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	<title>Commenti a: Ma n’era mejo na vorta? Alambicchi &#38; Alabarde</title>
	<link>http://intersettiva.it/2010/01/22/ma-n%e2%80%99era-mejo-na-vorta-alambicchi-alabarde/</link>
	<description>Legno, lava, lavagna, livore e Lavoisier. E non dite di non sapere il perché. Voltandosi ha intravisto il motivo. "Odore di specchio" pensò... ________________________________________________________ Il tuo semi-quotidiano di Alta Dietrologia Applicata</description>
	<pubDate>Sat, 19 May 2012 17:24:19 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Paolo</title>
		<link>http://intersettiva.it/2010/01/22/ma-n%e2%80%99era-mejo-na-vorta-alambicchi-alabarde/#comment-415</link>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 20:16:11 +0000</pubDate>
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		<description>Dalla metà del ‘500 e fino a non molto tempo fa, ci siamo fidati, in maniera piuttosto pedissequa, delle carte geografiche di Gerardo Mercatore. Le carte in questione hanno formato e conformato il nostro immaginario.  Sappiamo bene con che ricadute in termini di eurocentrismo e colonialismo ad esempio. Addirittura fino a non molto generazioni fa e prima dell’avvento delle comunicazioni di massa, quelle cartine e la loro rozza resa tridimensionale nel mappamondo, sono state l’unico parametro di raffigurazione e percezione della nostra grossolana collocazione nella realtà fisica che abitiamo. Direi un paradigma stesso della tendenza alla sostituzione di un territorio con una mappa. 
Poi è arrivata la geopolitica, la geofisica, la geografia antropica. E’ arrivata anche la tecnologia. Rilevazioni satellitari, misurazioni prima impensabili per precisione, possibilità di rilevazione del minimo mutamento intervenuto e sua correzione praticamente in tempo reale. Abbiamo ibridato tutto con la statistica, le potenzialità della grafica e della Rete, e abbiamo ottenuto una gamma di possibili rappresentazioni e loro relativa divulgazione come mai avremmo immaginato. Eppure l’output che ne ricaviamo è pur sempre un modello. Un modello sempre più fedele, ma sempre un modello. E noi sempre con quello abbiamo a che fare. Una mappa sempre più dettagliata, ma tutto sommato sempre meno potente, in termini di influenza sulle nostre percezioni (ma vorrei dire con un’incidenza minima sulle nostre azioni nel reale). Ovvero il nostro immaginario si è ridimensionato, sappiamo ad esempio che l’Africa, territorialmente parlando, è ben più grande di come ci hanno fatto credere per tanto tempo (nella convinzione ipocrita - e in questo ancora pagana - che in qualche modo anche solo credere a una potenziale minaccia, potesse renderla più vera e pericolosa). Sappiamo anche (grazie al mappismo intersettivo) che, se i parametri presi in considerazione sono altri, la rappresentazione risultante di tutto il continente africano rispetto al ghiotto Occidente può essere più piccola di quella della pianta catastale di casa nostra rispetto a quella della reggia di Versailles. 
Ma il punto vero qual'è? E’, a mio avviso, che sappiamo tanto di più e che con questo tanto di più ci facciamo davvero ben poco. Perché sempre di un modello da maneggiare abbiamo bisogno, un modello preciso, ma non indistinguibile (che la realtà quella vera, ci fa pure un po’ paura) :  è cambiata solo la nostra capacità di selezione degli elementi da inserire nel modello di rappresentazione (o almeno la capacità di selezione di qualcuno). La capacità di raccogliere gli elementi funzionali alle nostre esigenze.
Ora dobbiamo immergerci nell’ambito musicale. E credo con dei distinguo. Se l’unica applicazione della famosa chitarra senza corde fosse quella di inserirsi nella realtà di un videogioco, realtà macchinica creata e auto conclusa (ma cosa ne facciamo dei giochi che si sviluppano in rete e si accrescono e rinnovano al di là di ogni possibile previsione?), potrei in qualche maniera avvicinarmi al timore di un’intelaiatura predefinita della creatività. Oppure al problema (questo si più spinoso) che l’emulazione e la proiezione “guidata” in una realtà che la natura stessa della chitarra ci porta a percorrere (perché in sostanza far finta che le corde ci siano se invece non ci sono?)  possano in qualche modo abbassare la soglia di quei vincoli indispensabili alla creatività da cui questa discussione è partita. 
Ma tale chitarra sembra invece concepita per essere eventualmente integrata in un qualsiasi contesto musicale con strumenti acustici, elettrici o elettronici che siano. E allora dov’è il rischio? L’emulazione di un modello preconfezionato anche da parte di chi quella porzione di realtà non ha mai sondato prima? E chi è che dopo cinque minuti della prima lezione di chitarra (se mai ci sono stati) non ha almeno provato a “schitarrare” violentemente come la più consumata delle rock-star. In questo caso le dita cercheranno delle corde che non troveranno a restituirgli infide la realtà della loro incapacità. Beh, per prima cosa, come sempre nel caso della tecnologia, è solo questione di tempo. E se le dita non troveranno niente ad “ostruire” la loro corsa, faranno qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. E non solo quella prima volta, ma tutte le volte, e tutte le volte qualcosa di diverso moltiplicato per ognuno di quelli che abbiano nella vita fatto questa esperienza.  
