Gennaio 2010Archivi

Gen 25

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 Bill Owens - Suburbia

Sgocciola qualcosa d’opaco dall’edera.
Il giardino è un impiastro d’erbacce e la piscina una pozza marrone, il vicino ci ha buttato dentro dei pneumatici da trattore.
Non sono più tornato e le cose si sono guastate. L’albero grande è morto.
Sono stanco, c’è ancora l’altalena, le catene sono sottili ma mi tengono.
Sul portico il dondolo è ancora intatto.

La rimetterò a nuovo, vedrai
staremo bene.

Lyndon

Gen 23

Può piacere o non piacere, emozionare o annoiare. Un film, come un disco, è sempre legato alle singole sensibilità, alle capacità ricettive, ai momenti e agli stati d’animo. Si può convenire sulla bellezza o sulla sapienza tecnica di una qualsiasi opera, provando nello stesso tempo un profondo fastidio legato a fattori personali.

Non voglio giudicare Baaria. Voglio evidenziare l’articolo di Alessandra Mammì, che mi trova d’accordo. Scartata la (neanche tanto) velata polemica nei confronti di Medusa, l’analisi centra il bersaglio ed è estendibile a buona parte delle pellicole prodotte in Italia oggi. Nello specifico, si parla di un kolossal che sa di polpettone ed è costato quanto una manovrina finanziaria. Doveva essere la punta di diamante del cinema italiano e, invece, ha ottenuto qualche tiepido commento e continue esclusioni dai premi più importanti.

Baaria” è un suono antico, una formula magica, una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il mio film più personale. Una storia divertente e malinconica, di grandi amori e travolgenti utopie. Una leggenda affollata di eroi…“. Non ce l’ho con Tornatore, ma solo per aver pronunciato queste parole merita di restare con un palmo di naso. Troppo presuntuoso, con buona pace di chi, sentendo il suo nome, si inginocchia e si fa il segno della croce.

E naturalmente si potrebbe continuare, citando autori/registi che girano sempre la stessa storia e attori che interpretano sempre la stessa parte. Un circoletto autocompiaciuto ed autoreferenziale. Come minimo comun denominatore, un “grande” cinema intimista, arrogante, ripiegato sul sentimentalismo di maniera.

Sarà un caso se vive una crisi profonda e se l’ultimo regista italiano a ricevere un Oscar è stato lui? Forse no.

Ridateci un po’ d’innocenza perduta.

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S.Patrizio

Gen 22

L’autoproclamatosi Comitato per la Promozione del grigio e sterile Intellettualismo di Intersettiva, si permette di segnalare/consigliare vivamente a tutti i nostri fedeli lettori la scaltra ed eterogenea, nonchè sterile, discussione in forma di commenti scaturita da questo post, invitando altresì, coloro i quali volessero, a proseguirla in questa sede. I commenti sono a fondo pagina del post indicato. Sono previsti premi per chi ne completerà, senza troppe eruzioni blasfeme, la lettura.

Intersettiva la (stolida) dotta

Gen 21

Quel bimbo di quattro anni con i genitori latitanti”. Svezzamento a minestrine e pallottole, soldi trafugati in vista di operazioni terroristiche nascosti nei pannolini. Insomma roba che il libro cuore con Franti e Garrone in realtà sembra il solito cinepanettone dei Vanzina. La Repubblica ci intrattiene con “la vita e le opere” di Manolo Morlacchi, presunto brigatista figlio di brigatisti, immalinconendola con un tocco calvinista che non guasta mai.

La Stampa sceglie, invece, un titolo tra l’epico ed il plumbeo, senza sposare però l’elogio della sconfitta che sulla Colombo va tanto forte.

Tutti i quotidiani sembrano sottolineare una linea dinastica, un ineluttabile destino. La carriera terroristica di Manolo Morlacchi somiglierebbe a quella di un qualunque figlio di notai, insomma. Si ripercorre in breve la vita del padre, Pierino, ex star rivoluzionaria del popolare quartiere Giambellino di Milano.  E si ha la sensazione che sotto sotto Manolo sia anche raccomandato, diciamolo, dal momento che è archivista e storico (ma guarda te le coincidenze) nonché autore di un libro sui genitori.

Un dato emerge visibile. La cifra stilistica prescelta dai vari giornali è la narrazione del banale fatto di cronaca. “Chi”, l’odioso rotocalco televisivo “Verissimo” ma anche il mensile del Grande Fratello non avrebbero scelto altra strada comunicativa. Nessuna analisi critica dal punto di  vista politico, anzi quasi una sentita partecipazione ai problemi adolescenziali che si possono avere quando “a quattordici anni si  sono conosciute tutte le carceri speciali d’Italia” (figata, eh?!).

