Febbraio 2010Archivi

Feb 19

Quella a cui assistiamo quotidianamente altro non è se non l’esplosione dell’adagio popolare “la lingua batte dove il dente duole”. Fare dei distinguo, tentando delle goffe rassicurazioni come fa il Presidente del Consiglio sull’attuale stato della corruzione di casa nostra e le note vicende di Tangentopoli, è un buon termometro della nostra lontananza da ogni reale volontà di porre un freno al definitivo tramonto della coscienza civile. Si rischia come al solito il cabaret: rubare per un partito sarebbe in qualche modo più deontologicamente corretto, dal punto di vista politico, che il farlo per i puri e semplici cazzi propri. Avrebbe addirittura un non so che di ideologico, quindi per estensione di passionale…e si sa noi latini siamo gente caliente, trascinata dall’umore ma per questo sempre in prima linea e quindi coraggiosa e perdonabile anche negli errori fatti per eccesso di operosità.

Ecco, soprattutto, perdonabile. E quindi ingiudicabile.

Ed è per questo che in Italia, a quanto mi risulti (e per la cronaca - è diventato anche noioso ogni volta dover ricorrere per il confronto a paesi di cui la maggioranza di noi stenterebbe a trovare l’esatta collocazione su una cartina geografica) caso più unico che raro, si può assistere a questo curioso fenomeno del “rifiuto delle dimissioni” - da parte dell’interessato o rifiutate da chi di dovere fa solo parte del gioco.

L’assunzione di responsabilità è diametralmente opposta non solo alla nostra coscienza politica e civile, ma alla nostra, chiamiamola, rete relazionale con il mondo circostante. Il fenomeno diventa così capillare da investire tutta la società e in tutte le sue sfumature. Si può dire qualsiasi cosa, perché si può sempre chiedere scusa, si può dire che è stata interpretata male o semplicemente negare di averla detta, anche in un mondo di cui ormai esiste una costante fotocopia virtuale data dai mezzi di telecomunicazione. E la cosa vale a tutti i livelli. Tutti possono dire le più tremende atrocità razziste, perché si sa, nessuno di noi è veramente razzista (poveri abitanti di Rosarno), ed ha eventualmente un motivo valido per prendersela con un immigrato X (che tanto qualcosa di male avrà pur fatto); si può provare a chiamare un qualsiasi call center e imbattersi in una sorta di muro di omertà e “rimpallo di responsabilità” protetti dall’anonimato di un telefono e solo per aver chiesto una semplice informazione (e guai a voi se alzate la voce, siete davvero irrispettosi della nullafacenza altrui). Si può, ovviamente, essere intercettati telefonicamente dopo un sisma e prima di andare a mignotte pensando che un paio di telefonate a due amici miei che costruiscono case le potrò pure fare cazzo, visto che c’è stato un terremoto, no? 

E il bello è che tutto questo si può fare senza davvero realmente rischiare niente. In questo siamo davvero trasversalmente democratici. Il semplice cittadino e un alto funzionario dello stato, anche il più alto, possono discolparsi nella stessa identica maniera. Senza troppe spiegazioni, appellandosi alla propria buona fede, e se possibile incolpando qualcuno che ha messo in discussione il loro modo di agire. Poco importa se si tratta nello specifico della magistratura, organo istituzionale che ha tra i propri compiti anche questo, il nostro collega di lavoro che ci sta un po’ sulle palle o il primo sventurato che ci capita a tiro, meglio se debole e povero comunque. A quel punto, se la difesa da mettere in campo è la stessa, anche l’accusa può essere accomunata nelle ragioni profonde che la animano e conseguentemente ridicolizzata allo stesso modo. Per l’immaginario comune, l’automobilista inviperito perché bloccato da mezz’ora da una macchina in doppia fila agirà esattamente come il magistrato che cerca di impedire l’impunità di un sistema corrotto. Per un motivo puramente personale. Non esiste un senso più alto della giustizia a cui appellarsi. Entrambi sembrano tutelare solo i propri interessi, anzi sono in veste di accusatori temporanei perché facilmente potrebbero trovarsi nella veste degli accusati e a quel punto non avrebbero che da perpetuare il modello nel quale siamo fin ora proliferati.

L’importante è non essere accusati troppo a lungo.

D’altronde, è cosa risaputa, siamo anche bravi a dimenticare in fretta.

“Sprofonda in questo tuo bel mare e libera il mondo!”   

