Vi raccontiamo una storia a fumetti. Non siamo granchè bravi a disegnare. Quindi le vignette mettetecele voi. Con la fantasia.
Qualche giorno or sono, la Sottosegretaria alla Salute, Eugenia Roccella, non ha di meglio da fare che leggere un fumetto. Facciamo subito una premessa. Leggere un fumetto non è certo un’attività degradante o di serie B. I fumetti sono opere letterarie a tutti gli effetti, e pur con alterne vicende e livelli di qualità (diciamo fisiologici, vista la durata di alcune testate), molti fumetti nostrani sono stati storicamente veicoli di dibattito culturale e a volte sociale di buon livello.
Quindi, pur se ci riesce difficile credere che la Sottosegretaria in questione si stesse concedendo, dopo un’estenuante giornata di lavoro e di febbrili pensieri e successi inanellati in sequenza (del tipo - Oh, finalmente sono riuscita a capire come sia possibile che apparecchiature di ultima generazione languiscano in abbandono nei magazzini di molti ospedali! oppure - Beh, bisogna proprio dire che le campagne per la sensibilizzazione alla donazione degli organi stanno finalmente portando ad un incremento delle adesioni! - o ancora - Si, finalmente abbiamo sconfitto l’ HIV! - d’accordo, ci siamo lasciati prendere la mano) una lettura erronemante ritenuta leggera ma comunque rinfrancante, non saremmo certo noi a criticare la possibilità che un politico italiano si cimenti nel faticoso confronto con uno di quei misteriosi oggetti di varia foggia e natura che ricadono nella categoria anche detta dei “libri!” (E non si spaventi Gasparri!).
Ma torniamo alla nostra storia. La Roccella, di fronte alla copiosa scelta che le si para innanzi in edicola, sceglie di comprare Dylan Dog, ormai classico dei classici. Il titolo promette bene: “Mater morbi”. Per una vecchia radicale ora beghina ultraconservatrice, quel titolo suona come un’attrattiva irresistibile. “Sarà un qualcosa di cattolico”, gioisce la Roccella, mentre di sfuggita annuisce ai titoli dei quotidiani che riportano l’invocazione del pontefice all’evangelizzazione di Internet. Stiamo vincendo su tutti i fronti, si congratula con la sua stessa malafede la nostra protagonista. E invece no! Apriti, cielo. Dylan Dog in un letto d’ospedale, un medico che vuole “staccargli la spina”, le riflessioni sull’accettazione del male, sulla fine delle sofferenze. Ah, maledetto Sclavi creatore scettico sul Creatore, maledetto Roberto Recchioni sceneggiatore malato che parla di malati, volevate fregarmi - pensa l’innocente Eugenia. Questi sono temi delicatissimi, temi sensibili per chi si occupa a livello istituzionale di bioetica (pur essendo ricercatrice di Lettere, ma questo e’ un dettaglio da polemici rompicoglioni, ovvio). Soprattutto sono temi miei, ringhia e rotea gli occhi Eugenia. Qui sento odore di eutanasia, di senso critico, di dibattito educato e relativista, pronto a sentire le ragioni dell’altro. La misura è colma. Ora vi sistemo io! E allora giu’ di mannaia, filippica populista contro libertà di pensiero e di espressione, abissale e frainteso abuso di potere politico e mediatico di una classe di ingordi rappresentanti del potere con nessuna possibilità di reale comprensione del dolore di ogni singolo.
La storia, come troppe storie italiane ultimamente, finisce in una miriade di smentite, ritrattazioni e aggiustamenti di tiro, con la solita retorica da panico improvvisato e l’ammissione di non aver nemmeno letto lo scandaloso albo in questione. Ma dopo aver mostrato ancora una volta i denti.
Noi, dal canto nostro, non possiamo che domandarci perche’ un Sottosegretario alla Salute che abbia autorizzato l’acquisto degli inutili vaccini contro l’influenza A dovrebbe avere una crisi isterica davanti ad un fumetto? La nostra ipotesi è che Eugenia Roccella si sia semplicemente servita del primo pretesto capitatole a tiro per aprire una polemica - riflessione no, ci sembra troppo, scusate - riguardo l’eutanasia.
Vorremo poter dire che la politica di molti uomini e donne di governo è irreparabilmente giunta ad uno stadio fumettistico. Ma ci piace credere che Recchioni, invece, sia stato bravo nel cogliere in anticipo la differenza, regalandoci un fumetto a misura di politico. Fumetto la cui lettura ci permettiamo comunque di consigliare a tutti.
S.Patrizio con la sempre più amichevole (e non solo) partecipazione di Carolina Scintilla

17:35 - 25-1-2010
Carolina mon amour
22:20 - 25-1-2010
Non ho letto “Mater morbi”, non sono un fan di Dylan Dog e in ossequio ai principi empiristi del mio caro e vecchio amico Longfellow non mi pronuncerò per ora sul galeotto albo a fumetti. Qualche riflessione però la faccio su alcune affermazioni della Roccella che potete trovare qui: http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_25/dylan_dog_roccella_sottosegretario_43392f70-09c2-11df-bcb3-00144f02aabe.shtml
“solo la salute garantisce la nostra qualità umana, e forse la nostra dignità di persona”. Inorridisce la Roccella al solo pensiero di questa affermazione, zelante e pia qual’è. Se tale fosse stato il tono del “grande Dylan” allora la Roccella non avrebbe potuto ritrattare e rimangiarsi ciò che invece, prima di leggere il fumetto, ha detto alla stampa.
Al contrario del vigile Sottosegretario, credo che la salute sia la garanzia delle nostra dignità umana nella misura in cui è necessaria per la corretta funzione del nostro corpo e della nostra mente, fondamentale condizione perché il diritto di scegliere liberamente il proprio destino sia di fatto accessibile a ognuno di noi. Quindi potremmo dire che in tutti quegli stati di salute in cui non possiamo riconoscere i termini di una scelta e quindi non possiamo scegliere perdiamo la dignità di esseri umani. In tali casi ci riduciamo a macchine che simulano l’umanità, in completa balia delle scelte altrui. Scelte che di fatto prevaricano il libero arbitrio e la libertà di coscienza degli sventurati malati. Diventiamo macchine, automi, legati alla necessità naturale in cui l’unica differenza fra vivere e morire è una differenza biochimica e null’altro. In casi del genere l’unica cosa di umano che rimane è la presunzione dei familiari o di tutti coloro che si ergono a giudici, vedendo nella libertà pienamente accettata in tutte le sue conseguenze e responsabilità una paura atavica.
La Roccella deve essere affetta da tale paura, deve essere terrorizzata dal doversi sobarcare interamente il peso delle proprie scelte. Per questo motivo crede che si possa essere umani anche lasciando che qualcuno o qualcosa d’altro scelga al nostro posto. La Roccella è talmente terrorizzata che fa della malattia un inevitabile e ineluttabile ‘dono’ del destino contro il quale nulla gli uomini possono fare, se non affidarsi alle amorevole cure del serivio santario della Repubblica. Si consola la Roccella con una rozza accettazione dell’esser nati per soffrire e con un a-dio-piacendo non può far altro che sperare.
Vende speranze la Roccella. Spera che si migliori il rapporto fra medico e paziente, spera che noi si accolga quieti il limite dato da una saggia e paternalistica mano divina, spera forse di non trovarsi mai attaccata a un respiratore.
Illuse speranze di un cuore vigliacco che non sa cosa vuol dire essere umano e si incaponisce - testarda! - perché tutti noi possiamo condividere tale sua triste ignoranza.