Prendo spunto dal precedente post e dai suoi seguenti commenti per alcune considerazioni.
Insomma, lo ammetto. Io sono un noto e piuttosto soddisfatto cultore della cloaca televisiva. Mi concedo persino il lusso di sottolineare come non sia il solo con tali tendenze a frequentare questa piazza comunicativa. Più volte, con il Presidente S.P., siamo rimasti abbacinati e fieramente inebetiti nella visione e nella successiva esegesi di ciò che molti, e a ragione, non esiterebbero a definire eufemisticamente “merda”.
E questo prima, durante e dopo l’autorevole e pubblica riabilitazione della “merda” ed il suo inserimento nelle liste di ciò che è tremendamente à la page ai giorni nostri. Il tutto nella non confermata speranza di aver conservato sufficiente capacità di discernimento e senso critico per poter di tanto in tanto divincolarmi dal tanfo che pur mi piace.
Per questo, in qualche maniera dissento dalle vostre posizioni. Ovvero e meglio, pur condividendo pienamente l’impianto e la critica generale, non approvo l’esempio particolare portato a suffragio.
Il citato modello Marin/Vitali di cui mi permetto, da competente, di mettere in dubbio efficacia e veridicità (un salumiere veneto che scimmiotta un imbecille trasteverino non ottiene mai risultati brillanti - è assiomatico) altro non è se non l’ennesima definizione giornalistica.
Il dato considerevole è a mio parere un altro. L’edizione celebrativa del Grande Fratello 10, dalla durata criminale (eccellenza italiana) ma dagli ascolti consistenti, ha segnato almeno un punto di rottura con la tradizione dei reality show in genere (su la precedente definizione mi riprometto di scrivere in futuro qualcosa di più dettagliato - cavolo, la tradizione dei reality show, chi pensava di spingersi a tanto). Ovvero, con somma sorpresa, la vittoria e il consenso sono andati nella direzione di chi ha platealmente, consapevolmente e arrogantemente giocato per vincere fin dall’inizio. Inimicandosi perfino le suppellettili della famosa Casa, infischiandosene di qualsiasi sbandieramento di sentimenti e dei famosi totem televisivi dell’“essere se stessi” (meglio se in terza persona) e dell’“amicizia vera”, arrivando persino ad esternazioni di stampo, se non altro, sessista (e mi assumo la responsabilità di ciò che dico, assolutamente condivisibili). Il tutto contro il più alto cumulo di “casi umani”, rivelazioni shock, siparietti pruriginosi in linea con l’ipocrisia di casa nostra (e ricordiamo che a tal proposito che non è assolutamente raro nelle edizioni straniere del programma assistere a scene di sesso esplicito), mai registrato prima. Complice la durata e il numero di concorrenti esorbitante (ci siamo stati quasi tutti dentro).
Gigante culturale (laureato in marketing - e su questo non scriverò mai niente) in un ecosistema di organismi pluricellulari solo dall’aspetto senziente, memorabile, per quel che vale, una delle sue affermazioni durante la finalissima del programma. Quando ognuno dei concorrenti rimasti aveva mediamente incontrato almeno un paio di consanguinei di cui ignorava fino a dieci minuti prima la stessa esistenza o era stato messo in collegamento telefonico con un parente defunto da anni o ancora aveva pianto fino alla consunzione di fronte ad una foto di un tenero e paffuto bambino biondo di origini misteriose o addirittura redento da una lunga castità volontaria, il Marin, in risposta al prevedibile tormentone della scosciatissima Marcuzzi (un centimetro di gonna in meno per ogni idiozia detta e guardate come è ridotta) - “Mauro, c’è una sorpresa per te!” - rispondeva visibilmente sardonico: “Mi fate incontrare il mio cane Rocky?”. Il Marin ha inoltre costantemente provocato, irritato, esacerbato gli animi, offeso se possibile, chiedendo furbescamente scusa una volta oltrepassata la linea solo per poter reiniziare, più veementemente, pochi minuti dopo lo scontro.
