
Prendo spunto dal precedente post e dai suoi seguenti commenti per alcune considerazioni.
Insomma, lo ammetto. Io sono un noto e piuttosto soddisfatto cultore della cloaca televisiva. Mi concedo persino il lusso di sottolineare come non sia il solo con tali tendenze a frequentare questa piazza comunicativa. Più volte, con il Presidente S.P., siamo rimasti abbacinati e fieramente inebetiti nella visione e nella successiva esegesi di ciò che molti, e a ragione, non esiterebbero a definire eufemisticamente “merda”.
E questo prima, durante e dopo l’autorevole e pubblica riabilitazione della “merda” ed il suo inserimento nelle liste di ciò che è tremendamente à la page ai giorni nostri. Il tutto nella non confermata speranza di aver conservato sufficiente capacità di discernimento e senso critico per poter di tanto in tanto divincolarmi dal tanfo che pur mi piace.
Per questo, in qualche maniera dissento dalle vostre posizioni. Ovvero e meglio, pur condividendo pienamente l’impianto e la critica generale, non approvo l’esempio particolare portato a suffragio.
Il citato modello Marin/Vitali di cui mi permetto, da competente, di mettere in dubbio efficacia e veridicità (un salumiere veneto che scimmiotta un imbecille trasteverino non ottiene mai risultati brillanti - è assiomatico) altro non è se non l’ennesima definizione giornalistica.
Il dato considerevole è a mio parere un altro. L’edizione celebrativa del Grande Fratello 10, dalla durata criminale (eccellenza italiana) ma dagli ascolti consistenti, ha segnato almeno un punto di rottura con la tradizione dei reality show in genere (su la precedente definizione mi riprometto di scrivere in futuro qualcosa di più dettagliato - cavolo, la tradizione dei reality show, chi pensava di spingersi a tanto). Ovvero, con somma sorpresa, la vittoria e il consenso sono andati nella direzione di chi ha platealmente, consapevolmente e arrogantemente giocato per vincere fin dall’inizio. Inimicandosi perfino le suppellettili della famosa Casa, infischiandosene di qualsiasi sbandieramento di sentimenti e dei famosi totem televisivi dell’“essere se stessi” (meglio se in terza persona) e dell’“amicizia vera”, arrivando persino ad esternazioni di stampo, se non altro, sessista (e mi assumo la responsabilità di ciò che dico, assolutamente condivisibili). Il tutto contro il più alto cumulo di “casi umani”, rivelazioni shock, siparietti pruriginosi in linea con l’ipocrisia di casa nostra (e ricordiamo che a tal proposito che non è assolutamente raro nelle edizioni straniere del programma assistere a scene di sesso esplicito), mai registrato prima. Complice la durata e il numero di concorrenti esorbitante (ci siamo stati quasi tutti dentro).
Gigante culturale (laureato in marketing - e su questo non scriverò mai niente) in un ecosistema di organismi pluricellulari solo dall’aspetto senziente, memorabile, per quel che vale, una delle sue affermazioni durante la finalissima del programma. Quando ognuno dei concorrenti rimasti aveva mediamente incontrato almeno un paio di consanguinei di cui ignorava fino a dieci minuti prima la stessa esistenza o era stato messo in collegamento telefonico con un parente defunto da anni o ancora aveva pianto fino alla consunzione di fronte ad una foto di un tenero e paffuto bambino biondo di origini misteriose o addirittura redento da una lunga castità volontaria, il Marin, in risposta al prevedibile tormentone della scosciatissima Marcuzzi (un centimetro di gonna in meno per ogni idiozia detta e guardate come è ridotta) - “Mauro, c’è una sorpresa per te!” - rispondeva visibilmente sardonico: “Mi fate incontrare il mio cane Rocky?”. Il Marin ha inoltre costantemente provocato, irritato, esacerbato gli animi, offeso se possibile, chiedendo furbescamente scusa una volta oltrepassata la linea solo per poter reiniziare, più veementemente, pochi minuti dopo lo scontro.

