Mag 21

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Alcuni apprendono la notizia del giorno - che è una pillola di scienza per mandar giù un fiotto di bile da crisi, per sperare o temere guardando a tempi futuri - come segno della intelligenza degli umani. Peccato che gli stessi pensino che sia altrettanto intelligente adorare un sudario.

Altri si chiedono - usando l’intelligenza in modo più appropriato - cosa voglia dire per la genetica e soprattutto per i suoi risvolti filosofici aver creato una cellula sintetica, dalla riconosciuta paternità digitale. Cioè: essersi spinti in quella zona d’ombra che separa vita da non vita, aver acceso l’interruttore che permette a una serie chimica di autoreplicarsi, quali conseguenze ha nel nostro modo di vedere il soffio vitale che ci anima?

Di nuovo la biologia e la genetica ci mettono di fronte al posto che gli uomini hanno in natura, ci chiedono in che misura dobbiamo sentirci diversi e speciali di fronte all’inesorabile matrice naturale.

Questa scomoda domanda è forse - più o meno consciamente - presente nel commento dell’attore Rutger Hauer.

Se quell’interruttore fosse stato possibile girarlo per i replicanti, le loro cellule si sarebbero potute riprodurre come quelle degli umani e il tempo di morire e di vivere sarebbe stato condiviso da entrambi. E il discrimine fra replicanti e umani si sarebbe dissolto come lacrime nella pioggia.

E forse saremmo potuti essere anche più vicini ai nostri amici d’infanzia.

Lyndon

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