Il risultato è che in Italia, se si vuole fare po’ di sano brigatismo, si deve avere il pedigree. Viene quasi da domandarsi: come mai Pierino, come già fece l’eccellente Pierluigi Celli con il figlio neolaureato, non ha consigliato a Manolo di spostarsi all’estero per “brigatisteggiare” meglio - figlio mio, cosa pensi di fare ora? Il mercato ideologico italiano ormai è in crisi, non ci sono più gli ordigni  e i commandi di una volta … e ho sentito dire che a Tonga i terroristi li pagano molto di più che qui! Se vuoi, faccio un paio di telefonate e vedo se troviamo un’aiutino… -

Meno predestinato del primo, ma degno di nota, l’altro uomo arrestato, Costantino Virgilio, autore del famigerato “Manuale del perfetto terrorista”. Nel manuale, così come ci viene spiegato con dovizia di particolari, si consigliavano scaltrezze degne del miglior “James Bond de noantri“: utilizzo esclusivo di file .txt per gli appunti, cifratura della posta attraverso PGP, connessioni sicure da computer non personali. Se non fosse che ci hanno preceduti, avremmo provveduto noi profani della rete a ridicolizzare questo segretissimo apparato informativo. E poi, d’accordo il digital divide e la disalfabetizzazione informatica del paese, però insomma… che cosa si aspettavano? Che gli affiliati mandassero email da indirizzi tipo m.morlacchi@nuovebrigaterosse.it? Eh?

Ma, a stringere, il cruccio che resta è uno: che cosa farebbero esattamente queste Nuove Brigate Rosse? A chi si rivolgerebbero? Ci dicono che esiste un collegamento organico tra città e persone. Sarà, ma l’attacco al cuore dello Stato è lontano. Se le vecchie BR tentavano, anche in clandestinità, di allargare i propri contatti nelle scuole e nelle fabbriche in vista di una rivolta sociale contro lo Stato borghese, le nuove non si preoccupano affatto di questo aspetto, come insegnano i “vecchi” Renato Porcile e Luigi Fallico.

Agiscono come un gruppetto isolato. Hanno obiettivi immediati, estemporanei. Vorrebbero essere delle avanguardie servendosi però di slogan desueti, di concetti vetusti, di analisi astratte. Il proletariato di oggi è costituito per lo più da immigrati, ai quali tutto interessa tranne che imbracciare un mitra (perchè l’hanno già fatto, magari, e anche per motivi più seri). I molti italiani che rimangono sono corresponsabili dello stato di cose attuale. Proletari che si comportano da piccolo-borghesi, senza coscienza di classe, senza solidarietà, pronti a dare il voto alla Lega purché qualcuno li liberi dai poveracci, spesso stranieri, che appestano l’Italia. Rincoglioniti dalle televisioni e dai miraggi dell’arricchimento facile, hanno finalmente conquistato uno spazio importante e, con un’iperbole, si potrebbe dire che hanno raggiunto la dittatura tanto agognata negli anni 70.  E allora? Cosa vogliono  esattamente queste sedicenti nuove BR ? Mercedes sociali, Iphone equi e solidali, brunch collettivizzati, vestiti di D&G al popolo?

Le perplessità sono d’obbligo, quando a fare la rivoluzione sono i figli d’arte e gli amici degli amici.

S.Patrizio con l’amichevole collaborazione di Carolina Scintilla

Gen 20

Mentre al Senato approvano il processo breve sancendo la definitiva svolta autoritaria del governo. Mentre i democratici americani perdono il feudo kennedyano del Massachusetts mettendo in serio pericolo tutta l’agenda delle riforme della presidenza Obama (cosa dalla quale, nel migliore dei casi, si può trarre l’insegnamento che i cambiamenti epocali sono buoni solo per l’audience). La mia attenzione si focalizza - scioccamente, direte voi - solo sui dettagli che mi circondano.

Il nuovo film di Gabriele Muccino. Baciami ancora. Sottotitolo (immagino partorito da creativi strapagati): la storia di tutte le storie d’amore.

Ora  credo di poter accampare dei diritti. O meglio almeno uno in particolare. Illustro brevemente la situazione.

Regista dai meriti inconoscibili, o almeno ben nascosti, ma dalle responsabilità assai pesanti. Una fra tutte l’aver regalato al cinema italiano il fratello cerebroleso e compiaciuto di esserlo. Tralasciamo l’aspetto dell’arroganza (non autoproclamata, lo riconosco, ma accettata di buon grado - qualcuno deve pur fare questo sporco lavoro -) di ergersi ad interprete del “malessere del trentenne medio italiano”, quando tutt’ al più si può essere goffi affrescatori (e non ce l’ho con gli affrescatori) del ceto borghese simil-progressista e nepotista della città di Roma. Tralasciamo anche la reiterata perversione di concedere a  Stefano Accorsi la possibilità di esprimersi a livello umano e attoriale (isterico interprete di memorabili campagne pubblicitarie il cui unico merito è quello di aver impalmato la modella francese Laetitia Casta, il cui unico merito è, a sua volta, quello di essere bona). Insomma tralasciando tutti questi aspetti qui, che mi sono un po’ persa, ciò che resta è appunto il mio diritto. Quello di cui vi parlavo qualche riga addietro.

Il mio diritto è, in buona sostanza, quello di augurarmi (in questi giorni di melenso buonismo craxista) che Gabriele, o a limite Silvio - fa lo stesso - , Muccino venga prematuramente sottratto alle umane cure magari a causa di uno scontro automobilistico frontale con l’altrettanto valido Stefano Accorsi. Si, lo so cosa pensate adesso, che sono un po’ esagerata. Ma sapete come si dice, no? Melius abundare quam deficere! Beh, vale anche in questo caso. A me va bene anche se i due rimangono menomati a tal punto da non romperci mai più i coglioni con una qualsivoglia iniziativa di carattere cinematografico o di ogni altra natura comunicativa.

La vostra Carolina Scintilla

intersettiva.it