Ritengo l’ormai noto video del gestaccio di Vasco Rossi che il - bolso e da sempre in disfacimento - “rocker” emiliano ha pubblicato sulla sua pagina di Facebook più grave di quello che in un primo momento potrebbe sembrare. La cosa, per i meno informati, è la sua reazione alle critiche, si immaginano derisorie, a seguito di una rovinosa caduta occorsagli in un recente concerto. Ed è tale, intendo grave, non perché arrivi da quello che potremmo definire uno dei tanti misteri culturali di questa nazione. Personaggio mediocre il cui unico merito umano sembra quello di essere riuscito a divincolarsi dalla dipendenza da stupefacenti (merito che a mio avviso non dà diritto ad esempio all’acquisto di una scuderia motociclistica), e l’unico musicale quello di proporre ormai da trent’anni un hard rock senza nessuna particolare innovazione condito da testi i cui punti forti sono senza ombra di dubbio la declinazione di pronomi personali biascicati e reiterati (non tutti i plurali però giacché su questi ultimi il nostro ha ancora qualche difficoltà). Non a caso inserito tra i cantatutori storici della nostra musica in un periodo in cui per intenderci il modello di riferimento era l’untuoso Ministro delle Partecipazioni Statali (perché abbiamo avuto anche questo di Ministero) Gianni De Michelis, è dotato di una dialettica che permetterebbe persino ad un bambino delle elementari di essere all’occorrenza più facondo. Noto ai più per concerti-adunate oceaniche di fan, i quali assomigliano di più a facinorosi tifosi, che palesano una volta di più il penoso stato di salute della nostra produzione musicale.
Gesto grave, dicevamo, non perché prodotto da chi, abbiamo già detto, non merita poi tanta attenzione, ma per il sistema di idee che sottende. La caduta accidentale, tra l’altro senza alcuna grave conseguenza, la base comica di ogni divertimento inaspettato umano, da quelle cinematografiche a quelle che imperversano in ogni più curiosa circostanza in Rete, a quelle più semplici e più divertenti tra amici di cui tutti conserviamo almeno un ricordo nitido. E che magari ancora ci fa sorridere al suo pensiero.
No, in Italia non si può ridere di chi è assurto anche immeritatamente alla fama. Non si può ridere di chi a settant’anni sostiene la normaliltà di un trapianto di capelli, perché le calvizie fanno sentire le persone insicure di fronte agli altri. Capite? A settanta anni. Alla faccia di qualsiasi tipo di autoaccettazione. Pare non si possa ridere nemmeno di un Ministro che scrive queste poesie. Perché nel più classico degli stereotipi mafiosi, non si prende in giro chi ha potere, di qualsiasi tipo di potere si parli, comunque lo abbia raggiunto e anche se sta facendo qualcosa di ridicolo. Qualcosa su cui anche a lui farebbe bene ridere. Perché ridere di sé significa riacquistare le giuste dimensioni di tutto ciò che facciamo.
No, davvero, Vasco Rossi qui è solamente un pretesto. Questa è semplicemente la storia di una nazione che sta perdendo anche la capacità di ridere o il privilegio di poterlo fare.
Negli American Music Awards Jennifer Lopez è fragorosamente caduta durante la sua esibizione. Sembra quasi di sentirlo il suo giunonico sederone spiaccicarsi a ventosa sulla superficie lucida del palco nel bel mezzo di una acrobatica coreografia. Si è rialzata, ha concluso a modo bambino interrogato sulla poesia di Natale la sua canzone, ha ringraziato ed è andata via. Non si hanno notizie di una sua scocciata replica alle plausibili risate che la cosa può aver procurato. Nessuno qui si sogna di attribuire all’immortale autrice di “I’m Jenny from the block” un’autoironia figlia di una spiccata intelligenza, né tantomeno doti musicali più convincenti di quelle dell’illustre abitante di Zocca.
E’ più semplicemente figlia di un sistema di idee differente. Magari non migliore del nostro, ma forse con un barlume di autocritica in più.
Paolo
