Feb 19

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Fra i commenti e gli articoli, scritti nel canonico stile moral-sensazionalistico, sugli scandali, sulla corruzione serpeggiante e sui fantasmi di una épuostouflante rentrée di Tangentopoli, il commento (dal sapore shakespeariano) di Giuseppe D’Avanzo su Republica on-line dà una esauriente panoramica della cloaca che si sta aprendo, dei miasmi che da essa si stanno posando sul Governo e, soprattutto, mette bene a fuoco l’anima autoritaria della “politca del fare”, anticamera della tirannia, che Berlusconi e famuli hanno preso come dogma politico di riferimento.

Certo, c’è chi si smarca, ricordando l’utopia dello Stato di diritto. Si tratta però, io credo, di un abile virtuosismo acrobatico, teso a evitare quanti più miasmi possibili e non di un convinto atto di lealtà verso l’illusione di ciò che il nostro Paese potrebbe essere.

Non possiamo ancora sapere quali sviluppi avranno gli scandali e la corruzione, a cosa porterà aver riso, essersi, avidi, sfregati le mani poco dopo la morte e la disperazione. Non sappiamo fino a che punto si alzerà l’olezzo e la puzza immonda della corruzione, sia essa legata ai grandi giri di potere, sia essa accoccolata di default alla vita quotidiana di ogni Amministrazione pubblica che si rispetti.

Non conosciamo cosa accadrà degli indagati, di chi è ora in carcere. A dire il vero - e v’assicuro che cerco di farlo nonostante tutto - non credo sia davvero importante per il nostro futuro concentrarsi sulla vicenda dei pesci piccoli o di media grandezza. Più importante e più inquietante è la superbia dell’autorità di fronte alla legge. L’automatica reazione di rispondere col fango nelle parole a un’inchiesta giudiziaria, pretendendo di far passare chi indaga come il primo e unico infangato, appellandosi a un’etica del potere allergico a qualsiasi vincolo che non sia quello dei suoi sacrosanti bisogni.

Ci si dice alluvionati quando si è accusati di corruzione, di aver taciuto il misfatto. E’ quasi noioso ormai assistere a questa reazione meccanica di chi ha anche il pur minimo potere. Diviene tutto così banale e fumoso che quasi iniziamo a credere realmente che la vittima in tutta questa corruzione è proprio il potere. Il potere che è colpito dalle invidie di piccoli uomini in toga, di piccoli funzionari di Stato che il potere vorrebbero togliere per goderne per sé. Iniziamo a credere che chi accusa l’autorità non lo fa per legalità e dovere ma solo per interesse e bramosia di primeggiare.

Così la banalità e la noia per la retorica del potere perseguitato da chi non lo possiede si trasforma in abitudine. Così scivoliamo impercettibilmente ma con convinzione ferrea dalla parte dei protettori, di chi ci garantisce la sicurezza, dalla parte dei salvatori a suon di miracoli contro qualsiasi emergenza. Allora ci dimentichiamo della legge perché vogliamo essere soltanto protetti. Vogliamo un uomo risoluto, un capo, una guida che ci porti oltre la tempesta, che sollevi le macerie e ci trovi i nostri cari perduti. Vogliamo protezione e non ci importa più quanto questa protezione sia in fondo civile.

E da cosa vogliamo proteggerci, quali sono i pericoli che ci terrorizzano?

L’elenco dei mali lo trovate in rete, sui giornali, in televisione. E’ un elenco martellante e non starò qui a dirvi una volta in più di cosa si tratta. Vi dirò invece ciò che credo sia la cosa da cui più ci guardiamo, quella che sta in cima alla lista ma che è difficile trovar rappresentata in giro. Si tratta della paura di cui ogni tiranno si nutre. La paura di avere la responsablità delle proprie scelte. La paura del nostro giudizio, della nostra coscienza. La paura di avere coscienza e giudizio.

La corruzione, dunque, prima che negli affari loschi, prima che negli imprenditori birbantelli alberga in noi stessi che lasciamo impunito il misfatto più grave: la morte senza urla di dolore, silente e narcotizzata della nostra coscienza tra le braccia dei nostri protettori.

