
Auguri a chi ci legge, a chi ci ha letto e a chi vorrebbe leggerci ma ancora non ci trova.
Il Presidente Onorario
Legno, lava, lavagna, livore e Lavoisier. E non dite di non sapere il perché. Voltandosi ha intravisto il motivo. “Odore di specchio” pensò… ________________________________________________________ Il tuo semi-quotidiano di Alta Dietrologia Applicata

Auguri a chi ci legge, a chi ci ha letto e a chi vorrebbe leggerci ma ancora non ci trova.
Il Presidente Onorario

Come è evidente dall’immagine, anche quest’anno il galeone intersettivo ha trovato un approdo sicuro nel quale trascorrere il periodo festivo e ritemprarsi in vista del nuovo anno. Ragioni che di certo comprenderete ci impediscono di rivelarvi il nome della località che in questo momento ci ospita. Anche a noi sarebbe piaciuto guardarvi negli occhi di persona, stringerci la mano, ridere rumorosamente per salutare il vecchio e sperare, senza paura, nel nuovo.
Tanto per la cronaca, in questo momento ogni singolo elemento della redazione è alla prese con luoghi e attività che più gli si confanno.
Ve ne riportiamo, per completezza di informazione, una breve carrellata.

Alcuni, temendo la luce, si sono rifugiati nel luogo dove attenderanno la notte e il silenzio per uscire e salvare ciò che è rimasto da salvare in questi tempi bui. Esseri ossimori della realtà, e si direbbe anche allitteranti!

Altri ancora si dedicano a ciò che meglio sanno fare, ovvero costruire la realtà.

E altri hanno intrapreso l’impervia via dell’occulto e del paranormale. Sono i primi ad essere scettici, ma se poco poco funziona, sono davvero cazzi vostri!
Comunque sia la vita è questa. E quindi dovrete accontentarvi dei nostri migliori e più sinceri auguri per un grande 2011 dal freddo schermo di questa macchina. E in culo tutto gli altri!
INTERSETTIVA beneaugurante per i suoi amici, malevola e maldicente per gli altri!
Fortunatamente, La Repubblica ed il Partito Democratico non hanno rinunciato a raccontarci la loro versione dei fatti, suggerendo una nuova strategia della tensione e contribuendo ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, a farci capire come mai la sinistra italiana o quel che ne resta vive una crisi identitaria senza fine.
Il Partito Democratico, per bocca della sempre attenta senatrice Anna Finocchiaro, ha subito centrato il bersaglio: “Gli scontri alla manifestazione? C’erano degli infiltrati!“. Così ha tuonato massiccia l’elite democratica del paese, forte peraltro del recente corteo pacifico contro un Berlusconi dato inopportunamente per spacciato.
Repubblica non solo ha sottoscritto la tesi, ma ha rilanciato con un avvincente giallo (lo hanno definito proprio così): chi e’ l’uomo con la pala?!
Dalle pagine del quotidiano anche Roberto Saviano, che ha diviso le opinioni della nostra redazione nel recente passato, ha avvertito l’urgenza di esserci e di mettere una buona parola, tra il complice e il paternalistico, con una lettera aperta agli studenti: la violenza è roba vecchia.
Ora, la mia premessa inutile e’ che le teorie idiote del centrodestra fanno ridere, proprio per la ragione opposta a quella sostenuta nel link. In realtà la Finocchiaro ed il PD sono carnefici e vittime di una pulsione tattica che li spinge ogni volta a fare la parte dei buoni, per non essere accusati di contiguità ideale con le violenze di piazza. Ma non ci sono dubbi che questa vicinanza sia inesistente, e non da oggi. La Repubblica poi e’ comica nel creare un insensato mistero, risolto nell’arco di 12 ore; infatti “l’uomo con la pala”, il provocatore mascherato, l’infiltrato neanche troppo segreto, non era altro che un dimostrante sedicenne coinvolto negli scontri. Saviano aggrava, se possibile, la situazione, avendo indossato indebitamente i panni del pontefice che decide cosa è vecchio e cosa è nuovo, quali sono i metodi migliori e quali i peggiori per portare avanti una protesta. Nonostante la buona fede, si dimostra in odore di prossimità, mi si passi il paragone osceno, con Giampaolo Pansa, che divide e giudica la Resistenza secondo un astratto criterio, quello del buon senso decontestualizzato e staccato da qualsivoglia comprensione.
