Agosto 2010Archivi

Ago 29

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Vadano a casa i nonni del Pd, vada a casa il nonno Berlusconi, largo ai quarantenni di tutti gli schieramenti, basta con le vecchie alchimie. L’Italia abbisogna di nuovi volti, di nuovi politici che ridonino lustro alla categoria e che portino il Bel Paese fuori dal guado limaccioso e puzzolente in cui i vecchi incartapecoriti e ultra pensionabili lo hanno abbandonato.

Matteo Renzi, con caparbia fiorentina, dà corpo al proprio malcontento e alla propria voglia di fare la storia d’Italia e di cacciare dalle poltrone i grandi vecchi del Pd, forse a costo di spezzar loro gli artigli che li ancorano saldamente al potere.

Di questi vecchi, cristiani solo a parole, ne hanno abbastanza anche i vescovi italiani. Si potrebbe obiettare che anche i vescovi sono vecchi ma un buon cristiano sa che ciò che vale per gli uomini non vale per i figli di cristo, in altre parole, sa benissimo che per vivere senza troppi pensieri è cosa buona e giusta girare le spalle alle contraddizioni. Bagnasco vorrebbe – e forse lo ha già ottenuto – dei cristiani responsabili. Li vuole politici impegnati a dare corpo alle speranza di ogni buon cristiano cattolico. Li vuole al potere.

C’è dunque aria di un new deal, di un nuovo patto per il nostro allegro baraccone nazionale. Basta col circo, le starlette mezze nude e il mito di un’Italia azienda capace di risolvere i problemi a suon di convention e slogan acchiappa casalinghe annoiate e mariti sessualmente frustrati.

C’è bisogno di competenza, responsabilità, diligenza, c’è bisogno di orientare lo zelo servizievole verso ideali più alti. Gli italiani devono ritrovare le proprie origini raccogliendosi nella fede, tornando a quella mater eclesiae che ormai ha esaurito la pazienza e li chiama a sé con composta e ma inesorabile autorità: La ricreazione è finita! Si torna in aula.

Come faranno a farsi eleggere i rampanti quarantenni? Bagnasco lo sa molto bene come faranno. Dovranno presentarsi agli elettori mondi da ogni peccato, con una faccia da bravo ragazzo o da figliuol prodico. I nuovi uomini della politica italiana dovranno allettare un elettorato che orfano di educazione civica e dimentico della cultura e della storia di questo Paese ha sete di punti di riferimento forti, ha bisogno di tradizione e di ossequiare un canone vincente e sicuro.

Un italiano che cerca sicurezza in qualcosa che sia comprensibile immediatamente, che sia a buon mercato, che non gli dia degli obblighi assoluti, che gli faccia capire che bene o male alla fine la si sfanga, che sia però autorevole, che abbia una storia fulgida, che sia potente come il più forte dei padri ma amorevole come la più dolce delle madri, cosa trova?

Trova la rete capillare, estesa su tutto il territorio italiano in modo esemplare e connessa con l’intero globo in modo altrettanto meticoloso, della Chiesa cattolica.

Un italiano che cerca rivalsa, che non vuole soltanto stare bene in famiglia, vuole gloria, potere, come una certa lusinghiera storia gli ha detto che merita per nobili natali cosa trova?

Trova il fascismo. Fenomeno di certo meno autorevole, meno sicuro di mamma chiesa. Ma si tratta di qualcosa che titilla l’altra voglia oscura di noi italiani: tornare grandi svuotando su tutto ciò che si metterà contro il nostro odio per la nostra mollezza meticcia, la nostra bastardaggine che ci ha privati della forza imperiale di quei nobili natali che vivono solo nelle storie al sapore di nostalgia.

I diciottenni che andranno a votare la nuova classe politica, che avranno a noia i vecchi di ogni schieramento vorranno politici conservatori, che li guidino che li manduchino – permettetemi questo latinismo orribile ma che rende l’idea della voglia di una mano ferma che ci guidi fuori dal buio.

E allora, spazio alla nuova Repubblica, cristiana, rispettabile, autorevole e forte. Lunga vita ai nuovi quarantenni, a quegli Italiani a cui i grandi vecchi che si sentono ora il fiato sul collo avevan promesso ricchezza e prosperità spensierate. Lunga vita ai nostri nuovi politici, bamboccioni un po’ viziati alla guida di un popolo che di nuovo non vuole avere nulla se non l’ordine.

Lyndon, back in town

Ago 27

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Il rientro dalle vacanze è difficile.

La città è ancora semivuota, il clima continua ad essere torrido, le giornate in ufficio (o in redazione, come noi di intersettiva) scorrono lente, noiose.

Il ritorno dalle vacanze è sfiancante perché, in fondo in fondo, speri che dopo un paio di settimane di permanenza “fuori dal mondo”, qualcosa, del mondo, sia diverso, nuovo o che so io insolito, inaspettato, più divertente.

Capiamoci, non è che mi aspettassi novità incredibili (che ne so la scoperta di un cardellino mannaro, piuttosto che la nomina di Clubber Lang a sottosegretario per il Ministero della Gioventù…) ma almeno speravo che la “forma”, che lo “stile”, le “modalità di narrazione” fossero diverse.

E invece no. Loro avanzano, macinano metri su metri, continuano a scrivere, a dire, a discutere e, per la nostra gioia (e per il nostro piacere della contraddizione) a regalarci perle assolute ed imperdibili.