In un’edizione per il resto invece particolarmente ortodossa ed esecrabile che ha visto in ordine non cronologico ed, ahimè, non esaustivo:
- la consueta eliminazione da bestemmia in diretta, con tanto di pubblica professione di fede da parte della bionda presentatrice - “Io sono cattolica, tant’è vero che mio figlio va a scuola dalle suore” - che mi ricorda tanto la mitica “Io sono comunista, mi sono pure sposato a Cuba” detta dal sempre verde Raf ad un sempre roscio e pure ex craxiano, ricordiamolo, Red Ronnie in una strepitosa intervista ai tempi del compianto Roxie Bar (avrei voluto linkarla ma temo sia stata saggiamente fatta sparire). Che suona un po’ come un’Anna Falchi che dice - “Io sono una produttrice cinematografica e mi piacerebbe produrre Paolo Sorrentino”- anche se, a onor del vero, ha detto ben di peggio tipo “mi riconosco in Pierpaolo Pasolini perchè anche io a volte sono stata un personaggio scomodo” (in Rete si trova ancora qualcosa al riguardo anche se da fonti non propriamente ufficiali, che quindi non linko). Essendo le precedenti dichiarazioni tutte vere ritengo sia il caso di dare avvio ad una nuova rubrica dal titolo “nessi causali astratti”.
- La celebrazione di un sessualmente diverso digeribile ed integrato, per coprire la quota televisiva lottizzata dalla lobby delle checche isteriche, ad immagine e somiglianza e pertanto in omaggio all’eroe nazionale della categoria, il cagnolin servente di sua inutilità Silvia Toffanin, futura moglie da cerimonia del telegenico Piersilvio B (di cui guardo caso già si fatica a trovare foto di un certo tipo in buona risoluzione - ah, l’odore del potere), come ospite fisso/guru della sua rubrica colta “verissimo”, ovvero sua Macchietta penosa Alfonso Signorini. Lo stridulo Maicol (e se pensassimo ad una punizione esemplare per l’ideatore del suo nome, invece?) ha distribuito odio in abbondanza, pianto e sbraitato per i motivi più futili, palesato oltremisura un malessere riscontrabile nel suo dolore estremo nell’uscire da un microcosmo tanto fasullo in cui per la prima volta sentirsi, altrettanto falsamente, pienamente accettato.
- L’esaltazione della “tostaggine” (nuova categoria umana proposta da Suor Marcuzzi) di una ragazza in evidente confusione ormonale. Lei sì davvero all’inseguimento del modello dominante propugnato dalla nostra società: quello della escort di lusso. E non perché abbia attentato con buoni risultati alla castità della maggioranza dei partecipanti al gioco, ecumenicamente senza fare distinzione tra sessi (e si mormora anche di una storia, non ricambiata, con uno sgabello del salone). Ma perché Veronica Ciardi esattamente su questo macchinosa tattica di “divide et impera” sessuale, anche se a mio avviso piuttosto inconsapevolmente, aveva fondato la sua strategia di gioco. Lo stesso Marin sembrava essere caduto nella trappola, riuscendo poi a divincolarsene in maniera valida: insulti e maschilismo, ma anche una sana dose di provincialismo - l’esternazione estrema a favore di camera dei propri orientamenti sessuali è solo un’altra delle patologie compulsive che la nostra monarchia mediatica sta regalando alla spaesata nuova generazione.
- Il pressoché completo oscuramento di interesse relativo all’unico partecipante le cui effettive scelte sessuali potessero essere foriere di un dibattito interessante e fondato in merito: il transessuale Elettra/Gabriele. Dotato di un grado di consapevolezza e di una dialettica superiore alla media casalinga è stato ovviamente subito isolato. Giacché la discriminazione prima che sessuale è sempre culturale. E guarda caso quest’ultimo proprio con il “sessista” Marin aveva trovato un buon canale comunicativo.
Riprendendo il discorso, e per non dare l’impressione che l’apertura di questo post fosse solo un tentativo di creazione a tavolino di dissenso nel nostro armonico blog, è chiaro che le domande possibili diventano molte.
Innanzitutto relative al processo di casting (la terminologia televisiva è di pubblico dominio ed ampiamente condivisa - persone che faticano a leggere una schedina del lotto o a compilare una scheda elettorale si trovano invece a proprio agio con “steadycam”, “riprese in esterna”, “ear monitor”, “contributo RVM” e il famigerato “apritemi l’audio”). Siamo ovviamente tutti convinti e consapevoli di quanto un tale processo di selezione che determini con alta probabilità come una serie di individui con caratteristiche definite portino al dispiegarsi di un ventaglio di possibili reazioni e relazioni piuttosto prevedibili e manovrabili in fieri sia un lavoro tutt’altro che becero e di importanza secondaria.
Riemerge pertanto il discorso dei modelli culturali proposti. E in tal senso potremmo allora dire che in fondo nella presente edizione del Gieffe (lo chiamo così solo nei momenti di debolezza) abbiamo assistito semplicemente all’insorgere programmato di un nuovo modello di vincitore. Ovvero quello dell’arroganza portata all’eccesso. Un modello di certo più funzionale e vendibile nel nostro paesaggio umano e politico.