In un’edizione per il resto invece particolarmente ortodossa ed esecrabile che ha visto in ordine non cronologico ed, ahimè, non esaustivo:
- la consueta eliminazione da bestemmia in diretta, con tanto di pubblica professione di fede da parte della bionda presentatrice - “Io sono cattolica, tant’è vero che mio figlio va a scuola dalle suore” - che mi ricorda tanto la mitica “Io sono comunista, mi sono pure sposato a Cuba” detta dal sempre verde Raf ad un sempre roscio e pure ex craxiano, ricordiamolo, Red Ronnie in una strepitosa intervista ai tempi del compianto Roxie Bar (avrei voluto linkarla ma temo sia stata saggiamente fatta sparire). Che suona un po’ come un’Anna Falchi che dice - “Io sono una produttrice cinematografica e mi piacerebbe produrre Paolo Sorrentino”- anche se, a onor del vero, ha detto ben di peggio tipo “mi riconosco in Pierpaolo Pasolini perchè anche io a volte sono stata un personaggio scomodo” (in Rete si trova ancora qualcosa al riguardo anche se da fonti non propriamente ufficiali, che quindi non linko). Essendo le precedenti dichiarazioni tutte vere ritengo sia il caso di dare avvio ad una nuova rubrica dal titolo “nessi causali astratti”.
- La celebrazione di un sessualmente diverso digeribile ed integrato, per coprire la quota televisiva lottizzata dalla lobby delle checche isteriche, ad immagine e somiglianza e pertanto in omaggio all’eroe nazionale della categoria, il cagnolin servente di sua inutilità Silvia Toffanin, futura moglie da cerimonia del telegenico Piersilvio B (di cui guardo caso già si fatica a trovare foto di un certo tipo in buona risoluzione - ah, l’odore del potere), come ospite fisso/guru della sua rubrica colta “verissimo”, ovvero sua Macchietta penosa Alfonso Signorini. Lo stridulo Maicol (e se pensassimo ad una punizione esemplare per l’ideatore del suo nome, invece?) ha distribuito odio in abbondanza, pianto e sbraitato per i motivi più futili, palesato oltremisura un malessere riscontrabile nel suo dolore estremo nell’uscire da un microcosmo tanto fasullo in cui per la prima volta sentirsi, altrettanto falsamente, pienamente accettato.
- L’esaltazione della “tostaggine” (nuova categoria umana proposta da Suor Marcuzzi) di una ragazza in evidente confusione ormonale. Lei sì davvero all’inseguimento del modello dominante propugnato dalla nostra società: quello della escort di lusso. E non perché abbia attentato con buoni risultati alla castità della maggioranza dei partecipanti al gioco, ecumenicamente senza fare distinzione tra sessi (e si mormora anche di una storia, non ricambiata, con uno sgabello del salone). Ma perché Veronica Ciardi esattamente su questo macchinosa tattica di “divide et impera” sessuale, anche se a mio avviso piuttosto inconsapevolmente, aveva fondato la sua strategia di gioco. Lo stesso Marin sembrava essere caduto nella trappola, riuscendo poi a divincolarsene in maniera valida: insulti e maschilismo, ma anche una sana dose di provincialismo - l’esternazione estrema a favore di camera dei propri orientamenti sessuali è solo un’altra delle patologie compulsive che la nostra monarchia mediatica sta regalando alla spaesata nuova generazione.
- Il pressoché completo oscuramento di interesse relativo all’unico partecipante le cui effettive scelte sessuali potessero essere foriere di un dibattito interessante e fondato in merito: il transessuale Elettra/Gabriele. Dotato di un grado di consapevolezza e di una dialettica superiore alla media casalinga è stato ovviamente subito isolato. Giacché la discriminazione prima che sessuale è sempre culturale. E guarda caso quest’ultimo proprio con il “sessista” Marin aveva trovato un buon canale comunicativo.
Riprendendo il discorso, e per non dare l’impressione che l’apertura di questo post fosse solo un tentativo di creazione a tavolino di dissenso nel nostro armonico blog, è chiaro che le domande possibili diventano molte.
Innanzitutto relative al processo di casting (la terminologia televisiva è di pubblico dominio ed ampiamente condivisa - persone che faticano a leggere una schedina del lotto o a compilare una scheda elettorale si trovano invece a proprio agio con “steadycam”, “riprese in esterna”, “ear monitor”, “contributo RVM” e il famigerato “apritemi l’audio”). Siamo ovviamente tutti convinti e consapevoli di quanto un tale processo di selezione che determini con alta probabilità come una serie di individui con caratteristiche definite portino al dispiegarsi di un ventaglio di possibili reazioni e relazioni piuttosto prevedibili e manovrabili in fieri sia un lavoro tutt’altro che becero e di importanza secondaria.
