Agli amici della Palle Ovale, Enrico Letta fa un po’ cacare!
Questo post è dedicato a Duccio Il Roboante e al suo prezioso intervento.
Avrei voluto rispondere al suo commento ma poi ho pensato fosse più bello e divertente proseguire le linee dei suoi pensieri, dando loro la visibilità più ampia possibile.
Il rugby. Gioco antico, simulacro dell’aggressività e della violenza fra gli umani, immagine pulita della guerra, fra gli sport probabilmente è il miglior modo per simulare il conflitto fra due fazioni. Le squadre si fronteggiano sempre l’una davanti all’altra in una continua spinta e ritirata per ottanta minuti. Vergogna e punizione cadono su colui che si infila di lato, che aggira la linea dello scontro. Nel rugby il fuorigioco è una questione etica, se sei al di là della linea non solo ti avvantaggi di una posizione indebitamente raggiunta ma sei un vigliacco, un infingardo uno che fugge lo scontro frontale e preferisce la scorciatoia.
Ecco, le linee dei pensieri di Duccio si fanno allora più chiare e il suo commento sul rapporto fra politica e rugby dell’italica penisola apre uno scenario di confronto, una differenza abissale fra le regole/leggi e la pratica del rugby e quelle dei nostri agoni mediatici in politichese arzigogolato e spinto all’inverosimile.
Lo scontro nell’arena televisiva è giustapposizione di lezioni politiche ripetute a pappagallo dall’esponente di turno, che si riduce a semplice amplificatore della linea del partito. Non è scontro quindi, anzi in realtà ne è la negazione. I toni alti, il fracasso: solo fumo negli occhi, in realtà la contraddizione non si scioglie mai, ne viene solo annunciata la facciata, evitando di giungere al conseguente confronto.
La linea che separa le fazioni politiche è quanto di più lontano dalla linea del fuorigioco nel rugby. E’ tutto un proliferare di entrate laterali, di gioco da terra, di ammischiamento confuso, di baruffa che annacqua e svilisce la sostanza del contraddittorio. Lo uccide.
E quindi non si tratta solo di vedere un agone politico senza regole, fatto di furbizia e doppio gioco. Si tratta di una soppressione pressocché totale della lotta politica. Non soltanto si evita di combattere gli uni di fronte agli altri, bensì si cerca di evitare la lotta come il male peggiore.
Una democrazia che da prima perde il rispetto della regole per il confronto/scontro fra le parti, che subito dopo perde interesse nel contradditorio e cerca l’allineamento a un canone, a un dettato che valga per tutti, che a tutti risvegli gli stessi istinti, è una democrazia che muore. E’ una democrazia che gioca senza più regole e senza più squadre, senza più passione e intensità, senza più la voglia di lottare. E’ una democrazia che sceglie l’esilio da se stessa abbracciando parole grandi come amore e libertà, gridate da una voce sola, che in gola si trasforma in urlo e ruggito animale prima di tutto contro se stessi, quasi fossimo afflitti da una malattia autoimmune. E così affetti e ammorbati ci suicidiamo, sciogliendoci indefferenziati, allineati e coperti.
Non so se Il Roboante avesse in mente questo prima di lasciare la tastiera. Spero che voglia proseguire i suoi pensieri. Intanto lo ringrazio perché mi ha dato la possibilità di riflettere sulla nostra idiosincrasia alle regole e allo scontro, simbolizzata ed evocata nei nostri scarsi risultati rugbystici.
Per ora saluto Duccio omaggiandolo con questa stupenda rappresentazione del rugby:
Lyndon

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