Il giudizio sulla concretizzazione prodotto dell’interazione tra utilizzatore da una parte, di qualsiasi grado di istruzione in merito egli disponga e di qualsiasi forma di esternazione scelga,  e strumento dall’altra, di qualsiasi foggia o generazione evolutiva esso sia (non c’è in alcun caso garanzia di una qualità che, comunque, non può essere definita a monte), rimane invece (ahimè) insindacabile o quantomeno soggettivo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla metà del ‘500 e fino a non molto tempo fa, ci siamo fidati, in maniera piuttosto pedissequa, delle carte geografiche di Gerardo Mercatore. Le carte in questione hanno formato e conformato il nostro immaginario.  Sappiamo bene con che ricadute in termini di eurocentrismo e colonialismo ad esempio. Addirittura fino a non molto generazioni fa e prima dell’avvento delle comunicazioni di massa, quelle cartine e la loro rozza resa tridimensionale nel mappamondo, sono state l’unico parametro di raffigurazione e percezione della nostra grossolana collocazione nella realtà fisica che abitiamo. Direi un paradigma stesso della tendenza alla sostituzione di un territorio con una mappa.<br />
Poi è arrivata la geopolitica, la geofisica, la geografia antropica. E’ arrivata anche la tecnologia. Rilevazioni satellitari, misurazioni prima impensabili per precisione, possibilità di rilevazione del minimo mutamento intervenuto e sua correzione praticamente in tempo reale. Abbiamo ibridato tutto con la statistica, le potenzialità della grafica e della Rete, e abbiamo ottenuto una gamma di possibili rappresentazioni e loro relativa divulgazione come mai avremmo immaginato. Eppure l’output che ne ricaviamo è pur sempre un modello. Un modello sempre più fedele, ma sempre un modello. E noi sempre con quello abbiamo a che fare. Una mappa sempre più dettagliata, ma tutto sommato sempre meno potente, in termini di influenza sulle nostre percezioni (ma vorrei dire con un’incidenza minima sulle nostre azioni nel reale). Ovvero il nostro immaginario si è ridimensionato, sappiamo ad esempio che l’Africa, territorialmente parlando, è ben più grande di come ci hanno fatto credere per tanto tempo (nella convinzione ipocrita - e in questo ancora pagana - che in qualche modo anche solo credere a una potenziale minaccia, potesse renderla più vera e pericolosa). Sappiamo anche (grazie al mappismo intersettivo) che, se i parametri presi in considerazione sono altri, la rappresentazione risultante di tutto il continente africano rispetto al ghiotto Occidente può essere più piccola di quella della pianta catastale di casa nostra rispetto a quella della reggia di Versailles.<br />
Ma il punto vero qual&#8217;è? E’, a mio avviso, che sappiamo tanto di più e che con questo tanto di più ci facciamo davvero ben poco. Perché sempre di un modello da maneggiare abbiamo bisogno, un modello preciso, ma non indistinguibile (che la realtà quella vera, ci fa pure un po’ paura) :  è cambiata solo la nostra capacità di selezione degli elementi da inserire nel modello di rappresentazione (o almeno la capacità di selezione di qualcuno). La capacità di raccogliere gli elementi funzionali alle nostre esigenze.<br />
Ora dobbiamo immergerci nell’ambito musicale. E credo con dei distinguo. Se l’unica applicazione della famosa chitarra senza corde fosse quella di inserirsi nella realtà di un videogioco, realtà macchinica creata e auto conclusa (ma cosa ne facciamo dei giochi che si sviluppano in rete e si accrescono e rinnovano al di là di ogni possibile previsione?), potrei in qualche maniera avvicinarmi al timore di un’intelaiatura predefinita della creatività. Oppure al problema (questo si più spinoso) che l’emulazione e la proiezione “guidata” in una realtà che la natura stessa della chitarra ci porta a percorrere (perché in sostanza far finta che le corde ci siano se invece non ci sono?)  possano in qualche modo abbassare la soglia di quei vincoli indispensabili alla creatività da cui questa discussione è partita.<br />
Ma tale chitarra sembra invece concepita per essere eventualmente integrata in un qualsiasi contesto musicale con strumenti acustici, elettrici o elettronici che siano. E allora dov’è il rischio? L’emulazione di un modello preconfezionato anche da parte di chi quella porzione di realtà non ha mai sondato prima? E chi è che dopo cinque minuti della prima lezione di chitarra (se mai ci sono stati) non ha almeno provato a “schitarrare” violentemente come la più consumata delle rock-star. In questo caso le dita cercheranno delle corde che non troveranno a restituirgli infide la realtà della loro incapacità. Beh, per prima cosa, come sempre nel caso della tecnologia, è solo questione di tempo. E se le dita non troveranno niente ad “ostruire” la loro corsa, faranno qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. E non solo quella prima volta, ma tutte le volte, e tutte le volte qualcosa di diverso moltiplicato per ognuno di quelli che abbiano nella vita fatto questa esperienza.<br />
Il giudizio sulla concretizzazione prodotto dell’interazione tra utilizzatore da una parte, di qualsiasi grado di istruzione in merito egli disponga e di qualsiasi forma di esternazione scelga,  e strumento dall’altra, di qualsiasi foggia o generazione evolutiva esso sia (non c’è in alcun caso garanzia di una qualità che, comunque, non può essere definita a monte), rimane invece (ahimè) insindacabile o quantomeno soggettivo.</p>
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