Riemerge pertanto il discorso dei modelli culturali proposti. E in tal senso potremmo allora dire che in fondo nella presente edizione del Gieffe (lo chiamo così solo nei momenti di debolezza) abbiamo assistito semplicemente all’insorgere programmato di un nuovo modello di vincitore. Ovvero quello dell’arroganza portata all’eccesso. Un modello di certo più funzionale e vendibile nel nostro paesaggio umano e politico.
Non più il bersagliato dal destino e dal dolore che cerca riscatto e per cui provare un naturale trasporto e solidarietà, ma un più attuale giocatore solitario, bersagliato sì, ma dagli altri che si accaniscono contro il suo inspiegabile successo. L’arrogante che sfida tutti e conquista i favori di chi inizialmente lo ha detestato e ritenuto spregevole (è successo anche a me).
La nostra scena politica è stata in netto anticipo sui tempi riguardo a questo aspetto televisivo, o come viene naturale chiedersi, forse ci lavora semplicemente in abbinamento. I complotti si ritorcono contro i congiurati. Aspettiamoci in tal senso un futuro concorrente che chieda un emendamento costituzionale per risuscitare la madre morta quando era bambino tra il tripudio del pubblico votante.
E’ in questo senso però che il televoto assume allora un’importanza nodale. Più di una vera elezione politica. Se il modello culturale, sociale, umano da cui si vuole essere rappresentati e che siamo pronti a sostenere è così visibile, tangibile, spiabile e manifesto (sicuramente più di un enigmatico programma elettorale di un candidato X), la naturale ed endemica propensione italiana di sottomissione alla leadership è ancora più spontanea. Riprova ne sarebbe il Principe Catodico Emanuele Filiberto al quale è bastato partecipare a “Ballando sotto le stelle” e al Festival di Sanremo, e non alle elezioni, per tornare al governo di questa nazione.
A suffragio della tesi si potrebbe portare anche l’estroflettersi della diarchia televisiva Costanzo-De Filippi. Piduista d’origine controllata il primo, mistificatrice culturale e sessuale la seconda, rappresentano la punta di diamante dell’imperialismo televisivo italiano. L’abbassamento della qualità dialettica del cantautorato (da De André a Pierdavide di Amici) è funzionale non a quanto si capisca di una canzone, ma a quanto si possa capire di una tribuna politica.
Ieri sera, orfano del reality principe della TV, ho ripiegato su una piccola dose (lo giuro) di Isola dei Famosi. Le dinamiche comportamentali sono ancora inviluppate in una fase embrionale e non possono essere interpretate a dovere.
Sono rimasto però colpito dalla presenza in studio di Pierluigi Diaco, interessante giovane eminenza grigia del giornalismo italiano, che in qualità di opinionista distillava perle di saggezza e consigli di vita ai partecipanti (famosi e non famosi, sublime distinzione). A lui si deve l’abusata frase che titola questa riflessione. Il leit motiv, sostenuto anche da Simona Ventura, sembrava essere questo “perdere la corazza di durezza e aggressività che ci fa essere così ostili e sospettosi nei confronti degli altri”. Solo uno stupido penserebbe che si tratti di una coincidenza priva di riferimenti. Curioso il collegamento radiofonico/televisivo in diretta con gli spocchiosi Margherita Buy e Sergio Rubini, in evidente imbarazzo per doversi trovare coinvolti pur marginalmente in un ambito così culturalmente deplorevole - si sa lavorare con Ferzan Ozpetek e Michele Placido è così stimolante che non si riesce più a pensare a nient’altro che al dramma della famiglia italiana. Così da bravi membri tesserati del gotha intellettuale cinematografico italiano e da bravi e qualificati progressisti, tra sorrisetti e battutine, hanno mal celato il loro disappunto per la cultura bassa e pecoreccia dello spettatore televisivo medio e se ne sono immediatamente ritratti. Il punto è che anche qui la trasposizione e sovrapposizione con la realtà politica è inevitabile. Ritirarsi su questo terreno di scontro significa ritirarsi dal campo della battaglia per una maggiore comprensione della nostra attuale natura sociale e politica. Significa abbandonare l’agone e l’agorà in cui si riafferma e ricostruisce e decostruisce senza sosta un’identità nazionale e culturale che non si è mai formata. Il pubblico a casa non è stupido. Il pubblico a casa è votante. Ora in televisione, domani alle elezioni.
