
Imparare da ciò che è stato presuppone l’abilità di preparare una particolare, instabile e rara pozione, in cui si riesca a mescolare al punto giusto oblio e memoria, e poi esser capaci di far bere a tutti questo prezioso intruglio.
In realtà, credo che su larga scala non si impari dalla Storia ma si venga semplicemente affascinati a sufficienza da un particolare modo di raccontare la Storia. Chi riesce in questa impresa può trasmettere al futuro certe “lezioni” del passato. Altrimenti lasciarsi ispirare dal passato e riproporne una versione aggiornata.
Il futuro d’Europa assomiglia molto al suo passato. Ne è l’immagine riflessa – in un intervallo di tempo neanche così lungo – amplificata e magnificata come soltanto l’immaginazione in cerca di epica a buon mercato può fare.
I segni?
Gli Scandinavi che, svegliati di soprassalto dai loro sogni di socialdemocrazia reale, si rendono conto di poter essere xenofobi e avere gli stessi problemi con l’immigrazione degli altri Paesi europei.
La Francia, la Repubblica, che si scopre Nazione etnocentrica, espelle i Rom e vorrebbe togliere la nazionalità francese a quelli che Francesi lo sono per “acquisizione” e non per chi sa quale diritto di sangue. La terra della Rivoluzione che torna ad ammiccare ai valori dell’orribile nemico: l’ancien regime.
Il mondo anglosassone e ciò che rimane ancora dell’Impero americano hanno smesso di farci sognare, di regalarci il futuro, il progresso di scienze e tecniche. E’ come se avessero abiurato alla missione baconiana di conoscere e asservire la natura perché presi nell’incubo del terrorismo globale, bloccati dal sospetto, incattiviti a tal punto da vedere in ogni cosa che si avvicini troppo un pericolo mortale.
La Germania, che ha ripreso a isolarsi in sé, a rimboccarsi le maniche per far fronte alla crisi, a macinare a testa bassa senza guardare cosa le succede attorno. Scavando in se stessa cosa troverà? Quale rimedio scoprirà, quale soluzione vorrà poi imporre?
E noi, sgretolati in ogni dove. Ci votiamo al prete, al mafioso, al politico, all’amico, sfiduciati in noi stessi, incapaci di guardare in faccia la disperazione di uno Stato che si tiene in vita probabilmente perché al giorno d’oggi le invasioni non sono più come quelle che la Penisola ha sempre subito, sono più sottili, mercantili, commerciali, finanziarie. Ma certo è che se fossimo in un tempo diverso, per come siamo in fratricida guerra fra noi, nessuna grande Nazione d’Europa avrebbe fatto fatica a invadere e spazzare via la Repubblica italiana.
E forse, proprio perché questa vulnerabilità la sentiamo, ritornano a galla dal nostro recente passato storie di epici destini, di imperiali compiti, di nobili discendenze italiche, quasi a instupidirci con le immagini e le propaganda del ventennio per non vedere che l’unica arma che abbiamo per arginare mafia e corruzione, per tener fuori dalla porta i lupi, è la preghiera.
E poi la Spagna socialista che scricchiola sotto le urla dello sciopero generale. Il Belgio, simbolo della convivenza fra gli eredi delle due anime più importanti d’Europa: Latini e Germani, che non trova più motivi per restare unito e si lascia conquistare dagli odî etnici.
La ricchezza e la prosperità si assottigliano, gli Europei si sentono insicuri, avvertono di essere assediati da schiere oplitiche di diseredati che si aggirano famelici e che voglio le loro ricchezze. E quindi in un lampo dimenticano la tolleranza, il pensiero critico, la tutela della libertà dell’individuo, i valori delle rivoluzioni borghesi. Dimenticano e addormentano i lumi del proprio pensiero. E gli ultimi strascichi dell’Illuminismo si annacquano, obliati e cancellati dalla paura, dalla necessità di sopravvivere.
Si è discusso molto sulla crisi economica, sulle sue cause, su i possibili rimedî. Si sono schierate le truppe dei media contro la finanza e le sue maschere. La trasformazione dell’economia che si è spostata inesorabilmente verso un’ottica centrata sul valore finanziario delle imprese, abbandonando la produzione, lamentando un distacco dalla realtà a causa di sogni di facili guadagni fatti non più con i soldi “veri” ma con i segni dei soldi, i nomi delle imprese che in realtà erano ben altro. Ed è questa delusione dei sogni della finanza che ha contagiato l’intero sistema economico mondiale. Un tonfo enorme, come quando ci si sveglia da un sogno con la spiacevole sensazione di cadere.
Ma al di là delle considerazioni di tipo tecnico, che posso solo abbozzare, c’è qualcosa di più profondo nella crisi, qualcosa che giustifica in modo sostanziale la vertigine conservatrice che tutti avviluppa.

Il sogno infranto da cui ci siamo svegliati d’improvviso, come se cadessimo d’improvviso da quella che credevamo una comoda poltrona, è il mondo costruito dai campioni del capitalismo d’Occidente, pionieri del progresso scientifico, delle conquiste tecnologiche, dell’integrazione dei popoli, uniti dallo stesso modo di fare affari, dallo stesso mercato. Il mondo che la crisi ha smascherato è quello descritto dalla filmografia americana degli anni ’80. Un mondo fatto di competenze intellettuali sempre più raffinate al servizio di un mercato fondato su tecniche finanziarie sempre più astratte e sempre più assimilabili a complesse teorizzazione matematiche. I signori incontrastati di quel mondo vincevano le proprie guerre in punta di fioretto.
