Novembre 2009Archivi

Nov 30

Stéphanie Le Bars fa una buona domanda:

L’islam est-il compatible avec les sociétés européennes ? Peut-il devenir un élément des identités nationales qui ont forgé le continent ?

Gli Svizzeri dicono di no, da noi vorrebbero dir di no e rialnciano in modi grottescamente inquietanti. Nel mentre la Chiesa Cattolica si lamenta di una tale xenofoba risposta, volendo rimaner sempre in amicizia cordiale con la minoranza islamica - assaporando “minoranza” con voluttà - e rimanendo sempre della convinzione che:

Bisogna anche saper tirare fuori le unghie, ma senza far troppo del male.

Tornando alla domanda della Le Bars, credo che bisognerebbe riformularla prendendo in considerazione il fatto che l’islam ha - sia per opposizione sia per contaminazione reciproca -  contribuito e contribuisce di fatto all’identità nazionale delle società europee.

Partire da questo riconoscimento di un’intersettività culturale - passatemela questa - che lega profondamente l’Europa all’Islam - inteso sia come religione sia e sopratutto come realtà culturale - è probabilmente l’inizio migliore quando si tratta di domandarsi come si costituisce o si forma un’identità nazionale. Insomma raccontare la storia sin dall’inizio e con tutti gli elementi al loro posto potrebbe farci sembrare un minareto in svizzera una cosa non così aliena quanto invece passa credendo a certe lingue d’oggi.

Ma oltre a ciò la Le Bars mette in evidenza un altro problema fondamentale nel rapporto con la seconda religione d’Europa. Il fatto cioè che quest’ultima si scontri non tanto con quella cristiana quanto con la frammentata realtà secolare e laica del nostro continente. Qui è il nocciolo della questione, non tanto nei rapporti più o meno istituzionali fra le due religioni monoteiste, se fosse così probabilmente non starei scrivendo ora. Lo scontro si anima invece fra una religione islamica, proveniete da un ambiente sociale e politico lontano dalla secolarizzazione, e una realtà come quella europea che invece non ha un’omogeneità condivisa nell’interpretare la secolarizzazione. Nel nostro continente vi sono zone in cui gli islamici hanno la possibiltà d’integrarsi grazie alla costituita presenza di uno spazio neutro, laico. In altri contesti invece tale spazio è più debole e si preferisce il muro contro muro della ghettizzazione, rispolverando un attaccamento di maniera e pieno di zelo ai volori cristiani che maschera delle più profonde differenze economiche e sociali tipiche del contrasto fra il più o meno ricco autoctono e il più o meno povero migrante - oggi si chiamono così gli stranieri.

Nella storia che vogliamo raccontare a noi stessi, in quanto cittadini d’Europa, e a tutti coloro che stanno all’uscio, bisogna decidere da quali radici incominciare e soprattutto quali fantasmi e incubi del passato cancellare. Altrimenti nel finale si vedrà qualcosa di molto più doloroso delle unghie.

Lyndon

Nov 30

“Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility”.

Ce lo rammenta il direttore generale (a proposito di cultura=profitto) della Luiss, Pierluigi Celli, in un’accorata lettera al figliolo che potete apprezzare nella sua interezza in diverse edizioni on line dei giornali nostrani.

Ne consegue o deriva dal fatto che (scegliete voi) “[…]anche secondo Geoffrey Miller, uno psicologo evoluzionista, c’è ancora spazio per un uomo diverso da quello odierno - oggi si tende sempre più a scegliere un compagno di vita che ha successo dal punto di vista economico, una selezione naturale che tende a dare spazio alle persone più intelligenti” -”[…]. (sic)

Troviamo la notizia in un sentito articolo di Luigi Bignami (sarà quello della gloriosa casata del nozionismo applicato?mah!) che potete leggere integralmente qui.

A questo punto è ben probabile che “[…] quando abbiamo stabilito a Forte Fanfulla la sede della nostra Digital Desk, spiega Piergiorgio Bellocchio, figlio di Marco, eravamo felici di aver trovato uno spazio di 500 mq in cui poterci permettere moviole e teatri di posa, insomma più che un ufficio una factory, che offrisse a film e video maker l’attrezzatura e l’assistenza di cui hanno bisogno. Solo dopo abbiamo scoperto tutte le suggestioni cinematografiche che questo luogo conserva”.

Ci viene incontro  questa esilerante cavalcata sul cosiddetto Pigneto Village, una sorta di vademecum per il piccolo radical chic che a ogni buon figlio di rettore non può certo mancare. In cui tra le altre cose apprendiamo che la factory, che badate bene in inglese vuole dire proprio fabbrica, è quel luogo dove il giovane virgulto esercita il suo sacrosanto diritto di non fare un cazzo perchè papà ha guadagnato abbastanza per le prossime dieci generazioni di noi coglioni da permetterci di dedicarci totalmente, e con magnifici risultati si direbbe, alla produzione culturale. E pace linguistica sia se una volta “fabbrica” era il posto dove lavoravano quelli che a tuo padre hanno permesso di diventare ciò che è e di conseguenza a te di essere l’inutilità che incarni. E chiediamoci, increduli ma durante l’aperitivo che è meglio, perchè questi…come hai detto che si chiamano? ah…operai, ora votano Lega Nord? “E chi è che lo vota sto Berlusconi? Aoh, mai uno che c’avesse il coraggio di ammetterlo!”…e così che dite, no?