Il pericoloso clima da anni Settanta, anni in cui la maggioranza dei commentatori e dei politici inorriditi hanno tra l’altro fatto fortuna, viene agitato senza una particolare motivazione. Le avanguardie o le strutture (per usare termini tecnici ormai messi al bando da chi “certe cose le ha vissute”) presenti la mattina del 14 in piazza non avevano niente a che fare con il 1977. Sotto una lente che mostra la superficie, infatti, non si sono viste molotov o P38 e nessuno ha assaltato le armerie. Un finanziere ha impugnato una pistola per evitare che gli venisse sottratta e circondato da una ventina di persone è riuscito ad uscire indenne dall’aggressione, portando a casa l’arma e la pelle, grazie al cielo, sane e salve. Ho dei dubbi che negli anni Settanta se la sarebbe cavata. Ho dei dubbi che la gente presente fosse lì per sparare, fare barricate, “mettere a ferro e fuoco una città” come è stato scritto e detto con un’enfasi scioccamente allarmista da tante brave persone a modino.
Se un collegamento con altri decenni dev’essere trovato per forza, va ricercato probabilmente nella compattezza strategica di scuole ed atenei e negli scudi ironicamente ribattezzati “book bloc”, adottati in tutta Italia (e scommetto che molti di quei titoli costituiscono un vero rebus per parlamentari e opinionisti perbene).
Quello che proprio non si vuole o non si può capire è che non è in discussione cosa sia giusto e cosa no. Non so a voi, ma a me sembra cretino chiedere se sia giusta la violenza. E’ come chiedere se sia giusto ammazzare o rubare o essere mafiosi. No che non è giusto. Ma ogni caso e’ valutabile con lo stesso metro?
Prima o poi si sarebbero dovuti raccogliere i frutti di un clima politico avvelenato e povero, che ha trasformato l’Italia in un gigantesco stadio popolato da tifosi accecati. E i frutti sono arrivati. E’ stata la riuscita impresa di una classe politica sbandata, stancante, lontana, spocchiosa, sbruffona e parassitaria: farcire di nichilismo ogni prospettiva futura ed azzerare la percezione della speranza nel domani. Ammaestrare la società fino a farla vivere nell’incertezza totale, spegnere le idee seminando qualunquismo e omologazione, far credere che il più scaltro e il più spietato corrisponda al più brillante, mettere un paese sotto una cappa di sorda cupezza che non si respirava da molti anni.
Anche le domande e le riflessioni che appaiono normalmente condivisibili diventano stupide. Leggendo qua e là per la rete, tra quotidiani e pensieri sparsi, serpeggiano preoccupazione e sdegno per la macchina incendiata, per la vetrina rotta, per i bancomat dati alle fiamme. Molte, troppe chiacchiere sulle cose. Questa è l’altra faccia della violenza tanto condannata, e da un certo punto di vista si tratta di una violenza ancora peggiore di quella fisica, perché ignora completamente sentimenti umani come la rabbia e la frustrazione, preferendogli il valore contabile degli oggetti e del consumo: le automobili, i negozi del centro, gli sportelli bancari. Il dato, clamoroso eppure normale, sta nel fatto che tanto a destra quanto a sinistra la forma mentis di base è identica. Anzi, ci si e’ ormai talmente tanto berlusconizzati, che proprio certe reazioni vengono prima derise e compatite con sufficienza da tutti, salvo poi essere temute e stigmatizzate allorché prendono forma concreta. Quando il gioco si fa duro, insomma, i duri non cominciano a giocare, ma si defilano e chiudono la porta con una doppia mandata.
