Nov 25

Ieri pomeriggio discutevo in palestra - antico luogo per discussioni e chiacchierate - con uno degli autori di Intersettiva, Alessandro, sui criteri di valutazione usati per definire se una conoscenza possa o meno fregiarsi del titolo di scienza. In parole più semplici ci chiedevamo come si risponde alla domanda: cos’è scienza?

L’oggetto di discussione riguardava alcune teorie provenienti dal mondo manageriale - per ulteriori e più raffinati dettagli chiedete ad Alessandro ché il sottoscritto si è fermato alla domanda di cui sopra - e ci si chiedeva se tali conoscenze rispettassero i criteri di scientificità dei benpensanti: determinata e affidabile conoscenza dei fatti per quel che sono e per quel che saranno.

In Licence to Wonder  l’opinionista del New York Times, Olivia Judson, scrive, guarda un po’ questi casi intersettivi, proprio di una certa idea che in molti hanno della scienza legata a this “facts, facts, facts” method of teaching science, un’idea che rende la scienza soltanto un insieme di fatti spiegati, dimenticando tutti quelli da spiegare e soprattutto gli immaginifici modi per spiegarli.

Giungevamo dunque, Alessandro la Judson ed io - peccato che la Judson vi sia giunta dall’altra parte dell’Oceano - a lamentare: a) il non voler riconoscere la fallibilità e provvisiorietà dei risultati che nonostante ciò continuano a essere scientifici; b) la presunzione di considerare scienza soltanto ciò che è sicuro - ma a questo forse ci si è arrivati solo Alessandro ed io; c)  la mancanza di considerazione nei confronti della parte probabilmente più divertente e sicuramente più importante della scienza: la licenza di chiedere/meravigliarsi - wonder è molto più preciso in questo caso - e qui forse ci ha preceduto la Judson. Tutti e tre, in ogni caso, ci siamo “guardati” in faccia e abbiamo concluso che pensare la scienza come un magazzino di fatti conosciuti avrebbe messo nel dimenticatoio la sua essenza e la sua origine: chiedere perché stanno le cose come stanno, sono state e potranno stare piuttosto che accontentarsi di sapere come va il mondo dal saggio di turno.

Un’origine che in tempi bui come questi è sempre bene ricordare.

Lyndon

2 commenti sino ad ora

  1. 1 Jacopo Romei
    16:37 - 25-11-2009
  2. 2 Paolo per P.K. Feyerabend
    22:42 - 26-11-2009

    «Non esistono né principi né metodi fermi e immutabili nella ricerca scientifica. Non vi è norma stabilita che non sia stata violata in qualche circostanza. Anzi proprio il superamento di ogni norma stabilita è alla base dei più grandi progressi scientifici. L’unica norma valida risulta allora la seguente: “qualsiasi cosa può andar bene”»
    E inoltre «questa libertà d’azione […] non è solo un fatto della storia della scienza. Essa è sia ragionevole sia assolutamente necessaria per la crescita del sapere. […] ci sono circostanze nelle quali è opportuno non solo ignorare la norma, ma adottare il suo opposto, […] circostanze nelle quali è consigliabile introdurre ipotesi ad hoc, o ipotesi che contraddicano risultati sperimentali ben stabiliti e universalmente accettati, […] oppure ancora ipotesi autocontraddittorie»
    Paul K. Feyerabend: Contro il metodo [Against method], traduzione di Libero Sosio, Milano, Feltrinelli Editore, 2002. (pag.21)

    Semplicemente non mi sembrava esistessero modi migliori per dirlo.

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