Forse dovrei tornare a leggere meglio questa recensione dell’ultimo libro di Wu Ming ad opera di Giordano Teodoldi. Che ne dite? La sua foto spiegherà forse qualcosa?

Ti prego Beatrice Borromeo (ma lo sai che hai lo stesso nome della donna amata da Dante?Eh, proprio Beatrice, si…no, non Borromeo…che Dante sembra fosse eterosessuale, me l’ha confermato anche Alfonso Signorini, eh… no, dai! non scherzo…no, no, Silvia era quella di Leopardi…e certo che sono sicuro, no, non ti sto prendendo in giro…ma dai! te lo giuro! Me lo ha detto anche Pierre Casiraghi! Non pensi anche tu sia fighissimo) illuminaci tu: “[…]dai, no, non sono un’aristocratica…ma tu volevi chiedermi o no dell’avventura pazzesca che stiamo vivendo qui, in questo giornale?”... e certo…

Ma veramente io pensavo tu potessi aiutarmi di più…non so… «Cosa? Non ci penso proprio… Faccio un lavoro meraviglioso, e per di più in questo giornale senza padroni, senza editori, un piccolo paradiso nell’Italia dove la libertà di stampa è sempre più in discussione». Insomma, è uno sporco lavoro, questo di far finta di capirci qualcosa oltre che di ammiccamenti alle telecamere. (Vi prego leggete perchè a queste persone va impedita ogni possibilità di libera espressione…magari fatelo qui e se invece avete voglia di soffire ancora un pò documentandovi su cosa è potuto uscire dalla bocca della dolicocefala Beatrice - tranquilla Bea che a te lo spiego dopo - potete farlo qui, non dimenticando un sentito applauso al complice e pertanto coglione intervistatore).

Tranquilli, se vi viene da vomitare, non si tratta del virus mutato dell’influenza A. Ma fatevi vaccinare lo stesso. Hai visto mai?

Paolo

Nov 30

Caro papà,

l’esilio, autoinflitto, è il consiglio che più volte mi hai dato e che più volte ho sentito essere fra quelli più veri. Me lo hai detto, che ero ancora un ragazzino, con la rabbia in bocca e la voce forte quando infliggevi a questo nostro Paese le parole più dure a vendicare la storia che avresti voluto vivere per te e per me. Me lo hai detto con rassegnata tristezza, che ero un po’ più grande, quando anche a me toccava subire i primi tradimenti, assaporando tossica la disillusione. Me lo hai detto, sempre, col rimpianto di essere tornato dal tuo di esilio autoinflitto, vinto dalla nostalgia.

Me lo dici ora che il tempo dello studio è finito e matto e disperato rischio di diventare ben presto. Sta volta la tua voce è piana, non ci sono emozioni in evidenza ma solo ora capisco. Ora che so quanto tu non voglia che vada via, perché vorrebbe dire lasciarti qui. Capisco la rabbia e il rimpianto, capisco la rassegnazione.

Il mio esilio, però, non è il tuo. I confini che ho non sono i tuoi. A me non basta trovare un luogo diverso, in cui giustizia, merito, competenza, dignità abbiano ancora il peso che dovrebbero avere nel rendere felici gli umani. Non è un altro Paese a fare la differenza, non è passando il confine del nostro che fuggirò la disperazione e il dolore di altri tradimenti e disillusioni. Forse all’inizio potrei trovare respiro, tanto qua da noi si è accelerati nel cadere. Forse con una lingua diversa il mondo sarebbe meno violento, forse mi sentirei libero.

Ma sarebbe per poco, alla fine sentirei comunque di cadere. Sentirei che l’asfissiante gravità che qui ci tira giù tutti è costante e connaturata ovunque, proprio come quella fisica. E a essa non si sfugge.

Non ti sto dicendo che vogolio combattere, rimanere qui per cambiare le cose, per non cadere e risorgere insieme. No, non credo che nessuno di noi possa realmente pensare che nel combatterre la gravità ci si ricavi granché.

Ti sto dicendo che l’unica cosa che mi vieta d’andarmene, d’ostracizzarmi in un oblio a un passo dalla morte e lontano dagli umani è l’idea di lasciarti qui.

Un qui, papà, che è ovunque!

Il mio esilio, il mio confino non è mai esistito se non nelle mie e nelle tue storie.  E anche il tuo ora è simile al mio, se ne sta in un tempo che è misto di passato e futuro: non è più, non so se sarà, ed è presente solo nelle nostre teste in un continuo e vacuo afferrare.

Lyndon

Nov 27

Ieri sera, facendo zapping in tv, mi son visto per un pò l’intervista della Dandini a Stefano Vella.

Durante l’intervista hanno mostrato queste meravigliose mappe apparse per la prima volta (nel 2007) sul Mail Online.

La potenza iconica di queste mappe, oltre all’immediatezza comunicativa, credo che risieda nel gusto un pò caricaturale e grottesco che assumono alcune nazioni rispetto ai parametri rappresentati.

Guardatevi ad esempio questa mappa:

housepricesdm0103_800x370.jpg

Rappresenta il costo delle case nel mondo. Guardate l’Italia non sembra anche a voi la caricatura della cavigliona, grassa e tracotante, di una ricca signorotta dei quartieri bene di una qualche opulenta cittadina italiana?

Alessandro

intersettiva.it