Lyndon

5 commenti sino ad ora

  1. 1 Lyndon
    16:26 - 21-2-2010

    Sulla “politica del fare” aggiungerei anche la mappa di Ilvo Diamanti su Repubblica on-line : http://www.repubblica.it/politica/2010/02/21/news/ideologia-fare-2380694/
    e l’aggiungerei questa sua mappa perché mi dà l’occasione di fare una riflessione sull’analogia dello Stato-Azienda che l’opposizione a Berlusconi ha spesso utilizzato nelle sue critiche.
    In breve: Berlusconi che è il prototipo dell’imprenditore di successo, del vincente, in realtà non fa altro che governare questo Paese come ha fatto e continua a fare con il suo impero commerciale. Da ciò ne segue una cronica idiosincrasia per regole e vincoli che il premier considera inutili orpelli, anzi dei veri e propri ostacoli per il successo suo e del Paese.
    Ciò che mi chiedo è: perché tirare in ballo la natura imprenditoriale di Berlusconi per giustficarne l’odio verso le regole? Essere imprenditori vuol dire avere in spregio la democrazia e le leggi?
    Perché, più semplicemente, non dire che il modello a cui Berlusconi si rifa nel governare la Repubblica è un modello autoritario, tirannico e antidemocratico?
    Quale utilità ha mascherare tali tiranniche intenzioni dietro l’analogia dello Stato-Azienda?
    Io credo che il problema non stia nel fatto che Berlusconi voglia creare una Italia spa - iniziando dalla Protezione civile - il problema è che Berlusconi vuole creare un’Italia a sua immagine e somiglianza. Se d’analogia dovessimo parlare allora sarebbe più opportuno dire che Berlusconi vede lo Stato come uno specchio. Una superficie che rifletta le voglie, i bisogni le necessità del capo, che ne sia l’immagine perfetta e che quindi ne continui la gloria e ne celebri il potere.
    La nostra situazione, in quanto repubblica democratica, è molto più grave di quanto i problemi di un’infiltrazione mercantilistica nel pubblico possano rappresentare. Magari fosse soltanto questo. Avremmo di che discutere, di che confrontarci opponendo le diverse nostre opinioni sugli equilibri fra gli interessi pubblici e quelli privati. Magari fosse soltanto una questione del genere, perché allora vorrebbe dire che staremmo discutendo su come declinare la nostra Repubblica.
    Purtroppo ciò non è vero. Purtroppo la nostra Repubblica rischia la sua stessa esistenza democratica. E ciò non è dovuto al fatto che Berlusconi sia o sia stato un imprenditore di successo ma perché è un tiranno.
    Infine vorrei ricordare che le rivoluzioni borghesi, animate da una ristretta cerchia di mercanti e imprenditori, hanno dato vita alle democrazie liberali e costituzionali lottando contro l’ancien regime e costruendo un mondo fatto di leggi e regole, unici strumenti contro la tirannia.
    Ora, lungi da me l’ergermi a paladino della borghesia sia chiaro, ma forse prima di liquidarare un’azienda e le logiche che la governano come un luogo antidemocratico e dispotico, forse sarebbe meglio leggere più attentamente le fonti che si citano. Inoltre bisognerebbe fare i conti anche con un’altra realtà, tutta italiana e per ciò caratterizzante della classe imprenditoriale nostrana. Il fatto che nel nostro Paese la borghesia non si è mai ribellata.
    Allora, pensando allo zelo e al rispetto per la tradizione dei nostri borghesi, forse non dovremmo chiamarle aziende ma feudi, forse non dovremmo chiamarli imprenditori ma feudatari o signorotti. In questo modo l’analogia Stato-Azienda funzionerebbero meglio e le mappe che si disegnano sarebbero un poco più precise.

  2. 2 Saiola
    13:56 - 22-2-2010

    A proposito di signorotti e feudatari:
    http://www.youtube.com/watch?v=TYsg3ouzjvs

  3. 3 Saiola
    13:57 - 22-2-2010
  4. 4 Saiola
    14:15 - 22-2-2010

    Credo, diversamente da te mio amico Lyndon, che l’analogia Stato-Azienda sia assolutamente coerente e lo è nella misura in cui, nessuna azienda (almeno in questo paese) è mai stata realmente liberale o democratica.
    Tutte le formule organizzative aziendali, anche quelle più moderne ed “anglosassoni”, non sono liberali perché sono, più o meno, la diretta derivazione di formule organizzative militari.
    In Italia questo aspetto diviene ancor più insopportabile perché é condito da un marketing becero e da quattro soldi che, in ogni modo, cerca di dipingere la “sana logica del fare” come l’unica logica sensata e percorribile contro un mondo di “cialtroni” e “perdi tempo”.
    E’ la stessa logica che, sempre in azienda, anima tanti tipi rampanti che sembrano ogni giorno oltre modo indaffarati, che mandano le mail alle nove di sera e che, quando gli racconti cosa hai fatto durante il week-end ti rispondono guardandoti dall’alto in basso, facendoti sentire un irresponsabile depravato: “beato te che hai ancora tempo libero, da quando ho sto coso (il blackberry n.d.a.) non riesco a godermi neanche mezz’ora di tempo per me, sai il business”.
    In realtà questi mascherano, mascherano sempre, mascherano la noia personale e la mancanza di senso di un sistema economico che gira a vuoto e che è in grado di produrre, alla fine, solo disperazione.

  5. 5 Lyndon
    15:11 - 22-2-2010

    Le parole sul “suicidio” di Peppino Impastato sono la cosa migliore si potesse dire, la cosa migliore si potesse urlare. Mi viene in mente anche Dino Risi e il suo “In nome del Popolo italiano”, il finale: l’Italia vince contro l’Inghilterra una immaginifica finale di coppa del mondo - chi sa poi perché contro l’Inghilterra? - e il popolo per le strade di Roma impazza. Fra il popolo il giudice Bonifazi, che legge l’Unità e ha in spregio la società del capitale, vede il suo indagato, il suo nemico: l’ingegnere Santenocito, prima prete, poi signore altoborghese e nostalgico, poi parà, poi travestito. Il giudice sceglie la vendetta alla fine, sceglie di colpire il suo nemico e non di giudicarlo secondo la legge, non sceglie la giustizia - all’inizio del film cade in pezzi la Giustizia.
    Forse io sono affetto da ingenuità, come quella che crede di avere il giudice Bonifazi, quando pensa di non essere prevenuto, o come Impastato. Forse non voglio vedere fino in fondo la gerarchia militare delle aziende italiane perché cerco ancora un po’ di coerenza guardando a una storia che ho ascoltato soltanto io insieme a pochi altri.
    Perciò ho scelto di chiamarmi Lyndon. Immagino che questo nome mi ricordi sempre la speraranza di voler essere qualcun altro, di vivere in un altro posto, di appartenere a un altro Stato.
    Ingenua speranza.

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