Si faccia un giro qui.
Poi, con tutta calma, si rifletta un poco sull’attuale situazione storica, magari e metaforicamente, concedendosi il lusso di una bella torre, dalla quale osservare con comoda acribia.
E’ da un po’ che rifletto sugli eventi dell’arena mediatica di questi ultimi tempi. Le minacce giudiziarie del premier, la risposta a tali minacce di chi si erge ora come paladino della libertà e contro il suo “infrangimento” insorgerà il 3 di ottobre prossimo.
Nel vorticare consueto di parole su tanto emergente argomento, ultima oggi precipita dalla prima persona del favellare governativo: “farsa”. E il teatro esce dalla metafora e può gridare ormai di essere reale.
Farsa, dice il premier, manifestare per la libertà di stampa e d’espressione nel nostro Paese, ridicola manifestazione di et cetera…
Lo scopo del premier, forse, è sempre lo stesso da qualche tempo, cioè prendere tempo – nel modo più outrée possibile – prima di finire, prima d’uscir di scena e chiudere baracca, prima che la destra che ha portato al potere si macchi di parricidio. Ma al di là di questo presunto suo scopo, “farsa” non è forse un buon modo di descrivere la lotta dell’ultim’ora per la libertà di stampa e d’espressione in Italia?
In quale cassetto giacevano le dieci domande prima dell’ultimo scoppiettante scandalo sul premier? Soprattutto, dove stavano i paladini di oggi mentre l’informazione giornalistica e televisiva iniziava a imputridire? Quando sulla bilancia dei giornali i soldi dei lettori impallidivano di fronte a quelli degli inserzionisti, quando si iniziò a chiedere ai giornalisti di comunicare piuttosto che raccontare, di informare piuttosto che di riflettere. Dove giacevano addormentati i facinorosi di sabato 3 ottobre quando l’inverno del nostro scontento si tramutava in soporifera estate e le menti di chi avrebbe dovuto tener svegli i cittadini della Repubblica ronfavano già da tempo?
Si parla oggi di attacchi del Governo, si parla di crisi grave della democrazia e giustamente problemi del genere iniziano a puzzare anche a Bruxelles. Ma noi – intendendo i lettori dei giornali colpiti, noi che vorremmo dire e stampare ma temiamo la censura – dove eravamo quando i primi e più agguerriti inquisitori e censori della libertà non iniziammo a essere altri che noi stessi?
Perché ci si accorge adesso che la nostra democrazia traballa? E siamo certi che traballi per colpa di un uomo, per quanto potente? Non siamo stati noi a permettere a quest’uomo di accumulare potere, a volere che fosse in tutto lo specchio delle nostre virtù e dei nostri vizi? E non siamo noi ora a rinfacciargli questo potere perché, inconsciamente, non lo vediamo più abbastanza degno di rifletterci? Non lo vediamo più abbastanza capace di rappresentarci?
Ci accorgiamo ora di questo “infrangimento” soltanto perché il re ha perso il suo carisma e di conseguenza sta perdendo il suo potere. La nostra libertà agonizza da anni e forse è ciò che volgiamo perché chi è libero sul serio è l’unico responsabile delle proprie scelte.
Lyndon