E pluribus unum de sta ceppa!
Ouverture:
Questo genere di post è di quelli che più mi spaventano. Provare a descrivere punti di vista, opinioni e considerazioni non banali su fenomeni storici che, durata del nostro pianeta permettendo (a proposito di banalità da ricordare e momenti di depressione da caldeggiare o sconfiggere a seconda delle vostre tendenze del momento - e aggiungo, cosa ci è rimasto se non la banalità?), richiederanno nella migliore delle ipotesi, buttiamola lì, almeno un’altra cinquantina d’anni, insomma, è una cosa che mi mette in un certo stato di apprensione. Non che la cosa possa essere di pubblico interesse, o che la scrittura di suddetti pensieri mi sia stata prescritta da un medico come cura sedativa per la mia indomabile creatività, comunque volevo rendervi partecipi di questo mio momento di tenera insicurezza.
Comunque sia, pensatemi un po’ come quello qua sotto mentre scrivo queste cose.
Adagio:
Insomma, anche ai meno attenti e sospettosi (che non si crogiolano come noi nel dolce brodo del sospetto ricordato dal motto del nostro blog), si saranno fatti nel trascorrere dello scorso decennio un’idea meno romantica di quella propinata dalla vulgata ufficiale sulle ragioni e le realtà di questa benedetta Unione Europea. L’indottrinamento post-adolescenziale dell’Erasmus, la cultura condivisa, il suggello della facilità degli spostamenti geografici favoriti dal proliferare delle Low-Cost, le mille fantomatiche iniziative comuni, l’amichevole e caldo abbraccio dei Fondi Europei. Per i più scettici e tradizionalisti è stata lanciata lì anche l’opzione “radici cristiane” che “hai visto mai dovesse funzionare?” (una crociatina ogni tanto fa sempre bene). Bruxelles l’anonima come nuovo centro dell’impero di parlamentari con quarte cariche istituzionali, rimborsi spese modello “borsa di Mary Poppins” e tanta voglia di allargare l’orizzonte dei propri appetiti economici. Ovviamente noi come entità nazionale non ci siamo certo fatti guardare dietro e abbiamo primeggiato nella categoria.
Crescendo:
Ma a conti fatti, ben pochi di noi non si sono accorti che questa entità sovrannazionale andava assumendo i chiari contorni ed i solidi e spietati principi che regolano la madre di tutte le costruzioni umane ovvero quelli dell’economia nella sua incarnazione di una società per azioni. L’Euro ci protegge, siamo interlocutori più forti nei confronti dell’alleato di oltreoceano e delle fagocitanti Tigri d’Oriente. Tutto vero. Avvisaglie cicliche, sotto forma di referendum che bocciavano l’adesione alla Zona del Nuovo Impero, di paesi con un’economia per il momento più solida o semplicemente più autarchica e controllabile sono state forse facilmente interpretate come transeunti e destinate ad una successiva integrazione tra le fila dell’Ordine. E c’è comunque in questo poco merito da attribuire all’autodeterminazione di alcuni popoli ed evidentemente molto di più alla lungimiranza dei “vertici societari” di alcuni stati.
L’enorme, perché estesa ma non numerosa nei suoi membri, joint venture della classe dirigente del vecchio continente (beh, lo ammetto perfino io, qualcuno a crederci là in mezzo ci sarà pure, ma evidentemente conta poco) si sgretola come neve al sole di fronte a dei conti che, non c’è verso, non vogliono quadrare. Come i soci di un Consiglio di Amministrazione societario di fronte ad un bilancio in rosso pensano prima di tutto a salvare la loro quota azionaria, in questo plutocratico organismo transnazionale chi è in difficoltà non può portare giù nel baratro con sé gli altri, specie se sacrificabile come lo è la Grecia. Ovviamente a quel punto, chi è in odore di futuro tracollo, non può che ostinarsi a difendere tenacemente il debole del momento per creare un precedente importante, una soglia dietro la quale trincerarsi, un’ancora di salvezza per un naufragio imminente (Monsieur Frattini). La lista d’attesa della speranza: Portogallo, Spagna e, eccoci qua, Italia.
Senza nemmeno voler prendere in considerazione l’ingresso recente e/o programmato della galassia di stati dell’Est, ciascuno con prodotti interni lordi di dubbia comprensione e un reddito procapite che effettivamente anche a un bradipo tridattilo (e guardate che sono animali lenti ma intelligenti) sembrerebbe foriero di qualche squilibrio sociale nell’allegra combriccola (vogliamo fare un confronto tra un danese ed un rumeno?), ma che costituiscono evidenti praterie di conquista per i filantropi di cui sopra e serbatoi di nuova forza lavoro con una coscienza di classe (lo so! vi prego passatemelo) di là da venire.
Finale:
La Merkel, portavoce del socio detentore del pacchetto azionario di maggioranza, detta le condizioni. L’Inghilterra alle prese con l’eterna diatriba whig/tory e con un’affermazione di questi ultimi (notizia delle ultime ore) sembrerebbe premiare la teoria secondo la quale non tutti sono disponibili a sprofondare nel baratro in nome del progetto comunitario o comunque preferiscono farlo il più tardi possibile e per conto loro, viste le posizioni antieuropeiste di Cameron e nonostante quella che a detta di tutti gli esperti del settore è stata la politica economica anticrisi di Brown. Il tutto dovendo fare ancora chiaramente i conti con il newcomer Clegg (al quale almeno sulla carta va la mia simpatia e, sì, a volte basta anche solo una faccia nuova).