Allora si ricorre alle categorie del passato, quel passato che, come detto sopra, ha fatto la fortuna di un’enormità di personaggi illustri. Tuttavia il tempo scorre, i comportamenti mutano, le sensibilità si affievoliscono, scompaiono. Nessun manifestante di oggi, fatti salvi nostalgici novantenni, vorrebbe vivere in URSS o in Cina o nella Cambogia di Pol Pot. Si fa largo una generazione che ignora il concetto stesso di guerra fredda, di socialismo reale, che non riesce a concepire il Muro di Berlino, che non ha un nonno nato prima del 1945. Che da 16 anni a questa parte identifica la politica e un pezzo di storia d’Italia con Silvio Berlusconi e gli strascichi delle sue azioni, con la Lega e i suoi slogan da discount della civiltà.
Oggi uno studente calabrese fuori sede somiglia a un americano che frequenta un campus, ieri a Roma e a Milano si inneggiava al compagno berlinese o cecoslovacco o polacco e lo si invidiava pure, nascondendone le sofferenze e le privazioni. E’ molto semplice, quindi, fare paragoni inappropriati per chi ha un lavoro prestigioso e dopo la pensione continua ad occupare poltrone e scrivanie. Si sente dire spesso che i “giovani” (categoria vaga che parte dai 16 ed arriva ai 35 anni) non hanno valori, non hanno ideali, sono cresciuti davanti alla tv e alla Playstation. Ma chi ha contribuito ad abbattere i valori e a vandalizzare gli ideali, ad elevare la televisione a Verbo, a lasciare i figli soli in un mare anaffettivo, sacrificandoli sull’altare della competitività e delle ambizioni personali?
Il vero timore dei rappresentanti del buon senso sta nel guardarsi allo specchio e vedere riflessa l’ombra di un ragazzo incappucciato che lancia un sampietrino. Hanno plasmato una generazione costretta a fermarsi sul presente, che pretende a gran voce ciò di cui ha bisogno, e ne hanno paura, poiché sanno quanto egoismo e quanta indifferenza verso il prossimo può stare in una simile attitudine. Dopo il Sessantotto e la militanza degli anni Settanta, dopo il crollo delle ideologie, dopo aver fatto tesoro della corruzione materiale e morale, si trovano a dover competere con chi è nato e cresciuto tra cinismo e spregiudicatezza. E non sono abituati.
Ma tant’è.
Dalla parte dei cattivi ufficiali, quelli che senza indugio hanno seguito la lezione del Grande Vecchio, fioccano nel frattempo le provocazioni (ma senza pala, per la serenità di Repubblica):
Alfredo Mantovano, che sarebbe tra le altre cose un magistrato, ha proposto il Daspo per i manifestanti, riducendone le istanze a tifo da curva. Il mite terrorista Gasparri, asciugata la bava agli angoli della bocca, di fronte alle telecamere ha alzato la posta offrendo una pacifica soluzione alla cilena: e perché non un bell’arresto preventivo?
Maroni valuta. Forse tenterà un colpo da maestro: introdurre la tessera del manifestante, dopo quella del tifoso. In tal modo prenderebbe due piccioni con una fava; da un lato schedare chi partecipa ai cortei, dall’altro assicurarsi che chi distrugge un bancomat, lo faccia almeno in maniera indolore, con una carta di credito in tasca.
Un’ottima mossa, che piacerebbe al paese.

S. Patrizio
Finalmente materiale di prima mano da riportarvi e non insulsa dietrologia sensazionalista, che pur tanto io amo. Cercherò di adottare uno stile più asettico e almeno parzialmente scevro del mio nobile livore da commentarista, altra cosa per la quale stravedo. Mattinata burocratica. Sveglia all’alba con l’ingenua presunzione di guadagnare tempo, evitando traffico e, forse, file e persone logore d’attese lì dove ci sentiremo ancora una volta scorati e molli elementi di un ingranaggio in putrefazione, se mai è stato salubre. Ma che ci avevate creduto davvero a questa cosa che sarei stato scarno ed essenziale? Amori miei!
