
Devo dire di essere in disaccordo con le considerazioni espresse da Lyndon nel post precedente, o almeno con le sue conclusioni. E così è anche per il successivo commento di S.Patrizio, freschissimo e che leggo proprio mentre scrivo (riesco, con mia sorpresa, a fare le due cose in simultanea ma non so con quali risultati). Mentre, per altri versi, i ragionamenti del Santo mi vedono concorde, come sempre. Ma questo vale anche per l’impianto della riflessione di Lyndon, come è ovvio condividendo noi tutti questo piccolo spazio espressivo. I motivi sono molteplici e non tutti interessanti. Parto dai più semplici.
La narrazione artefatta e poco spontanea di Saviano di solito non attira molto la mia attenzione, ritmi e appigli che la caratterizzano non sono poi così lontani da quelli di una fiction e vendite e tipologia di acquirente di Gomorra starebbero a dimostrare che, più o meno, l’attenzione e la curiosità con cui vengono letti i suoi crudi passaggi sono le stesse di quelle tributate dai più alla lettura di rotocalchi scandalistici come “Visto” e “Chi”. Ovviamente la colpa non è in alcun modo ascrivibile allo scrittore ma, come dato, sembra emergere l’esistenza di un genere, di cui egli è suo malgrado rappresentante di spicco, il quale abbia bisogno di una serie solida e schematica di topos per essere efficace, così come qualsiasi altro genere narrativo. E parlando di denuncia e attualità politica, la cosa non può che essere foriera di ulteriori considerazioni. Tutte negative. Chi ascolta un resoconto di Saviano è attratto dalla perizia, dalla crudezza con cui vengono raccontate nefandezze, atrocità, il consolidamento del potere e delle ricchezze. Mediamente i “valori” veicolati, anche se visti e decodificati in chiave diametralmente opposta, sono gli stessi di quelli che costituiscono l’ossatura portante dell’attuale governo, del culto della personalità berlusconiano, ma anche, ahimè (e non riesco a trovare motivi per non interpretarla così) dell’intera realtà culturale, politica e civile del popolo italiano. Il successo, il potere, la violenza, i corpi turgidi femminili e talvolta maschili come pietre miliari, tasselli, occulti o meno, perseguiti o combattuti (con volontà o a livello inconscio in ambo i casi) sono riscontrabili in entrambi i paradigmi che sembrano fronteggiarsi in questo momento nella nostra nazione. Ma il problema sta tutto in quel “sembrano”. L’occhio voyeur della massa mediocre televisiva guarda le cose con il medesimo approccio e la questione non è allora puramente stilistica, considerando che il modo in cui si espongono o raccontano le storie e quali storie e racconti gli altri stiano mediamente a sentire è, a mio avviso, una cartina tornasole estremamente affidabile della condizione di salute culturale e civile di un popolo. Poco interessante mi pare a quel punto la consueta giustificazione che “Saviano scrive per far capire alla Gente” (si, proprio quella con la G maiuscola, spesso disinteressata e atarassica se nessuno la stimola a vedere dove altri non vogliono si guardi), proprio perché quella è la stessa gente che, in forza alla propria mediocrità, cinque minuti dopo essersi commossa per “la storia del ragazzo che vive sotto scorta perché ha sfidato la camorra” può tranquillamente cambiare idea se chi in quel momento gli parla è così bravo e convincente da toccare le corde giuste. Il punto è: siete sicuri di voler convincere questo pubblico?
L’informazione, è ovvio oltre ogni dubbio, in Italia non ha più fruitori, ma solo consumatori.
Lo sa bene Bersani ospite di Fazio (e non potrebbe essere diversamente giacché “La Coop sei tu, chi può darti, chi può darti di più?). Lo sa altrettanto bene Mentana e il suo TG “on demand”. Conosce i gusti informativi del suo pubblico come quelli del suo gelato preferito: “Siete stanchi di sentir parlare di un litigio finito male tra cugini in apertura a tutti i notiziari? Allora noi vi parleremo prima della politica nazionale e poi del perché gli altri vi parlano tanto di una lite tra cugini finita male, parlandovi anche un po’ di una lite tra cugini finita male (che a me il gusto pistacchio non piace, ma poi arriva sempre il solito stronzo al bancone che te lo chiede…). Il consumatore chiede e viene amorevolmente ricompensato dal suo commerciante di idee.
E non sto dicendo che il folle attacco condotto da Maroni, da una carica istituzionale, descritto da Lyndon sia cosa da far passare sotto silenzio. E infatti anche Lyndon parla di reazione biliosa di Maroni davanti all’arena televisiva, perché pesa di più la brutta figura davanti al proprio pubblico piuttosto che le accuse mosse. Ma il punto è che anche al pubblico (altrimenti le cose cambierebbero davvero) interessa più la reazione di Maroni piuttosto che la verifica o la smentita delle accuse formulate. Il pubblico ride di Cetto La Qualunque e il pubblico vota Cetto La Qualunque. Tutto il pubblico. Di destra e di sinistra. Perché i Cetto La Qualunque sono davvero bipartisan. Dobbiamo farci i conti con questa cosa.
Voglio dire che attualmente in Italia per la quasi totalità delle persone, mi ci metto in mezzo se ciò riesce a dare più chiarezza alla cosa (e perché, nonostante i nostri sforzi, siamo tutti già più vittime del meccanismo di quanto non ci piaccia ammettere) è possibile simpatizzare, senza troppa fatica, per il ragazzo dagli occhi buoni che ci ha disvelato una volta di più gli orrori della criminalità organizzata (ma non ci sentiamo già idioti per una tale considerazione?) e cinque minuti dopo per un altro ragazzo figlio di camorrista che cerca il riscatto tra le mura di un reality show. Gli occhi che guardano sono gli stessi. Quando si arriva sul bordo del baratro si deve avere il coraggio di guardarci dentro e non di pensare che, quando eravamo due metri più indietro, il rischio di cadere era minore. Quello che dico è che, tutto sommato, meglio culi e tette se il nemico è solamente uno a cui quella sera non andava di vedere culi e tette.
Paolo
Condividi