Comunque sia, le immagini brutali e ansiogene degli scontri di piazza in Grecia contro la nuova politica di austerity decisa dal governo di Atene (che detta così sembra molto più importante di quel che in realtà è e, come ovvio, sembra soffrire degli stessi nostri mali), memento e dimostrazione dei cicli storici ricorrenti, ci catapultano indietro nel tempo. Gli scioperi ad oltranza di minatori ed operai dell’era thatcheriana, gli scontri del luglio 1960 durante il governo Tambroni, e ancora prima fino alla repressione dei moti di Bava Beccaris nel 1898 in una girandola impossibile da enumerare di morti, incidenti e disordine che sto ripercorrendo solo per associazione di idee.
Forse perché in Grecia, ci raccontano, la criticità del momento è esasperata dalla violenza degli anarchici fuori controllo (che nella peggiore delle ipotesi vantano quanto meno un’illustre tradizione essendo anarchici e per giunta greci) e di partiti anacronistici (e per favore leggete il penultimo capoverso di questo). Forse perché, seguendo il filo dei pensieri, ma anche solo per una puerile ingenuità degna del miglior dietrologo che è in me, trovo una curiosa assonanza tra chi predica un ordine incentrato su autonomia, libertà ed indipendenza del cittadino (riduttivo eh?) e chi invece ha fatto di regole e controllo una gabbia ed uno instrumentum regni con cui garantire esclusivamente la propria libertà, autonomia ed indipendenza in una roboante e accecante ricchezza. Insomma niente di nuovo sotto il sole.
Paolo

17:58 - 7-5-2010
Un esempio di “violenza degli anarchici fuori controllo” in Grecia:
http://www.youtube.com/watch?v=hkQ4YsRlFxI
18:56 - 9-5-2010
Sul dorso greco della moneta da 2 Euro è raffigurato il mito di Europa, rapita da Zeus sotto forma di toro bianco. L’ho vista non molto tempo fa: leggere le lettere greche su una moneta “di casa” mi rende orgoglioso, stupidamente e illusoriamente orgoglioso. In quelle lettere vedo l’unum che dovrebbe, potrebbe legarci: tutti noi plurimi europei. Ingenuamente l’alfabeto greco mi ricorda il mio personale corrispettivo delle radici cristiane o del mercato unico, della zona euro, dei vari accordi. Un corrispettivo che, se fosse da tutti condiviso, sarebbe davvero l’unico modo per coesistere insieme e, perché no, per essere grandi. Non si chiama in causa l’orgoglio e l’ingenua illusione un po’ stupida se non si sogna di essere grandi, di guidare oltre il baratro il mondo.
Ma lo stesso errore che faccio con l’Italia lo faccio con l’Europa: tendo a immaginare, a sperare che possano davvero essere ciò che penso siano.
Così non è. E non lo è nemmeno di fronte alla rovina che inizia (strana coincidenza?) dalla porta orientale: la Grecia. La Democrazia Ellenica sta cadendo sotto i colpi del mercato, scoprendosi soltanto un reparto aziendale ormai improduttivo, in crisi, senza più alcun interesse a esser salvato. Il resto di noi si salva alla spicciolata, incapace di capire il nuovo (o forse dovrei dire il vecchio) che avanza.
E pure avevo lo schiribizzo e la tracotanza di credere che di fronte agli imperi che da Oriente incalzano trovassimo il modo di guarirci da noi stessi. Di guardarci in faccia, riconoscere il pericolo e rimboccarci le maniche. Credevo (ingenuo!) che davanti alla marea che monta, la nostra diversità in fondo si sarebbe potuta trasformare in forza, pensavo che in fondo avremmo potuto non solo sopravvivere alla tempesta ma che uniti avremmo indicato una strada alternativa. Una strada che sta nella nostra storia come la gemma più preziosa. Una strada fatta di pensiero libero e critico, di diversità che si arricchiscono confrontandosi, avendo visto dal vivo l’orrore. Ero sicuro che quanto di buono abbiamo fatto alla fine ci salvasse.
No, così non è, cadiamo nel Tartaro, come i Titani siamo sconfitti perché disuniti, perché incapaci di vedere la nostra forza: E pluribus unum!
Rimpiangeremo la nostra miopia, il nostro egoismo, rimpiangeremo la nostra codardia, il non aver osato di scegliere, forzando i tempi.
Un’ultima illusione – che sta a me e a voi mantenere in vita. Quando ci trasformeremo in un blocco monocorde sotto l’incantesimo e la forza dei Leviatani d’Oriente, non lasciamo morire le ultime fiammelle di libertà! Non lasciamoci morire completamente!
13:34 - 10-5-2010
http://www.repubblica.it/economia/2010/05/10/news/intervento_banche_centrali-3948805/
Mi domando chi trova giovamento da questi scossoni di mercato…sicuramente tanti piccoli risparmatori…