Ottobre 2009Archivi

Ott 31

Queste sono parole che raccolgono stentatamente le sensazioni che rappresentano. Lo fanno in modo inappropriato perché il più furioso sdegno non è esattamente adatto a descrivere quella oscura e famelica morsa dello stomaco, stretto in un conato inespresso, quando ho letto e sentito della morte di Stefano Cucchi.

Non ho voluto vedere le foto.

Da qualche giorno ho un livido, tra il violaceo e il verdognolo al fianco destro: un pugno. Un pugno dato in palestra, durante un allenamento, un pugno solo un po’ più forte e preciso del solito. Davanti allo specchio guardo questa mia piccola porzione di sangue rappreso, di ematoma leggero e fissandoci sopra lo sguardo vedo il corpo di Stefano Cucchi. Lo vedo come se fosse tutto del colore del livido, come se fosse tutto fra il viola e il verde. Poi mi vengono in mente le fratture, l’occhio cacciato nell’orbita, il viso torturato. Non li ho visti, non ho voluto. Ma tocco un poco il mio livido e provo quel leggero dolore e penso a quello provato da Stefano Cucchi, indeterminatamente più forte, da rendere la morte una sollevante fine.

Penso che al suo posto avrei potuto esserci io, un mio amico, un familiare.

Non vale, non ha senso, dire a me stesso che basta non mettersi nei guai per non fare la stessa fine di Stefano Cucchi. Non basta essere un bravo ragazzo, quello che mi dicono che io sia. Non è sufficiente. Quando è Signora Violenza a viverci accanto e tutta intorno, ininterrottamente, non c’è distinzione fra buoni e cattivi, non sai con esattezza cosa fare per evitarla, la Signora. Se, con suo più assoluto arbitrio, decide di morderti, lo farà senza guardare a cosa tu abbia mai potutto fare.

L’incertezza è il veleno che si spande dopo essere stati trafitti dalla fine di Stefano Cucchi. L’incertezza che, senza legge, costringe ognuno di noi a guardarsi le spalle. L’incertezza che rende ognuno di noi un prelibato pasto per Signora Violenza.

E non parlo solo della sua massima realizzazione: dolore e morte. Parlo della quotidiana angheria che gli individui non protetti dal potere - nelle  sue più variegate forme e immagini - sono costretti a subire in uno stato senza legge.

Queste sono parole che, come ho detto, significano stentatamente. Ma se come me alla notizia della morte di Stefano Cucchi sentivate di volere e di esigere vendetta, se come me desideravate di procurarvela con le vostre stesse mani, passando da parte a parte il cuore degli assassini, allora queste parole le capite e allo stesso tempo capite che siamo i degni figli di Nostra Signora Violenza.

Lyndon

Ott 30

Ho sempre trovato condivisibile l’idea pasoliniana dei carabinieri “figli della povera gente del sud” e tremendamente vero “lo stupido pietismo per il carabiniere“ di Gaber.

L’Italia non adotta la pena di morte.

L’Italia è spesso in prima fila nelle campagne internazionali contro la pena di morte.

Ma la nostra è anche la nazione dove è possibile il massacro della Diaz senza colpevoli. O meglio dove i colpevoli evidenti, mandanti ed esecutori materiali, non pagheranno.

Questa. è. la. nazione. dove. è. possibile. uccidere. un. ragazzo. tossicodipendente. epilettico. anoressico. torturandolo. frustandolo. Senza motivo.

Questo è il paese dove se non hai scelta riguardo al lavoro che fai, hai comunque la scelta di non essere un assassino di Stato. Senza eccezioni.

Chi non ha scelto non merita nessun tipo di rispetto. Mai.

Pasolini e Gaber sbagliavano. Io mi sento male. Davvero.

Paolo

Ott 29

Io sono la sigaretta di Bacio Terracino.
Sto fra le sue labbra e le sue dita. Mi succhia e mi brucia e io
perdo fumo e mi ristringo, mi sto piano piano spegnendo.
Fra poco sarò un mozzicone e le bionde sul banchetto qui accanto del contrabbandiere mi guarderanno di sussiego, altezzose.
Sto per cadere in strada quando Bacio Terracino mi accompagna fino all’asfalto.
Non sento gli spari, le grida e non mi curo degli sguardi dei passanti.
Io sono abituata all’idea di cadere, con ancora poco tabacco bruciacchiato in corpo.
Sono una sigaretta.
Ma oggi Bacio Terracino mozzica con me, sta al mio fianco e mi spegne col suo sangue gelatinoso.
Un piede prima o poi mi finirà ma per ora mi godo la scena.

Lyndon

Ott 29

Difendere i propri soldati dalla crescente minaccia talebana? Oppure lasciare l’Afghanistan e rifiutare una guerra a tutti gli effetti che non ha nulla di difensivo?

La Germania si interroga e viene interrogata sul suo comportamento di fronte l’offensiva talebana che nell’utlimo periodo si è fatta decisamente più pesante proprio nella zona sotto la gestione tedesca. L’esercito teutonico si è visto costretto a bombardare un nugolo di umani fra cui si pensava potessero esserci dei pericolosi nonché facinorosi talebani ribelli - che ovviamente umani non sono, si sa, semplicemente esseri. Vi lascio immaginare la scena, anche solo soffermandosi sulle parole, evitando di guardare cosa esse evocano.

La Germania, come il nostro Paese, rifiuta la guerra, e prende le armi solo per difendersi, si dice per la storia recente che entrambe le Nazioni hanno avuto. Ovviamente - e quanto è meschino questo avverbio - noi siamo meno ligi alla parola data, soprattutto se scritta nella Costituzione. Di solito invece i Germani sono più corretti. Eppure il risultato è lo stesso, accanto ai ribelli il fuoco tedesco uccide non per difesa ma per offesa, nella logica più folle della guerra: l’assassinio.

Come si può pensare di resitere ai tempi oscuri che ritornano come una risacca oceanica, quando la parola data e scritta nella Costituzione di una Nazione diviene lettera morta, bombardata da un raid aereo?

Spesso sento dire che il nostro Vecchio Continente e quanto a esso è legato del Nuovo siano le uniche riserve di civiltà in cui trovare la soluzione per i mali di questo e del prossimo tempo a venire. Sono convinto che a rovistare bene si troverebbero perle preziose, scritte probabilmente in molte Costituzioni - e quindi, al meno in teoria, non così esoteriche. Ma non credo che a nessuno interessi quanto di prezioso ha la nostra storia, perché si è troppo occupati a vivere quanto di più oscuro abbiamo già vissuto.

Lyndon 

intersettiva.it