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	<title>Commenti a: Festa di paese alle porte di Roma</title>
	<link>http://intersettiva.it/2010/06/08/festa-di-paese-alle-porte-di-roma/</link>
	<description>Legno, lava, lavagna, livore e Lavoisier. E non dite di non sapere il perché. Voltandosi ha intravisto il motivo. "Odore di specchio" pensò... ________________________________________________________ Il tuo semi-quotidiano di Alta Dietrologia Applicata</description>
	<pubDate>Sat, 19 May 2012 19:01:49 +0000</pubDate>
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		<title>Di: Lyndon</title>
		<link>http://intersettiva.it/2010/06/08/festa-di-paese-alle-porte-di-roma/#comment-669</link>
		<dc:creator>Lyndon</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 08:52:19 +0000</pubDate>
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		<description>Il nero attorno alle luci delle giostre, attorno ai calci e ai pugni tirati per gioco, attorno ai seggiolini in preda a giri di centrifuga, il nero illuminato, solo per poco e a intermittenza dai fuochi d'artificio finali, è quello della notte che separa Massimina da Roma, il paese alla periferia da quello al centro. E' la notte che trincera le enclavi borghesi, silenziose e discrete, dalla festa di popolo, che le taglia fuori dalle giostre.
Questa specie di notte matrigna che avvolge la festa come in un cerchio di penicellina è forse anche il diaframma che ti fa dire che abiti e non vivi a Massimina. Per te non è una trincea probabilmente, non è la distanza fra Piazza Farnese e Via di Casal Lumbroso ma è pur sempre una differenza che nelle foto e nelle parole mi pare incolmabile.
Ma mentre il nero notturno che è stato scavato attorno alle ville dei ricchi serve a non colmare la distanza con Massimina perché se ne ha timore e perché quindi si preferisce la prorpia noia piena di sussiego ma densa di orrore; mentre la distanza col centro è segno della crescita da azzeccagarbugli di una Roma provinciale e papalina che ha, suo malgrado, dovuto vestire i panni di capitale e di metropoli; il nero che ti fa dire di non vivere a Massimina ma di abitarci soltanto è molto simile al mio che mi fa dire lo stesso del Monte Mario di Piazza Guadalupe. E questo tipo di nero dice di una condizione che ci fa vivere da forestieri, quasi da turisti, nel nostro stesso quartiere. Questo nero dice che Massimina non è un luogo di umani, di relazioni umane, di cultura umana. E' uno spazio di disperata sopravvivenza. Uno spazio in cui l'unica cosa che accomuna gli elementi del melting pot è il fatto che il nero che fa da penicellina è invalicabile, che lo si deve guardare da lontano e che, per quanto ci si possa spostare, da Massimina o da Piazza Guadalupe non si ecse.
Non si tratta allora di dirsi fuori dalle dinamiche di quartiere perché troppo intellettuali e cosmopoliti per affaccendarsi in così provinciali e banali faccende. Credo che entrambi non viviamo il quartiere semplicemente perché il quartiere non c'è, perché è solo uno spazio dove ammassare umani e non un luogo dove vivono uomini.
E allora anche le faccie che rivolte in alto stavano a guardare i fuochi non vivono a Massimina ma semplicemente ci abitano.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il nero attorno alle luci delle giostre, attorno ai calci e ai pugni tirati per gioco, attorno ai seggiolini in preda a giri di centrifuga, il nero illuminato, solo per poco e a intermittenza dai fuochi d&#8217;artificio finali, è quello della notte che separa Massimina da Roma, il paese alla periferia da quello al centro. E&#8217; la notte che trincera le enclavi borghesi, silenziose e discrete, dalla festa di popolo, che le taglia fuori dalle giostre.<br />
Questa specie di notte matrigna che avvolge la festa come in un cerchio di penicellina è forse anche il diaframma che ti fa dire che abiti e non vivi a Massimina. Per te non è una trincea probabilmente, non è la distanza fra Piazza Farnese e Via di Casal Lumbroso ma è pur sempre una differenza che nelle foto e nelle parole mi pare incolmabile.<br />
Ma mentre il nero notturno che è stato scavato attorno alle ville dei ricchi serve a non colmare la distanza con Massimina perché se ne ha timore e perché quindi si preferisce la prorpia noia piena di sussiego ma densa di orrore; mentre la distanza col centro è segno della crescita da azzeccagarbugli di una Roma provinciale e papalina che ha, suo malgrado, dovuto vestire i panni di capitale e di metropoli; il nero che ti fa dire di non vivere a Massimina ma di abitarci soltanto è molto simile al mio che mi fa dire lo stesso del Monte Mario di Piazza Guadalupe. E questo tipo di nero dice di una condizione che ci fa vivere da forestieri, quasi da turisti, nel nostro stesso quartiere. Questo nero dice che Massimina non è un luogo di umani, di relazioni umane, di cultura umana. E&#8217; uno spazio di disperata sopravvivenza. Uno spazio in cui l&#8217;unica cosa che accomuna gli elementi del melting pot è il fatto che il nero che fa da penicellina è invalicabile, che lo si deve guardare da lontano e che, per quanto ci si possa spostare, da Massimina o da Piazza Guadalupe non si ecse.<br />
Non si tratta allora di dirsi fuori dalle dinamiche di quartiere perché troppo intellettuali e cosmopoliti per affaccendarsi in così provinciali e banali faccende. Credo che entrambi non viviamo il quartiere semplicemente perché il quartiere non c&#8217;è, perché è solo uno spazio dove ammassare umani e non un luogo dove vivono uomini.<br />
E allora anche le faccie che rivolte in alto stavano a guardare i fuochi non vivono a Massimina ma semplicemente ci abitano.</p>
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