Paolo & Carolina Scintilla (solo le parti scurrili)

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Feb 19

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Fra i commenti e gli articoli, scritti nel canonico stile moral-sensazionalistico, sugli scandali, sulla corruzione serpeggiante e sui fantasmi di una épuostouflante rentrée di Tangentopoli, il commento (dal sapore shakespeariano) di Giuseppe D’Avanzo su Republica on-line dà una esauriente panoramica della cloaca che si sta aprendo, dei miasmi che da essa si stanno posando sul Governo e, soprattutto, mette bene a fuoco l’anima autoritaria della “politca del fare”, anticamera della tirannia, che Berlusconi e famuli hanno preso come dogma politico di riferimento.

Certo, c’è chi si smarca, ricordando l’utopia dello Stato di diritto. Si tratta però, io credo, di un abile virtuosismo acrobatico, teso a evitare quanti più miasmi possibili e non di un convinto atto di lealtà verso l’illusione di ciò che il nostro Paese potrebbe essere.

Non possiamo ancora sapere quali sviluppi avranno gli scandali e la corruzione, a cosa porterà aver riso, essersi, avidi, sfregati le mani poco dopo la morte e la disperazione. Non sappiamo fino a che punto si alzerà l’olezzo e la puzza immonda della corruzione, sia essa legata ai grandi giri di potere, sia essa accoccolata di default alla vita quotidiana di ogni Amministrazione pubblica che si rispetti.

Non conosciamo cosa accadrà degli indagati, di chi è ora in carcere. A dire il vero - e v’assicuro che cerco di farlo nonostante tutto - non credo sia davvero importante per il nostro futuro concentrarsi sulla vicenda dei pesci piccoli o di media grandezza. Più importante e più inquietante è la superbia dell’autorità di fronte alla legge. L’automatica reazione di rispondere col fango nelle parole a un’inchiesta giudiziaria, pretendendo di far passare chi indaga come il primo e unico infangato, appellandosi a un’etica del potere allergico a qualsiasi vincolo che non sia quello dei suoi sacrosanti bisogni.

Ci si dice alluvionati quando si è accusati di corruzione, di aver taciuto il misfatto. E’ quasi noioso ormai assistere a questa reazione meccanica di chi ha anche il pur minimo potere. Diviene tutto così banale e fumoso che quasi iniziamo a credere realmente che la vittima in tutta questa corruzione è proprio il potere. Il potere che è colpito dalle invidie di piccoli uomini in toga, di piccoli funzionari di Stato che il potere vorrebbero togliere per goderne per sé. Iniziamo a credere che chi accusa l’autorità non lo fa per legalità e dovere ma solo per interesse e bramosia di primeggiare.

Così la banalità e la noia per la retorica del potere perseguitato da chi non lo possiede si trasforma in abitudine. Così scivoliamo impercettibilmente ma con convinzione ferrea dalla parte dei protettori, di chi ci garantisce la sicurezza, dalla parte dei salvatori a suon di miracoli contro qualsiasi emergenza. Allora ci dimentichiamo della legge perché vogliamo essere soltanto protetti. Vogliamo un uomo risoluto, un capo, una guida che ci porti oltre la tempesta, che sollevi le macerie e ci trovi i nostri cari perduti. Vogliamo protezione e non ci importa più quanto questa protezione sia in fondo civile.

E da cosa vogliamo proteggerci, quali sono i pericoli che ci terrorizzano?

L’elenco dei mali lo trovate in rete, sui giornali, in televisione. E’ un elenco martellante e non starò qui a dirvi una volta in più di cosa si tratta. Vi dirò invece ciò che credo sia la cosa da cui più ci guardiamo, quella che sta in cima alla lista ma che è difficile trovar rappresentata in giro. Si tratta della paura di cui ogni tiranno si nutre. La paura di avere la responsablità delle proprie scelte. La paura del nostro giudizio, della nostra coscienza. La paura di avere coscienza e giudizio.

La corruzione, dunque, prima che negli affari loschi, prima che negli imprenditori birbantelli alberga in noi stessi che lasciamo impunito il misfatto più grave: la morte senza urla di dolore, silente e narcotizzata della nostra coscienza tra le braccia dei nostri protettori.

Lyndon

Feb 16

Mentre da noi si discute sulle corrette coordinate geografiche di San Remo per far arrivare Morgan, in tempo per una bella intervista scoop, l’America Museum of Natural History ha pubblicato questo meraviglioso video che, partendo dalle vette Himalayane, ci porta fino ai confini conosciuti del nostro Universo.

Alessandro

Feb 16

Non c’è mai fine alla faccia come il culo!

Saiola

p.s. ma hanno invitato anche Veronica Lario?

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intersettiva.it