Il confessionale è la nuova cabina elettorale. Le case, isole, pedane da ballo, scuole di canto, fattorie e affini dei reality show il nostro nuovo Parlamento.
Le foto pubblicate non hanno alcun significato recondito o riconducibile a quanto detto. Eccezion fatta per il tributo alla bellezza giovanile di Alain Delon, necessario a bilanciare la diffusa presenza di link a beneficio prevalentemente maschile all’interno del post. D’altronde, senza misteri e comprensibilmente, pubblicare in Internet un bel culo ha molto più valore e seguito di quanto fin qui detto. Mi scuso invece per la pubblicazione delle foto di Alfonso Signorini e di Red Ronnie. E forse non avrei dovuto.
Paolo




14:20 - 16-3-2010
Forse quello che porta fuori strada e che ha creato il nostro “armonico dissenso” è la parola stupido.
Ti propongo di sostituire stupido con gretto e vedere quello che succede.
Credo che il “modello Marin/Vitali” (sia che dessimo ad esso un valore strettamente “giornalistico”, sia che questo sia “reale”) sia coerente con il sistema da te descritto ma questo non significa che il pubblico a casa non sia “gretto”.
Mi spiego: il pubblico a casa è gretto nella misura in cui è la contro parte, “programmaticamente gretta e resa gretta”, di coloro che “fanno” lo spettacolo e che richiedono un parere su uno spettacolo gretto che affonda le proprie radici nella grettezza di coloro che votano.
In altre parole è nel momento stesso in cui Marin, cioè quello votato da milioni di persone, annuncia di essersi ispirato a Vitali che il nesso gretti-televotanti/gretto-modello emerge in tutta la sua evidenza cristallina. Come dire “il simile va con il simile”.
In questo senso condivido la tua lettura della non-stupidità del pubblico a casa e di coloro che fanno lo spettacolo-casting ecc… ma questo, se vuoi, rende il tutto ancor più mostruoso e apocalittico.
Non trovi?
17:34 - 16-3-2010
Capisco la tua lettura e ci sto riflettendo. E le parole sono sempre buche profondissime nelle quali cadere. Mi rendo conto che il titolo stesso del mio post è fuorviante, in quanto giudizio di merito che, ironico, cerca nel corso della riflessione di educarmi/ci a non abusare proprio dei nostri, ahimè naturali, giudizi di merito nei confronti dei modelli culturali e politici propostici dalla struttura imperialista mediatica della nostra nazione. E questo per cercare di meglio capirli e di conseguenza difenderci. Per far questo bisogna necessariamente, a mio avviso, costruire un impianto di carattere interpretativo/cospirativo del quale è importante afferrare i cardini e i motivi del successo.
Insomma, pur mantenendo una buona dose di critica spietata, bisogna tener fermo in mente che “l’ironia si usa solo in caso di emergenza giacché il suo uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre” (Lewis Hyde). E io so bene di poter annoverare tra coloro i quali non prendono sottogamba o con distacco culturale tali fenomeni anche la tua persona (ti sto in pratica dicendo che anche tu sei, come me, amante volente o nolente della merda e soprattutto alla disperata ricerca di una sua spiegazione).
Per questo mi pare particolarmente interessante e azzeccato il significato etimologico della grettezza come avidità, voracità, del pubblico nei confronti in questo caso di modelli comportamentali, culturali e sociali preconfezionati ed efficaci nel contesto odierno. E approvo pienamente il tuo “simile va con il simile” se viene fornito al simile ciò a cui io voglio lui/lei si senta simile e che lui/lei non farà fatica ad interpretare come tale.