Io e la mia dolce metà (si, ne ho una anche io) ci rechiamo al Policlinico Umberto I. Dopo numerosi e vani tentativi di parcheggiare almeno in prossimità dell’edificio nel quale dovremmo entrare, rinunciamo lasciando la macchina in un posto in fondo equidistante rispetto a quello dal quale proveniamo (e non siamo dirimpettai della struttura ospedaliera in questione). E’, ça va sans dire, un posteggio a pagamento. Pazienza!
Dopo circa dieci minuti di attenta ricerca di un parcometro funzionante decidiamo di osare. Rotti gli indugi, abbandoniamo l’autovettura e “hai visto mai?” che la fortuna ci arrida e ci preservi dal flagello dei vigili urbani: con il loro blocchetto di multe si illudono di abbindolarci millantando una inverosimile appartenenza alla specie umana. Lo sappiamo che siete degli infidi alieni! Di certo c’è che si tratta per noi solo di un certificato, dovrebbe in fondo essere cosa breve e indolore. Oh come ci illudemmo!
Dopo aver pagato il ticket per la prestazione medica in termini di succedersi di ere geologiche, lo dico con orgoglio, estremamente contenuti, ci rechiamo, attraverso il dedalo di meandri e anfratti di incompetenza che armonizzano la struttura, lì dove lo studioso di scienze mediche dell’occasione ci attende per espletare abilmente la sua funzione. Oh quelle surprise! Egli non è ancora in sede e, d’altronde è cosa nota, noi non lavoriamo mica e quindi abbiamo tempo da scialare. Una volta giunto, rinunciamo da subito a capire quale è il meccanismo che porta all’avvicendarsi di persone, senzienti o meno, all’interno della sua stanza.
Noi siamo l’attesa. Noi siamo la sfiducia. Noi siamo l’ira sopita e ahimè non funesta.
Cominciamo a temere che, per quanto il quoziente intellettivo dei vigili sommato a quello degli ausiliari del traffico della zona sia probabilmente inferiore a quello di una comune pianta grassa (e guardate che ad alcune di esse ho visto fare cose davvero ragguardevoli), stiamo davvero offrendo troppo il fianco. Unire al danno del ritardo burocratico quello della beffa di una multa ci sembra insopportabile. Prendiamo una decisione. Sembra che la mia dolce metà sarà la prossima ad entrare nell’antro medico, così io decido di precederla andando a recuperare la macchina per poi aspettarla, plausibilmente in quintupla fila, all’uscita dell’edificio. Fini strateghi siamo.
Progetti e loro attuazione vivono sovente in totale distonia.
Recupero la macchina incolume dagli ultracorpi vigileschi, la conduco in salvo dove convenuto e comincio ad attendere l’arrivo dell’altro componente del mio esercito privato con un occhio rivolto agli specchietti retrovisori. Mai abbassare la guardia. Specie quando si è in ottava fila e in prossimità di un cancello dal quale escono ed entrano anche ambulanze. L’attesa si protrae. Il telefono trilla. Pessime notizie. Il medico deve aver accettato una sfida all’ultimo sangue a parcheesi con il paziente in stanza. Non lo lascerà andare finché non sarà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua superiorità tattica. Interromperlo sarebbe da parte nostra davvero indelicato.
D’accordo. In fondo abbiamo raggiunto delle posizioni estremamente difendibili. Avverto il comando, ovvero il nostro ufficio, che, nonostante tutto, contiamo di contenere le perdite e riuscire a raggiungere le nostre postazioni in un tempo degno. Ed è allora che si verifica l’accadimento per il quale ho deciso fin qui di tediarvi con il mio racconto.
