Febbraio 2010Archivi

Feb 25

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Feb 24

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Il fantasma del 1994 è sempre più in salute e le analogie che richiama alla mente suggeriscono la corruzione che credevamo morta - addirittura alcuni di noi ci volevano convincere non fosse mai esistita se non nelle teste dei magistrati - e la soluzione, la panacea quasi divina di quei mali da Prima Repubblica: la discesa in campo del Cavaliere.

Per intenderci, il fantasma in questione non solo ci costringe a guardarci in faccia, per quel che siamo, ma ci ricorda anche che meriteremo qualcosa di nuovo, un altro salvatore senza macchia. Proprio come successe quando giunse chi riempì i vuoti di potere lasciati dallo scioglimento dei vecchi equilibri, quando dal fango sorse una nuova progenie di fiori e di funghi.

Il fango è tornato a coprire il giardino della Repubblica e ci si affretta a dividersi fra buoni e cattivi. Un baratro si sta aprendo e le forze che lo vorrebbero richiudere sguazzanno fra i bassi e nauseabondi umori rovesciati sulla pubblica piazza per l’occasione.

C’è chi ci ricorda però che rispetto a qualche anno fa il nuovo salvatore dovrà fare i conti con una realtà politica molto più frammentata. Chi aspira al trono di questa accozzaglia di feudi ora dovrà sentire molte più voci, accontentare molte più richieste e sfamare molte più bocche.

Il vuoto che si sta creando nella crisi ormai evidente dei due partiti che avrebbero dovuto trasformare in men che non si dica il panorama politico e civile degli Italiani è un vuoto in cui la periferia mangia il centro. Lo mangia con avidità e sembra non ne sia mai sazia. Il centro, lo Stato, da parte sua è senza controllo si lascia divorare quasi senza reagire o facendolo in modi sconclusionati e grotteschi.

Poi, da non perdere di vista chi fa da sempre proprio il motto divide et impera. Anche loro vogliono mangiare e se ne conoscono bene le non velate tendenze a cibarsi del corpo e del sangue di …

Fra poco festeggeremo 150 anni di unità. Sbrighiamoci! Ché almeno si possa godere della commedia.

Lyndon

Feb 23

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Feb 22

Come tutti, noi di Intersettiva, siamo bersagliati dal turbinio di messaggi di ogni natura, connotazione e provenienza a cui è possibile essere esposti in Italia durante una campagna elettorale, e non solo purtroppo. Non meravigli nessuno quindi se stamattina, spulciando in maniera certosina - come facciamo sempre d’altronde - tra le centinaia di migliaia di comunicazioni che nottetempo raggiungono le nostre caselle di posta elettronica, su una in particolare sia caduta la nostra attenzione.

Fin ora l’esternazione di ogni nostro “punto di vista” politico, ci permettiamo di dire, è stata improntata ad una, almeno tentata, equidistanza dagli animatori dell’attuale scenario politico italiano. E non per una saggezza superpartes che presuntuosamente vorremmo arrogarci, ma più semplicemente per la ferma convinzione che la (pure nostra) reintegrazione nelle dinamiche di interesse e partecipazione all’amministrazione della cosa pubblica (che poi sarebbe la politica e non lo diciamo certo noi, ma fonti un tantino più autorevoli), passi necessariamente per una (ri)scoperta della fruizione attiva delle informazioni disperse nell’etere (TV, Radio, Giornali e sempre più Internet) così da nutrire un senso critico solido e personale che è parte inalienabile di un giusto interesse e una corretta partecipazione al “vivere civile” del posto in cui si decide di risiedere (per molto o poco tempo, perché ci si è nati o ci si è arrivati, questo è davvero poco interessante). Sentirsi parte di una nazione dovrebbe a nostro avviso voler dire proprio questo. Nessuno a quel punto dovrebbe aver paura di proclamarsi nazionalista e facili catalogazioni da parte delle più disparate sezioni del ventaglio di ideologie che popolano le nostre vite, avrebbero allora poco senso di esistere.

Ovviamente non siamo i soli  a valutare questa linea di sviluppo. L’osservazione che le nostre forze politiche fanno della Rete in particolare (più pericolosa proprio perché per sua natura portatrice sana di senso critico) tasta il polso a questa situazione. I social network, che certo non sono la panacea di ogni male ma nemmeno i covi di odio e terrore che ultimamente si ama dipingere, sono ultimamente sotto il microscopio in maniera esemplare. La realtà è che ogni fonte e strumento di aggregazione di umane attività vanta nel corso della propria storia ed esistenza un numero di buone e cattive intenzioni e abitanti più o meno costante. In pratica, i coglioni esistevano già da molto tempo prima di facebook. Conseguentemente è lecito domandarsi come mai, con una preoccupazione difficilmente riscontrabile prima, la nostra classe politica - in maniera trasversale - si mostri compatta contro la virulenza e violenza di gruppi davvero di poche decine di persone unite da intenzioni assolutamente esecrabili ma tutto sommato risibili. Tale monolitica fermezza nella loro condanna appare sospetta. Addirittura in tempi di movimenti studenteschi e agitazioni guidate dall’ultima realtà propositiva della politica italiana nello scorso decennio, ovvero i centri sociali prima della loro sapiente integrazione e normalizzazione da parte degli schieramenti politici alleati, si assisteva ad una gamma di posizioni di condanna più sfaccettate di quelle che attualmente caratterizzano l’attenzione e la guerra alla diffusione dell’aggregazione virtuale.