La televisione ed i suoi manipolatori, se davvero esistono (e io temo di si) agiscono sempre e solo nella maniera più lineare e comprensibile per l’utente medio, ovvero per noi tutti. Critica ovviamente fondata nei confronti dei biechi talent show è stata quella di nutrire una fabbrica di speranze palesemente inesistente e fittizia per la nuova generazione. Non è normale che ormai praticamente tutti vogliano fare i cantanti, i ballerini e gli attori visto e considerato che la storia umana solo in minima parte deve ad essi il suo impietoso avanzare e che percentualmente le persone che vivono grazie agli introiti economici di dette attività sono una minoranza davvero esigua. E allora qual è la risposta in merito ad esempio di Maria De Filippi, che eccelle nell’ambito come degna emanazione dell’untuoso marito? I ragazzi della sua scuola (e mi auguro che qualcuno abbia la voglia di scrivere in merito all’evidente delegittimazione del termine…avanti dietrologi…) ora, a fine percorso televisivo, siglano direttamente in studio un contratto lavorativo che li vede inseriti nella categoria nella quale eccellono (sic) e gentilmente offerto da uno sponsor (ma per un anno). Risultato, per l’utente medio Maria De Filippi crea posti di lavoro (e in Italia sono state vinte elezioni con promesse analoghe).
Noi dobbiamo necessariamente imparare da qui, non per diventare ugualmente abili nell’arte del raggiro, ma per meglio contrastare l’atrocità di una vita dettata da stimoli/risposte di stampo pavloviano. Non solo voti chi dico io, ma voti quando te lo dico io.
Rileggendo, mi sembra che le nostre interpretazioni si compenetrino abbastanza e che quindi il nostro armonico dissenso fosse molto più armonioso che dissentente. Ed almeno di questo mi compiaccio.
21:58 - 16-3-2010
Io mi lancerei anche in una breve e ristretta analisi delle pretese del pubblico, che più che domestico sembra addomesticato.
Le prime trasmissioni condotte dalla De Filippi, ad esempio, facevano sorridere per gli interventi delle varie fruttarole, massaie e pescivendole (con tutto il rispetto per chi fa onestamente questi mestieri) presenti in studio, che con tono tra il matronale ed il mignottesco giudicavano i comportamenti di ragazzetti e fanciulle sotto l’evidente effetto di lampade e palestre. Il risultato finale doveva essere la negazione del luogo comune secondo cui la bellezza, o almeno la ricerca della stessa, obliterava il sentimento e l’intelligenza. Il risultato reale era l’opposto: gangbang televisive in cui i contendenti competevano a colpi di sopracciglia ad ali di gabbiano e mazzi di rose per conquistare il culo della bella di turno, e viceversa quando l’oggetto, in senso letterale, era un individuo di sesso maschile attorniato da aggressive pseudofighe in tiro.
Se non ricordo male, come quando si votava per la DC, nessuno ammetteva di seguire questi programmi, adatti casomai a quindicenni pruriginosi. Pian piano è subentrata la curiosità, poi sempre di più, di più, finché al posto delle giudicanti urlatrici il pubblico di ogni età a casa ha preso il sopravvento ed è diventato finalmente arbitro.
Per carità, nessuno invoca una gara tra beghine e nerd compunti. Il problema è un altro. E’ che i talent show, i reality e tutto il carrozzone hanno percorso sempre una strada identica e all’orizzonte c’è sempre stato un solo messaggio. Possono essere cambiati i soggetti, ma il “mors tua, vita mea”, l’approfittare delle circostanze, la voglia di mettere a nudo qualsiasi particolare, anche il più infelice e luttuoso, della propria vita hanno assunto il ruolo di regole del successo.
E il pubblico a casa, che prima fingeva disinteresse e aveva l’aria sorniona di chi certe scene non le vivrebbe manco morto, è uscito allo scoperto: identificandosi, lottando, votando, spingendo quel tasto per affermarsi. E’ la riscossa del popolino, la dittatura del proletariato che a suo modo ha conquistato il potere e crede di essere rappresentato degnamente da chi è “come me”, perché mi stanno dando un’occasione da sfruttare. E va da sé che, se ce la fanno loro che sono come me, lo posso fare anche io. Se avrò fortuna invece di mettermi a studiare recitazione e fare provini nelle accademie, l’anno prossimo sarò lì, in tv, davanti a tutti, a combattere per la mia squadra, bianca o blu, verde o gialla, rossa o nera. Se mi dirà proprio bene vincerò San Remo, perché io sono come coloro che mi faranno re e conosco le corde da toccare. Se poi non avrò voglia di fare una sega e di rimboccarmi le maniche, potrò sempre fare un provino in qualche reality, anche se mi porranno domande colte su L’ondra e il tallone da killer. L’importante è battere gli altri, primeggiare: vincere. Perché in questo mondo se non vinci chi sei? Se non batti il prossimo, se non lo sputtani un po’, se non lo freghi, se non trionfi tra le lacrime dopo qualche voltafaccia, che vita di merda fai?