Una di quelle vetture che tutti noi abbiamo imparato a conoscere con l’affettuoso nomignolo di auto blu, una Lancia Lybra dal peso specifico di quattro tonnellate e mezzo con deliziosi vetri fumè, sopraggiunge, incurante di ogni qualsivoglia concezione di intralcio del traffico, accodandosi alla mia macchina (della quale non possiede il contenuto ingombro) e costringendo praticamente ogni vettura di passaggio per la via o in uscita dal detto cancello a tortuose e delicate manovre. Dalla parte anteriore dell’economico mezzo di trasporto escono l’autista e, lato passeggero, un corpulento signore dalle evidenti movenze militaresche che si posiziona, attento e reattivo, di fronte alla porta posteriore sul suo stesso lato. Dallo sportello posteriore sul lato opposto fuoriesce invece una gradevole signora bionda che, ricette mediche e prescrizioni alla mano (ho fatto bene ha farmi installare l’occhio bionico del Colonello Steve Austin, una volta che lui si è ritirato dalle scene del supereroismo, l’ho preso davvero ad un prezzo irrisorio) sgaiattola rapace all’interno dell’ospedale. La curiosità è donna ma anche un po’ uomo, e così comincio voyeuristicamente a sbirciare per cogliere l’identità del personaggio rimasto in macchina. Da dove sono riesco solo a cogliere un incipiente pelata e una vistosa benda su un occhio. Che sia un pirata? Sicuramente lo è, ma chi esattamente? Un istituzionale Sir Walter Raleigh o un sovversivo Long John Silver?
Cinefilo mi perdo ad ammirare le movenze della guardia del corpo. Mi sorprendo a pensare all’attento studio attoriale che Kevin Costner deve aver affrontato per interpretare l’omonimo film (nda - omonimo rispetto alla guardia del corpo e non rispetto a Kevin, d’accordo?) che tra l’altro segnò incontrovertibilmente il suo declino come sex symbol e quello di Whitney Houston come (come che?). In ogni caso il personaggio nell’auto non sembra intenzionato ad abbandonare la sua sicura e protetta condizione.
Mi viene in aiuto il ritorno della sua graziosa emissaria, graziosa come solo alcune donne radical chic sanno essere, dissimulando abilmente attraverso una artefatta sobrietà il loro apparente distacco dal modello di donna procace e insulsa dominante l’immaginario collettivo occidentale. Si avvicina, con in mano quelle che sembrano essere confezioni di medicinali e accessori medicali, allo sportello fino ad allora rimasto chiuso.
Arrivato al dunque sarò breve. Dico davvero. Lo sportello si apre, l’uomo tira fuori le gambe come per scendere ma rimane seduto in macchina. Ora io posso vedere. Sono a pochi metri. Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera. Ha una benda su un occhio. La donna gli consegna le medicine in una bustina, gli restituisce dei fogli. Poi si avvicina e sicura, con piglio da professionista, si approssima alla sua benda, la rimuove velocemente e con della garza in mano esegue quella che può sembrare una blanda medicazione. Tutto dura poco. La benda viene riapplicata. Fausto finalmente si alza, a fugare un qualunque dubbio di una sua presunta incapacità di muoversi con facilità. Saluta e ringrazia la donna con fare giovanilistico (ciaociao, graziegrazie). La donna rientra velocemente nell’ospedale. Il politico e la sua scorta nella lussuosa macchina ripartono velocemente.
Io aspetto ancora per un po’ il ritorno della mia amata metà che, dimenticavo, è incinta.
Uno dei tanti omini, non diamogli meriti o responsabilità troppo grosse, grazie ai quali passiamo amabilmente le nostre vite a fronteggiare il declino. Cosa avrà mai dovuto fare per non poter perdere, settantenne e in pensione per quanto ne sappiamo, un’oretta del suo prezioso tempo. Se solo sapessi che il tutto dipende dalla partecipazione all’ambita finale del torneo di bocce del Centro Anziani di Tor Pignattara, oh quanta poesia in quel gesto, oh quanta requie troverebbe allora la mia anima!
Tutto ciò è avvenuto intorno alle dieci di questa mattina. Chissà se Fausto - attualmente Presidente della Fondazione Camera dei Deputati XVI Legislatura (sic) -, qualora fosse stato ancora parlamentare, si sarebbe recato alla votazione per la fiducia all’attuale maggioranza di governo avvenuta in mattinata. E chissà in verità cosa avrebbe votato. E chissà se la cosa faccia poi alcuna differenza.
Paolo