Mai come in questo caso si tratta di “colpirne uno per educarne cento”, che, a dispetto della sua provenienza, sembra essere motto grandemente condiviso dalle classi dirigenti planetarie. E forse non a caso la Cina, per attuale ruolo storico, sembra racchiudere in maniera eminente il fenomeno che si è qui tentato di descrivere brevemente.

La Rete è più difficilmente localizzabile, ha molte teste ma pochi vertici. Occorre essere ancora più palesemente autoritari e sbrigativi nella sua estirpazione o limitazione di crescita.

Ma bando alle ciance. Sperando che questo preambolo sia fonte di un dibattito aperto ed eterodosso, è proprio in quest’ottica che Intersettiva ha deciso di pubblicare integralmente il seguente comunicato. Giudicare e condannare è soggettivo. Analizzare e valutare è importante.

Avere almeno la possibilità di conoscere e sapere è fondamentale.

INTERSETTIVA

Il caso di Renata Polverini fa scandalo sul web nel silenzio della politica
Il caso di Renata Polverini conferma la teoria di Beppe Grillo: internet
e` spietato. Puoi mentire persino al notaio, come ha fatto la leader del
sindacato Ugl per evadere le tasse, ma non puoi mentire alla rete. E`
impressionante la lettura del sito www.renatapolverini.it. Sono
tantissimi i commenti al blog (ne riportiamo tre, ma sono almeno dieci
volte di piu`) di persone comuni che scrivono per chiedere conto al
candidato delle notizie pubblicate dal Fatto Quotidiano. Il caso
dovrebbe essere studiato nelle scuole di comunicazione. L'apertura al
web doveva essere la carta vincente della campagna obamiana della
sindacalista di destra prestata alla politica.
Purtroppo, alla vigilia dell'inaugurazione del sito, e` uscita
l'inchiesta del nostro giornale: Renata Polverini ha comprato a prezzo
stracciato dallo Ior nel dicembre del 2002 (272 mila euro per sei stanze
tre bagni e due box vicino all'Aventino) e non soddisfatta dell'affarone
ha anche mentito al notaio per avere l'agevolazione prima casa e
pagareil 3 per cento di tasse invece del 10. La sindacalista, infatti,
aveva gia` comprato 9 mesi prima un'altra casa dall'Inpdap, a un prezzo
ancora piu` basso: 148mila euro per sette vani catastali e un box al
Torrino, vicino all'Eur.
Oggi siamo in grado di aggiungere un dato: anche sull'acquisto di quella
prima casa dall'Inpdap c'e` qualcosa che non va. Almeno dal punto di
vista etico-politico. Renata Polverini compra con lo sconto in qualita`
di inquilina dell'Inpdap ma e` costretta a fare una donazione alla mamma
di un'altra casa che aveva gia` comprato nel 2001, perche' altrimenti non
avrebbe avuto diritto a comprare con lo sconto. Anzi non avrebbe avuto
diritto proprio a quella casa che sarebbe cosi` rimasta nel patrimonio
dell'ente che ne avrebbe tratto molti piu` soldi mettendola all'asta.
La storia della casa dell'Inpdap e` poco chiara dall'inizio. Dopo lo
scandalo Affittopoli, il ministro Tiziano Treu nel 1997 aveva emanato
una circolare vincolante. Le case in affitto dovevano andare prima a
poveri, handicappati, sfrattati, militari e giovani coppie. Non e` chiaro
come abbia fatto Renata Polverini ad avere quella casa. Lo abbiamo
chiesto al presidente dell'ente, Paolo Crescimbeni, ex consigliere
regionale umbro di An (stessa area della candidata). Ovviamente non ci
ha risposto, seguendo l'esempio di Renata Polverini, alla quale abbiamo
chiesto ripetutamente un'intervista. Inutilmente.
Eppure sono molte le cose da spiegare: dall'evasione fiscale all'affitto
dall'Inpdap. Il silenzio e` aiutato dall'atteggiamento della stampa.
Tutti tacciono. Compreso Il Giornale di Vittorio Feltri e Libero di
Maurizio Belpietro. Erano stati i protagonisti di Affittopoli quando
bisognava stanare dai loro appartamenti Massimo D'Alema e Franco Marini.
Ora scoprono una politica-sindacalista furbissima che ha dribblato tutti
ottenendo una casa con lo sconto e poi ne ha presa una seconda
dichiarando il falso per non pagare le tasse. E loro muti. Ma tra i
lettori ci sono molte persone che hanno lavorato una vita per comprare
la casa e pagare le tasse. Per fortuna ci sono i blog.
da il Fatto Quotidiano del 30 gennaio







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