Corpo di donna
Alla Casa delle Donne di Roma si è discusso sulla distorta immagine che i mass media danno delle donne italiane, dipingendone uno stereotipo di prostituzione edulcorata, cioè di una donna eternamente giovane, curata, in salute, sempre sessualmente disponibile, subalterna e sottomessa a uno Stato che letteralmente le mette le mani addosso, decidendo per lei in fatto di sessualità e procreazione.
Tutto questo è inevitabilmente vero ma altrettanto parziale. Le stesse dinamiche di accettazione del sopruso si riscontrano mutatis mutandis in tutta la popolazione italiana che non appartiene al potere senza distinzione di genere: giovani, vecchi, stranieri e via dicendo tutti i diversi.
Inoltre bisogna considerare non solo il problema da parte di chi è vittima del sopruso e della prevaricazione ma anche denunciare i motivi per cui si aspira alla violenza subita o agita. Infatti se da un lato una giovane donna cresce pensando che il suo successo passa attraverso la propria capacità di lasciare che il proprio corpo venga mercificato e scambiato, la propria dignità ignorata, la propria mente mai presa in considerazione; dall’altro un giovane uomo cresce pensando che il suo successo passi attraverso la propria capacità di trasfomare in merce i corpi degli altri - uomini e donne che siano - di adeguare il suo pensiero a quello del potere e, stuprando la dignità altrui, di cancellare la propria. In entrambi i casi c’è una supina accettazione del sopruso, una completa ignoranza del diritto e un oblio disperante di ogni possibilità di pensiero libero e umano.
Se il desiderio dei futuri cittadini e delle future cittadine - van prima i maschi perché l’italiano è una lingua sessista! - è quello di essere, a fasi alterne, vittime e carnefici, se il successo è garantito soltanto dalla forza bruta, imposta o subita, che senso ha ancora denunciare tale realtà dei fatti guardandola soltanto da una parte - sebbene sia quella più debole?
Non sarebbe più onesto prendere di petto il problema nel suo complesso, ammettendo che in una società senza diritto e senza rispetto della legge non è il genere a garantire un destino di successo o insuccesso? L’Italia che viviamo non è un paese dove la giustizia e il successo sono prerogative dei maschi precluse alle femmine. Le cose non stanno così. Le cose stanno molto peggio: semplicemente la giustizia si identifica col potere.
E allora l’immagine della donna, la considerazione che se ne ha della donna, è la cartina la tornasole di un’implosione della società verso l’imbarbarimento che indistintamente tocca tutti, uomini o donne che siano, perché tutti alla fine smettono di essere cittadini.
Vi lascio quindi con il seguente pensiero della sera.
Siete una persona di successo, siete arrivati al successo eliminando la concorrenza, innanzittuto quella più atroce: la vostra coscienza. Siete alla fine della vostra vita e attorno a voi vedete soltanto le teste dei nemici e la presenza di circostanza dei sottoposti. Vi accorgete che i primi a cadere nella corsa che vi ha portato ad eccellere siete stati voi stessi. Prima di morire vi ricordate di quanto bello sarebbe potuto essere umani e ve ne andate nel rimpianto.
Pensateci bene, il rimpianto di non essere stati capaci di essere umani, di vivere difendendo la propria dignità, è il destino che accomuna sia chi fa violenza sia chi accetta la violenza per eccellere.
Lyndon
16:35 - 23-11-2009
Sono d’accordo con la fotografia della, chiamiamola, inconsapevolezza sociale dei cittadini e su uno spegnimento progressivo dei diritti, così come sul trionfo di un’etica ugualmente spietata nei confronti dei deboli in generale, al di là della loro appartenenza ad un genere. Più di una volta ho ritenuto sterili e inevitabilmente settarie le posizioni politiche di un “movimento” come quello aggregatosi nel tempo intorno alla Casa della Donna. Vorrei però che cercassimo di analizzare il o i problemi dal punto di vista delle soluzioni possibili e non da quello, seppur importante, della critica.
