Caro papà, l’esilio
l’esilio, autoinflitto, è il consiglio che più volte mi hai dato e che più volte ho sentito essere fra quelli più veri. Me lo hai detto, che ero ancora un ragazzino, con la rabbia in bocca e la voce forte quando infliggevi a questo nostro Paese le parole più dure a vendicare la storia che avresti voluto vivere per te e per me. Me lo hai detto con rassegnata tristezza, che ero un po’ più grande, quando anche a me toccava subire i primi tradimenti, assaporando tossica la disillusione. Me lo hai detto, sempre, col rimpianto di essere tornato dal tuo di esilio autoinflitto, vinto dalla nostalgia.
Me lo dici ora che il tempo dello studio è finito e matto e disperato rischio di diventare ben presto. Sta volta la tua voce è piana, non ci sono emozioni in evidenza ma solo ora capisco. Ora che so quanto tu non voglia che vada via, perché vorrebbe dire lasciarti qui. Capisco la rabbia e il rimpianto, capisco la rassegnazione.
Il mio esilio, però, non è il tuo. I confini che ho non sono i tuoi. A me non basta trovare un luogo diverso, in cui giustizia, merito, competenza, dignità abbiano ancora il peso che dovrebbero avere nel rendere felici gli umani. Non è un altro Paese a fare la differenza, non è passando il confine del nostro che fuggirò la disperazione e il dolore di altri tradimenti e disillusioni. Forse all’inizio potrei trovare respiro, tanto qua da noi si è accelerati nel cadere. Forse con una lingua diversa il mondo sarebbe meno violento, forse mi sentirei libero.
Ma sarebbe per poco, alla fine sentirei comunque di cadere. Sentirei che l’asfissiante gravità che qui ci tira giù tutti è costante e connaturata ovunque, proprio come quella fisica. E a essa non si sfugge.
Non ti sto dicendo che vogolio combattere, rimanere qui per cambiare le cose, per non cadere e risorgere insieme. No, non credo che nessuno di noi possa realmente pensare che nel combatterre la gravità ci si ricavi granché.
Ti sto dicendo che l’unica cosa che mi vieta d’andarmene, d’ostracizzarmi in un oblio a un passo dalla morte e lontano dagli umani è l’idea di lasciarti qui.
Un qui, papà, che è ovunque!
Il mio esilio, il mio confino non è mai esistito se non nelle mie e nelle tue storie. E anche il tuo ora è simile al mio, se ne sta in un tempo che è misto di passato e futuro: non è più, non so se sarà, ed è presente solo nelle nostre teste in un continuo e vacuo afferrare.
Lyndon
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