Novembre 2009Archivi

Nov 26

Redazioni strapagate … fior fior di giornalisti … ultimi ritrovati della tecnologia …

e poi non riuscite nemmeno a stare dietro al primo umile blog (anche se eccelso, lo riconosco ora sflogliandolo) e cominciate a plagiare…

Ma almeno un briciolo di vergogna la provate la mattina guardandovi allo specchio?

Personalmente, ci fate molta tenerezza!

INTERSETTIVA

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Nov 26

Quando mi capita, guardo X-factor, con interesse.
Mi piace vedere il carrozzone mediatico condito da incazzature, sbuffi, populismo di buon mercato e idiozie varie.
Quello che più mi interessa però è il tentativo spesso maldestro e ingabbiato, di creare un “prodotto” musicale (e qui potete mettere tutti gli aggettivi che volete: efficace, convincente, vendibile ma soprattutto l’ormai immancabile, fresco).

Ieri sera, la serata della semifinale, quella in cui i giovani cantanti sono chiamati a cantare il “loro” inedito, questo tentativo si è rivelato in tutta la sua miseria.

Sotto trovate i filmati di due dei quattro inediti: vi prego ascoltateli con attenzione (non che siano così complessi eh!).

Bene ora vi chiedo: avete anche voi questa sensazione di incazzatura mista ad incredulità?

Mi spiego meglio. Questi giovani virgulti sono il frutto del lavoro di 12 settimane, intenso immagino, dei “migliori” musicisti-arrangiatori- produttori del mercato discografico italiano.

Ripeto, questo gruppo di geni, ha lavorato per tre mesi (pagati da noi), pensando, facendo, discutendo, tutto il giorno, di musica.

Ora mi chiedo è possibile (e qui devo dare atto a Morgan che è stato l’unico a dirlo durante la trasmissione) che il massimo che si riesca a produrre è un motivetto fischiettante, con un testo ridicolo oppure una scopiazzatura maldestra di un pezzo di Pappalardo?!?! Oh cazzo, Pappalardo, avete capito?

E’ possibile che questi - i musicisti-arrangiatori-produttori - non siano neanche in grado di copiare, che ne so, da qualcuno che ha fatto la storia della musica pop? Devo credere che Pappalardo sia il loro riferimento musicale? Devo pensare che non siano in grado di scrivere qualcosa di più complesso che “quanto è bello vedere nascere un’emozione”?

Alessandro

Nov 25

In questi giorni, a Roma, si celebra la Settimana della Filosofia.

Curioso, mi sono informato sul programma, quando fra gli interventi ho letto il nome del Prof. Rocco Buttiglione, Libera Università San Pio V, mi sono preoccupato. Ho continuato a leggere e a preoccuparmi andando oltre.

Forse sarete del mio stesso parere, e sarete allora preoccupati, una volta compreso che la settimana in questione è sospettosamente legata alla religione cattolica e alle sue tentacolari declinazione culturali - mi andava una specie di eufemismo.

Soffermatevi sui luoghi dei lavori, sulle Università di provenienza degli illustri invitati, sul nome che campeggia all’inizio, buon’ anima… sul quesito: Chi è l’uomo della Sindone?

Allora vi chiederete come ho fatto io: Settimana della Filosofia?!? 

Lyndon

Nov 25

Ieri pomeriggio discutevo in palestra - antico luogo per discussioni e chiacchierate - con uno degli autori di Intersettiva, Alessandro, sui criteri di valutazione usati per definire se una conoscenza possa o meno fregiarsi del titolo di scienza. In parole più semplici ci chiedevamo come si risponde alla domanda: cos’è scienza?

L’oggetto di discussione riguardava alcune teorie provenienti dal mondo manageriale - per ulteriori e più raffinati dettagli chiedete ad Alessandro ché il sottoscritto si è fermato alla domanda di cui sopra - e ci si chiedeva se tali conoscenze rispettassero i criteri di scientificità dei benpensanti: determinata e affidabile conoscenza dei fatti per quel che sono e per quel che saranno.

In Licence to Wonder  l’opinionista del New York Times, Olivia Judson, scrive, guarda un po’ questi casi intersettivi, proprio di una certa idea che in molti hanno della scienza legata a this “facts, facts, facts” method of teaching science, un’idea che rende la scienza soltanto un insieme di fatti spiegati, dimenticando tutti quelli da spiegare e soprattutto gli immaginifici modi per spiegarli.

Giungevamo dunque, Alessandro la Judson ed io - peccato che la Judson vi sia giunta dall’altra parte dell’Oceano - a lamentare: a) il non voler riconoscere la fallibilità e provvisiorietà dei risultati che nonostante ciò continuano a essere scientifici; b) la presunzione di considerare scienza soltanto ciò che è sicuro - ma a questo forse ci si è arrivati solo Alessandro ed io; c)  la mancanza di considerazione nei confronti della parte probabilmente più divertente e sicuramente più importante della scienza: la licenza di chiedere/meravigliarsi - wonder è molto più preciso in questo caso - e qui forse ci ha preceduto la Judson. Tutti e tre, in ogni caso, ci siamo “guardati” in faccia e abbiamo concluso che pensare la scienza come un magazzino di fatti conosciuti avrebbe messo nel dimenticatoio la sua essenza e la sua origine: chiedere perché stanno le cose come stanno, sono state e potranno stare piuttosto che accontentarsi di sapere come va il mondo dal saggio di turno.

Un’origine che in tempi bui come questi è sempre bene ricordare.

Lyndon

intersettiva.it