Tutto è pubblico, il privato è un’arma che può essere usata come ricatto, come propaganda, come pubblicità. Sono finiti i tempi in cui ognuno aveva i suoi valori e se li teneva stretti, in uno stupido contegno, con uno stupido pudore, tramite una stupida dignità. Chi se ne frega, a me importa esserci e per esserci devo spogliarmi, in ogni senso, di fronte a tutti. Bene o male purché se ne parli, tanto per citare qualche aforisma alla portata di chiunque. L’importante è guardarmi gli affari miei al momento giusto. Al centro ci sono IO, ormai funziona così, ho imparato la lezione e se mi guardo intorno non posso che essere d’accordo: chi arriva dopo perde, nelle gare come nel quotidiano. Chi arriva dopo sparisce, chi arriva prima ha ragione nonostante i mezzi che adopera.
Un intero sistema è pronto a darmi ragione, a piangere le mie disgrazie, a battermi le mani, a voler stare al posto mio. Noi siamo la nuova razza.
Scommettiamo? Tanto vinco io.
12:52 - 17-3-2010
Gretto, meschino, bisognoso di vincere senza sacrificio, dolore o pena, il pubblico - non ha importanza che spettacolo ha di fronte - il Tg1 o il GF - è soprattutto incapace di riconoscersi come spettatore. Qualsiasi scorciatoia gli venga offerta per strapparsi dal culo la poltrona ed entrare da protagonista nella scatola in cui è rinchiuso il nostro focolare domestico è buona, a ogni costo. Il pubblico, mi pare, non voglia più essere pubblico, spettatore che giudica lo spettacolo che ne gode o ne soffre. Il pubblico rinuncia a immedesimarsi nello spettacolo, nei personaggi, nelle storie. Il pubblico vuole allargare il palco in platea e nelle gallerie. Di contro lo spettacolo rinuncia al palco e ne scende incontrando il pubblico e mischiandosi a esso.
Allora tutti vogliono essere ballerini, cantanti o qualsivoglia sorta d’artista. Tutti vogliono pubblicità, fama, gloria. Tutti vogliono il palco e nessuno vuole più purgare se stesso guardando uno spettacolo. Nessuno, di conseguenza, vuole più salire sul palco per rappresentare. Il raporto ormai non ha più nulla di linguistico o di simbolico. Lo spettacolo è vita e la vita è lo spettacolo.
Ciò ci vieta di raccontare storie e di ascoltare storie. E la verità, la realtà nel loro univoco rapporto con le cose, senza vaghezza alcuna, ci vietano di immaginare, perché ciò che vediamo sul palco, ciò che recitiamo sul palco non è niente altro che la vita nostra: una gabbia dove le cose sono come appaiono.
C’è chi ci guadagna in tutto questo, chi trae profitto politico da questa sovrapposizione fra pubblico e palco, fra rappresentazione della realtà e realtà. E di costoro non si può che avere il peggiore dei giudizi.
E pure il loro guadagnare è miope perché è alla fine un demolire. Demolire il tessuto sociale del nostro Paese per stringerne solo la polvere. Condannare tutti noi a non avere più immaginazione e ad accontentarci della vita come spettacolo reale. Condannarci a non sapere più quale differenza c’è fra spettacolo e realtà. A non godere dello spazio che c’è fra le cose per come sono e le cose per come le immaginiamo.
Mauro Marin recita una parte per giungere a dei soldi veri. Mauro Marin si ispira a pierino ma si comporta come il nostro Presidente del Consiglio. Mauro Marin è Mauro Marin e noi non potremo farci nulla, non potremo capirlo fino in fondo se continueremo ad andare a teatro pretendendo di sederci in platea e di calcare il palcoscenico in un tempo solo.
12:41 - 18-3-2010
Siamo o non siamo dei profeti? E la cosa, se mai lo è stata (e parlo di titolari più illustri di questa definizione), non è certo motivo di vanto…
http://magazine.libero.it/speciali/isola-partenza-col-botto-naufraghi-ospedale-ventura-sp386/pg8.phtml
02:03 - 6-5-2010
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