Ecco quindi, in ordine sparso, un po’ di articoli succosi, talmente tanto da esser liquidi come questo che mi ha segnalato la nostra accanita e fedelissima lettrice Agaira Karumi (stiamo pensando se fare un sondaggio tra i lettori di Intersettiva per capire se ci sono tra loro più Gheishe o Bisposati).

C’è poi chi si diletta a far vedere al mondo quanti filosofi… pardon War veterans conosce. In altre parole, io conosco pure Bachofen ergo ce l’ho più lungo. Elementare.

Quasi quasi vien da dare ragione a questo che se la prende con quest’altro.

Ma non vogliamo drammatizzare, in fondo, anche se lentamente, tutto cambia, tutto scorre.

Speriamo solo che quest’epoca liquida, coerentemente con il suo status fisico, scorra via velocemente senza fare ulteriori danni.

 

Intersettiva ancora bagnata.

Ago 11
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Tutta l’ambigua e variopinta redazione di Intersettiva si perderà oggi a diaspora a bordo del Vascello Intersettivo (foto di repertorio). La crociera toccherà lidi immaginifici e località remote. Ad ogni approdo membri di questa colonna mediatica invisa alla malvagità verranno sbarcati per contagiare ogni angolo ed ogni pensiero con la loro beffarda dietrologia e il loro cinismo, ma anche con “secchiate” di acume e amore.Tutti gli stessi membri dell’ambigua redazione sanno che vi ritroveranno qui tra non molto. O che in caso contrario vi verranno a cercare porta per porta.

Divertititevi e Intersettitevi tutti ma cum grano salis

INTERSETTIVA con pinne, fucile ed occhiali 

Ago 02

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A chi appartengono i morti di Bologna?
Di chi sono i ricordi delle macerie e dei corpi di Bologna?

Sono delle famiglie di coloro che attendevano in stazione attorno alle dieci e mezza di trent’anni fa. Di quegli umani schiacciati dalla stazione. Umani che hanno perso la vita aspettando. Chi nella noia, chi nei propri pensieri e nella rivoluzione delle emozioni che vivono in una stazione. Traditi dalla sala d’attesa, da quel posto neutro, di passaggio quotidiano o eccezionale. Colpiti alle spalle, strappati al sonno diurno della routine.
Io li immagino. A me non appartengono ricordi. A me sarebbero dovute arrivare voci, storie, ricostruzioni, analisi, opinioni. Parole che da Bologna avrebbero dovuto sedimentarsi nella mente di noi che non abbiamo ricordi.

I morti di Bologna non hanno varcato la città. Lì sotto le macerie della sala d’aspetto e di tutto ciò che di fragile c’era attorno sono rimasti a distanza di tre decenni.
Per noi, fuori da quella sala d’attesa e senza alcun legame diretto con le dieci e venticinque, quei morti sono immagini da Tg, sono le vittime sacrificali di una storia non detta di complotti, depistaggi e di circonvoluzioni dietrologhe arzigogolate e avvincenti.

Alle dieci e venticinque del 2 agosto del 1980 Bologna parte, sparisce dalla Terra e per un po’ si trasferisce in un posto lontano. E tutti coloro che sono stati costretti a partire non sono mai riusciti a tornare. Forse noi non li abbiamo mai accettati fino in fondo, non li abbiamo più riconosciuti se non come gladiatori dei nostri giochi di memoria. Abbiamo abbassato il pollice e condannato all’oblio quel viaggio. Abbiamo ricostruito Bologna come se nulla fosse successo per davvero.

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Oggi si dice che si debba ricordare. Ma l’assenza dei nostri rappresentanti ricorda solo l’oblio. Ricorda che noi non ne vogliamo sapere nulla di quel posto in cui Bologna è andata quel 2 di agosto. Che cosa ha visto Bologna non lo vogliamo vedere. Che cosa ha provato non lo vogliamo provare. Noi non vogliamo ricordare quel viaggio.

Ci raccontiamo storie di come alcuni malvagi individui abbiano tramato nell’ombra, a nostra insaputa, alle nostre spalle. Costoro, eminenze grigie di un odio che non riusciamo a vincere, hanno scelto la destinazione, il vagone più capiente, il binario più rapido e il treno più veloce. Hanno atteso fino all’ora stabilita e hanno mandato Bologna a farsi un giro.
Forse così com’era non piaceva. I malvagi cospiratori non la volevano e allora l’hanno fatta partire e l’hanno sostituita con qualcosa di diverso: una Bologna che piacesse a tutti di più. Una Bologna che potesse tornare ai ruggenti anni ottanta, partecipando da par suo al sonno diurno di noi tutti.

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Chi sono i mandanti della strage?
Chi sono le malvagie eminenze grigie?

Ognuno di noi ha una teoria, cerca di far vedere che non crede all’ufficiale versione dei fatti – ma qual è l’ufficiale versione dei fatti?
Ognuno di noi però preferisce ascoltare le storie di quei gladiatori del nostro Colosseo storico, piuttosto che ricordare. Perché se ricordassimo o se cercassimo di capire dove è andata a finire Bologna quel giorno, dovremmo fare i conti con qualcosa di terribile: la responsabilità di trent’anni di silenzio, l’accettazione supina e anestetica dell’impunità. Soprattutto il fatto che sul biglietto confezionato per Bologna l’inchiostro delle eminenze grigie è il nostro.

Lyndon

intersettiva.it