Ti cito “Non sarebbe più onesto prendere di petto il problema nel suo complesso, ammettendo che in una società senza diritto e senza rispetto della legge non è il genere a garantire un destino di successo o insuccesso”. Sarebbe indubbiamente più onesto e probabilmente più giusto, ma forse la cosa sarebbe possibile in una realtà di “appartenenza sociale” non ancora così disgregata come la nostra. La coscienza della tutela dei propri diritti (passatemi le definizioni dai sapori antichi) è ormai giunta allo stremo. Nessuno di noi ha più idea per esempio di cosa significhi una rappresentanza sindacale seria nel mondo del lavoro. Allo stesso modo, la vita studentesca di molti di noi è stata caratterizzata dalla quasi totale assenza di rappresentanza, cosa che ha portato, come è facilmente possibile constatare, al ritorno di fiamma del sistema dei baroni universitari. Quindi, cerco di spiegarmi, anche a me piacerebbe poter scardinare e reagire all’attuale stato di aggressione nei confronti della figura del cittadino in maniera corale, forti di una consapevolezza che valichi i generi, il punto è che forse la nostra nazione, il nostro tessuto sociale, ha bisogno di ripercorrere prima (e ahimè se la cosa è grave) dei passi elementari come fanno i bambini. Si deve riaggregare in nuclei, che anche se parziali, possano insegnarle (insegnarci) di nuovo cosa voglia dire essere cittadini, avere dei diritti, avere dei doveri, richiedere a gran voce che siano rispettati gli uni e onorare gli altri. Forse dobbiamo fare qualche passo indietro per riprendere ad andare avanti. In quest’ottica anche il riconoscimento, l’idem sentieri di un genere sessuale, mi sembra più comprensibile ed auspicabile. Quando tutti saremo pronti ci ritroveremo più facilmente insieme a chiedere le stesse cose, anche quelle che non ci riguardano direttamente.
18:43 - 23-11-2009
La mia critica si muove da un punto di vista che non ammette soluzioni realizzabili. Lo ammetto questa è una mia terribile debolezza. Le mie parole sulla cittadinanza, sulla dignità dell’individuo e dell’essere umani fanno parte di una storia che pensavo fosse la realtà in cui avremmo potuto vivere e in cui, in parte, già si stava vivendo. Non è così, molto probabilmente a questa storia di essere cittadini della Repubblica credono in pochi. Hai ragione il tessuto sociale è inesistente o quasi, ha bisogno di riaggregarsi in nuclei, in gruppi che facciano le veci di quel cittadino che vorrei poter essere realmente. La cosa che mi brucia è la necessità di dover rinunciare alla propria identità individuale per potersi veder riconosciuti dei diritti, di dover essere sempre parte di un gruppo per avere giustizia. Forse realisticamente fare dei passi indietro può dare la possibilità di farne qualcuno avanti ma ho paura che si stia già troppo lontani da quello che eravamo - o avremmo dovuto essere - anche solo per tornarci.
19:13 - 23-11-2009
Noi, mi sento di poter dire presuntuosamente, qualcosa stiamo provando a farla anche qui, in un modo che nessuno aveva previsto, con fatica e incertezze e fondendoci in un insieme che dice qualcosa in più di quello che avremmo potuto dire singolarmente. Nessuno di noi sta perdendo identità, anzi tutti quanti ne abbiamo acquistate diverse altre in attesa di essere in molti. Che la cosa avvenga o meno saremo comunque di più di quanti eravamo all’inizio e con le idee più chiare.
09:41 - 24-11-2009
Noi, con dolce presunzione, non siamo e non saremo mai una chiesa o un partito. Noi siamo, con ancor più dolce presunzione, un insieme d’individui ancora legati alle storie sulla modernità e che, hai ragione, dice di più rispettando i confini di ognuno.
Noi siamo degli “alieni temporali” che hanno scelto questo luogo virtuale per vivere il tempo che fuori da qui non esiste. Non so se saremo in molti, lo spero! Perché gli altri gruppi sono in marcia e serrano i ranghi…
18:23 - 25-11-2009
Entro timidamente tra le vostre parole.
Penso che il primo passo da compiere, per tentare di dare nuova voce ad una società che di fatto è “senza diritto e senza rispetto della legge” sia un’assunzione di responsabilità!!!! Certo, in cima alla lista dei detrattori dell’immagine e della dignità delle donne ci sono politici corrotti-perversi (uomini) e mezzi di comunicazione ormai anestetizzati.