In un mondo del genere ci siamo illusi di poter diventare degli specialisti, qualsiasi fosse il nostro campo professionale. Ci siamo illusi di poter vivere il futuro roseo delle magnifiche sorti e progressive. Ci siamo illusi che il libero mercato potesse svilupparsi ipertroficamente facendoci tutti ricchi, intellettuali, tecnologicamente avanzati, illuminati, tolleranti delle diversità di lingua, religione e costumi ecc. ecc.
La realtà, dura, spietata, ci ha fatto ricredere e mettere in soffitta il progresso e la tolleranza, il gusto e l’amore per la cultura e per chi osa nel campo della mente. Ed ecco gli attacchi alla scienza, alle sue imprese giudicate troppo ardite come lo sono state quelle della finanza: illusori sogni da matematici. Lo spettro della povertà, lo specchio della nostra ricchezza infranto ci ho reso ostili e cattivi, insofferenti al cambiamento e allergici a tutto ciò che non è tradizione: porto sicuro quando il mare è in tempesta.
Ma il baratro in cui il sogno, finendo di colpo, ci precipita è molto più profondo di quanto pensiamo. Il buio di questo Tartaro inaspettato – fatto di cataclismi ecologici, che ci rendono arbitri incontrastati in negativo delle sorti naturali, foraggiando la nostra vanità in un meccanismo masochistico e contradditorio – ci tira giù nelle viscere di qualcosa che pensavamo sepolto.
Ciò che stiamo vivendo non è inscrivibile nell’alternanza fra forze progressiste e forze conservatrici. Cosa più che naturale nella vita di sistemi democratico-liberali. Ciò che vediamo nel nostro Parlamento, come nel resto del Continente, è il tramonto della democrazia. Le forze conservatrici che avviluppano l’Europa, l’Occidente e il Globo intero non appartengono alla tradizione liberale.
Oltre alla crisi delle sinistre, della socialdemocrazia europea e del socialismo, c’è qualcosa di più grave. Non si tratta soltanto dell’incapacità di una certa classe politica o di una certa area politica di interpretare il presente. La destra vince perché si sta smarcando dalla tradizione liberale. Perché di fronte all’immigrato, alla sua differenza e ai problemi che ciò comporta in un periodo di vacche magre, non si affida alla costituzione, alla legge del proprio Stato, ma ai valori, agli usi e costumi della propria gente. La trasformazione degli Stati in Nazioni, cioè il passaggio da un sistema che basa la coesione fra gli individui sulla legge a uno che si fonda sull’appartenenza etnica, è un sintomo letale.
In che modo si può pensare all’integrazione di masse di umani provenienti da realtà sociali differenti dalle nostre se al loro arrivo, oltre alle difficoltà di sopravvivenza, devono sobbarcarsi uno status d’alterità inamovibile? Uno straniero in uno Stato etnocentrico sarà sempre uno straniero.
In un’ottica del genere, che fine fanno i diritti universali? E, ancor più grave, che fine fa il diritto?
E non dobbiamo pensare che ciò colpisca esclusivamente il nero, mussulmano, povero e un po’ fetente che sbarca sulle nostre coste. O qualsiasi altro straniero. Senza diritto, ognuno di noi rischia di diventare straniero. Ognuno di noi rischia di diventare un sovversivo, un nemico del popolo.
In queste ore Berlusconi rivendica il proprio potere governativo perché scelto dagli elettori. L’investitura popolare che Berlusconi invoca per sé è quanto di più antidemocratico si possa dire in un Parlamento (il mercato di deputati è quanto di più disonorevole e meschino si possa fare in un Prlamento). E ciò perché il popolo di Berlusconi è un popolo che non esiste, un magma indistinto, un effetto scenico per il suo show. Il popolo di Berlusconi è una massa anestetizzata che non può far altro che votare per lui. Un popolo che non sa scegliere e che non può scegliere, che non ha alternative né futuro.
Dov’è la democrazia?
La democrazia non c’è. Non c’è fra i palazzi della politica come negli uffici, nelle scuole, per strada. Non c’è democrazia perché non c’è legge né diritto. Non c’è democrazia perché gli individui non sono più tali ma amici di, parenti di – nel nostro caso. In realtà diverse, prima di essere individui sono Francesi di denominazione controllata. Oppure sono veri Svedesi. In altri casi sono bianchi e protestanti. In altri ancora ferventi cattolici.
Mentre Sarkozy, francese per approssimazione secondo i nuovi canoni di nazionalità da lui stesso promossi, espelleva questa estate gli indesiderati Rom, io me ne stavo a Parigi, nel Pantheon che celebra i Grandi di Francia. Me ne stavo lì a contemplare l’omaggio alla scienza del pendolo di Foucault, e a riflettere sulla scritta che fa da didascalia al monumento a Diderot:
“L’enciclopedia prepara all’idea di Rivoluzione”
Come le parole e il loro significati, il sapere che esse contengono, in ordine alfabetico non hanno un trattamento di favore, cioè sono tutte uguali di fronte alla legge della processione alfabetica, così gli individui dello Stato, la dignità che essi hanno, sono tutti uguali di fronte alla legge.
Noi ora diamo credito a chi non crede più nell’ordine alfabetico e dipinge il nostro futuro secondo ordini di valore, in cui alcuni vengono trattati in un modo altri in un altro in relazione alla propria affiliazione o, peggio ancora, al proprio sangue.
La crisi ci ha reso prima diffidenti nel futuro, perché scottati dallo svanire di quello che speravamo dovesse toccarci in sorte per meriti di progresso. Poi ci ha gettato nel sospetto e nella paura dell’alterità. Ora torniamo a parlare di futuro ma davanti a noi abbiamo solo uno specchio, che la nuova Destra che tutti ci avviluppa ha posizionato al punto giusto per farci vedere che ciò che ci aspetta è ciò che in un tempo dimenticato abbiamo combattuto.
Lyndon
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