Non più il bersagliato dal destino e dal dolore che cerca riscatto e per cui provare un naturale trasporto e solidarietà, ma un più attuale giocatore solitario, bersagliato sì, ma dagli altri che si accaniscono contro il suo inspiegabile successo. L’arrogante che sfida tutti e conquista i favori di chi inizialmente lo ha detestato e ritenuto spregevole (è successo anche a me).
La nostra scena politica è stata in netto anticipo sui tempi riguardo a questo aspetto televisivo, o come viene naturale chiedersi, forse ci lavora semplicemente in abbinamento. I complotti si ritorcono contro i congiurati. Aspettiamoci in tal senso un futuro concorrente che chieda un emendamento costituzionale per risuscitare la madre morta quando era bambino tra il tripudio del pubblico votante.
E’ in questo senso però che il televoto assume allora un’importanza nodale. Più di una vera elezione politica. Se il modello culturale, sociale, umano da cui si vuole essere rappresentati e che siamo pronti a sostenere è così visibile, tangibile, spiabile e manifesto (sicuramente più di un enigmatico programma elettorale di un candidato X), la naturale ed endemica propensione italiana di sottomissione alla leadership è ancora più spontanea. Riprova ne sarebbe il Principe Catodico Emanuele Filiberto al quale è bastato partecipare a “Ballando sotto le stelle” e al Festival di Sanremo, e non alle elezioni, per tornare al governo di questa nazione.
A suffragio della tesi si potrebbe portare anche l’estroflettersi della diarchia televisiva Costanzo-De Filippi. Piduista d’origine controllata il primo, mistificatrice culturale e sessuale la seconda, rappresentano la punta di diamante dell’imperialismo televisivo italiano. L’abbassamento della qualità dialettica del cantautorato (da De André a Pierdavide di Amici) è funzionale non a quanto si capisca di una canzone, ma a quanto si possa capire di una tribuna politica.

Ieri sera, orfano del reality principe della TV, ho ripiegato su una piccola dose (lo giuro) di Isola dei Famosi. Le dinamiche comportamentali sono ancora inviluppate in una fase embrionale e non possono essere interpretate a dovere.
Sono rimasto però colpito dalla presenza in studio di Pierluigi Diaco, interessante giovane eminenza grigia del giornalismo italiano, che in qualità di opinionista distillava perle di saggezza e consigli di vita ai partecipanti (famosi e non famosi, sublime distinzione). A lui si deve l’abusata frase che titola questa riflessione. Il leit motiv, sostenuto anche da Simona Ventura, sembrava essere questo “perdere la corazza di durezza e aggressività che ci fa essere così ostili e sospettosi nei confronti degli altri”. Solo uno stupido penserebbe che si tratti di una coincidenza priva di riferimenti. Curioso il collegamento radiofonico/televisivo in diretta con gli spocchiosi Margherita Buy e Sergio Rubini, in evidente imbarazzo per doversi trovare coinvolti pur marginalmente in un ambito così culturalmente deplorevole - si sa lavorare con Ferzan Ozpetek e Michele Placido è così stimolante che non si riesce più a pensare a nient’altro che al dramma della famiglia italiana. Così da bravi membri tesserati del gotha intellettuale cinematografico italiano e da bravi e qualificati progressisti, tra sorrisetti e battutine, hanno mal celato il loro disappunto per la cultura bassa e pecoreccia dello spettatore televisivo medio e se ne sono immediatamente ritratti. Il punto è che anche qui la trasposizione e sovrapposizione con la realtà politica è inevitabile. Ritirarsi su questo terreno di scontro significa ritirarsi dal campo della battaglia per una maggiore comprensione della nostra attuale natura sociale e politica. Significa abbandonare l’agone e l’agorà in cui si riafferma e ricostruisce e decostruisce senza sosta un’identità nazionale e culturale che non si è mai formata. Il pubblico a casa non è stupido. Il pubblico a casa è votante. Ora in televisione, domani alle elezioni.
Il confessionale è la nuova cabina elettorale. Le case, isole, pedane da ballo, scuole di canto, fattorie e affini dei reality show il nostro nuovo Parlamento.

Le foto pubblicate non hanno alcun significato recondito o riconducibile a quanto detto. Eccezion fatta per il tributo alla bellezza giovanile di Alain Delon, necessario a bilanciare la diffusa presenza di link a beneficio prevalentemente maschile all’interno del post. D’altronde, senza misteri e comprensibilmente, pubblicare in Internet un bel culo ha molto più valore e seguito di quanto fin qui detto. Mi scuso invece per la pubblicazione delle foto di Alfonso Signorini e di Red Ronnie. E forse non avrei dovuto.
Paolo
Condividi