Ci sarà pure un motivo se all’estero la pensano così:
http://www.youtube.com/watch?v=TiT9lRjS5xw
Ma la responsabilità della mercificazione politica e culturale del corpo delle donne, in Italia, è anche delle donne; riconoscerlo sarebbe un passo avanti. Penso, ad esempio, alle mie coetanee che sgomitano per fare bella mostra nell’harem del Gheddafi di turno (a noi arrivano le immagini – ingiustamente penalizzanti per tutte le donne- ma quelle ragazze lì ci vanno consapevolmente e in carne ed ossa, anzi portando come requisito solo la carne). Queste donne confondono la libertà con la stupida volontà di essere sempre lì, a disposizione; tradiscono il senso autentico dell’emancipazione che è, invece, la capacità di svincolarsi da un potere che fino a pochi anni fa ci insultava con il delitto d’onore e il matrimonio riparatore dopo uno stupro (I comizi d’amore di Pasolini sono un’interessante passeggiata tra gli umori del tempo) e oggi ci considera incapaci di gestire nel modo giusto il nostro corpo. Emancipazione è la capacità di smentire con i fatti questo potere; compiacendone i vizi e le perversioni (e non solo nei palazzi che contano) se ne diventa complici aprendo la strada all’abuso del potere politico sul corpo - e dunque sulla vita- delle donne, degli uomini, dei detenuti, degli stranieri ….. Si elimina quella linfa vitale per ogni indivuduo-cittadino che scorre proprio attraverso la resistenza al potere. Una resistenza che si deve esercitare quotidianamente, in prima persona, anche vivendo con consapevolezza e dignità la propria corporeità, perché l’alternativa non è certo la mortificazione del corpo (come vorrebbe un altro potere )
È più facile governare una carne disabitata, docile e accondiscendente. Allora io trovo la mia personale forma di resistenza in una quotidianità che vive attraverso il mio corpo, perché reale, concreta, ma mai muta e silenziosa … e come me ce ne sono molte, anche se- ahimè- scarsamente rappresentate….
22:50 - 25-11-2009
L’assunzione della responsabilità delle proprie scelte è ciò che fonda la dignità di essere umani, ciò che ci fa uscire dall’asilo dorato dell’eden macchiandoci del primo peccato di tracotanza: voler distinguere il bene dal male per agire secondo coscienza nel bene o nel male. L’assunzione delle proprie responsabilità è il modo più bello e più giusto per rispondere all’assenza di diritto e di legge che ci circonda. E’ anche la strada che porta alla consapevolezza del proprio corpo e alla reazione allergica a tutte quelle pratiche che altri mettono in atto per sottrare il corpo al legittimo proprietario o, meglio ancora, sottrarre ai cittadini la consapevolezza di essere tali. Ma tale atteggiamento è proprio quello di chi non ama i gruppi forti e omogenei, quelli che possono rappresentare contando davvero qualcosa. All’interno di questi gruppi la responsabilità si annacqua, si perde nel mucchio e si fanno e si lasciano fare cose che hanno poco a che fare con la dignità umana.
La resistenza è dura ma è bello sapere che non si è da soli.
09:46 - 26-11-2009
complimenti maria…..davvero.
11:15 - 26-11-2009
Sono profondamente d’accordo con Maria. L’assunzione di responsabilità è la base della resistenza. E sentirsi responsabili, specie di ciò che nella quotidianità non sembra avere una ricaduta immediata su noi e le nostre azioni, è una cosa davvero difficile. E’ storia di tutti i giorni, dal diverbio automobilistico alla discussione sui massimi sistemi, il ricorrere di frasi, assiomi/barricate a volte di inconsapevole autodifesa”: “ma fatti i fatti tuoi!”, “ah, io mi faccio solo gli affari miei”. Ecco, una prima risposta potrebbe essere sentirsi coinvolti sempre e comunque. Nel caso specifico della mercificazione dei corpi, lo dico da uomo, si dovrebbe partire da quanto i nostri occhi, con l’inarginabile invasione di immagini e stimoli visivi dei nostri giorni, siano stati conformati a percepire il corpo femminile come “valido” solo in un certo modo. Nessuno può concedersi il lusso di sentirsi immune da questo processo di irregimentazione dei nostri desideri. Molta distopia novecentesca ci ha insegnato dove questo percorso porta. Io voglio credere che non siamo ancora in cosi pochi da doverci adeguare. Dovremmo tutti puntare a poter non vedere il culo che si staglia, innaturalmente levigato, sotto i giorni del mese di novembre.
Da qui si può partire singolarmente per arrivare insieme a gridare che è una vergogna, l’ennesima, che il Senato con il plauso dell’idiota Buttiglione si sia arrogato ancora una volta il diritto di intervenire, con la sospensione dell’indagine conoscitiva sulla pillola RU486, in un territorio, quello della garanzia e del diritto alla scelta soggettiva, dove personalmente e con ogni mezzo necessario, non gli permetteremo mai di avere l’ultima parola.