un podere nei pressi, riesco appena a capire. Un mulo, a tirare il carro, un uomo anziano alle briglie sfilacciate, una donna al suo fianco: nere le vesti e scura in volto, gli occhi grigi in gara col cielo. Le torce dei soldati li illuminano: fieri, stanchi ed esausti. E’ incinta, me ne accorgo mentre la perquisiscono. Tiene fra le braccia un bambino di pochi anni, addormentato e avvolto in una coperta militare.
I soldati fanno storie, la coperta è del nemico.
I corpi li adagiamo sulla terra smossa: ventisette in tutto.
Bambini.
I rigagnoli, ormai di fango, si macchiano di verde e di giallo.
La donna si alza, ritta in piedi sul carro e stringe a sé il bambino, sveglio. Cerca di calmarlo.
La lingua del nemico risuona in una ninnananna, nel silenzio dei miei uomini e nello stupore dei soldati.
Lyndon
La TV vince ancora. I telefonini sono radicati nei desideri italici con una forza inumana e il web nostrano è lento e con un tasso di penetrazione da fanalino di coda. E poi i giovani sono quelli fra noi più on-line.
Lasciamo stare l’aspetto linguistico - la scelta di “tasso di penetrazione” è orribile, semplicemente e tristemente orribile. Per non parlare del solito e feticista amore per l’ovvio della ’scoperta’ che sono i giovani quelli più on-line di tutti noi. Lasciamo stare che è meglio.
Concentriamoci sul fatto che la televisione vince ancora e che la rete italiana assomiglia più a un’enorme e iperamplificata versione ad alta tecnologia di “radio serva” piuttosto che al web, proteiforme realtà virtuale di connessione e comunicazione d’idee. Soffermiamoci sul fatto che per noi uno schermo piatto val bene una messa. Sul comandamento che non avrai altro telefonino che l’ultimo uscito.
Se considerassimo tale risvolto forse non ci stupiremmo del fatto che lo zelo igenico-sanitario di qualcuno si fa tremendissima caccia. Forse capiremmo che minacciare censure al web italiano non è niente di più che un effetto di scena.
Domandiamoci: se un giorno avessimo bisogno di svegliarci e riprenderci qualcosa che ci è stato sottratto, riusciremmo a ricordarci come si usa il web?
Ho la presunzione di dire che se ci sarà questo bisogno, noi saremo qui a colmarlo.
Lyndon