Febbraio 2011Archivi

Feb 23

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Il sangue dei reietti, di quegli sporchi e indesiderati umani dell’altra sponda, il fumo delle loro case e dei loro corpi bruciati sembra che ci abbiano interrotto, distraendoci dai nostri affari: chi in cerca della goccia di peccato della carne sufficiente a vincere, chi in cerca di sofismi al botulino per rimanere al proprio posto.
Le urla dei rivoltosi ci hanno infastidito perché la loro rivoluzione, la loro rabbia contro il raìs, contro il capo, fa impallidire i barocchi tentativi di liberarci del nostro fantoccio al potere. Ci hanno seccato questi beduini ingrati perché si pensava che un baciamano potesse assicurarci dei cospicui guadagni a buon mercato.

I Libici sono il nostro doppelgänger, il nostro doppio oscuro, l’altra metà di noi oltre lo specchio. E adesso che il loro odio e la loro sete di libertà sono esplosi improvvisamente non possiamo che guardarli in faccia, caduta la maschera dell’arabo cattivo e terrorista, fanatico e integralista o quella dell’arabo buono, collaboratore, antisemita solo nel privato, ottimo partner commerciale e baluardo, garantito da una dose necessaria di brutalità, delle masse povere che sopravvivono oltre lo specchio.

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Ora li dobbiamo guardare: hanno anche loro il web, gli smartphone, i portatili; anche loro hanno gli stessi nostri desideri, le nostre stesse paure. Ora dobbiamo riconoscere che l’unica cosa che ci divide è la ricchezza. Non la democrazia opposta alla legge islamica, non la civiltà della comunicazione opposta all’immobilismo della tradizione coranica. Solo la ricchezza ci divide e di conseguenza la fame di libertà.

Noi, della ricca Europa, ne siamo sazi di libertà, satolli al punto da non accorgerci che sempre più di frequente si apre una falla incrementando le perdite. Loro, seduti sulle nostre ricchezze come guardie cenciose, hanno un gran buco allo stomaco, una fame tale da sfidare le armi e le bombe.

La paralisi dell’Unione Europea di fronte alle rivolte del mondo arabo denuncia come l’ormai ovvio vassallaggio del potere politico – cioè, tanto per ricordare, il potere degli eletti dal popolo – nei confronti dell’interesse economico abbia intessuto relazioni profonde con dittature o monarchie assolute disumane e brutali. Ma oltre a tale vergognosa meschinità, questa paralisi diffusa fra gli Europei denuncia una verità più scomoda e terribile da riconoscere: la democrazia non è un bene per tutti. Soltanto alcuni popoli possono permettersela, gli altri devono sacrificarsi in una condizione ancillare perenne; perché la democrazia alla fine non è nient’altro che un tipo particolare di mercato, i cui confini devono rimanere circoscritti per funzionare. Insomma, alla festa non possono essere invitati tutti gli umani, la democrazia è un bene di lusso.

Tale verità viene poi mascherata e indorata da una melliflua ipocrisia che mescola l’autodeterminismo dei popoli con un superficiale relativismo politico, in cui tutte le vacche sono nere e a scegliere le migliori è soltanto questione d’olfatto: quelle ricche si lavano, quelle povere rimangono nel fango. E allora ecco confezionato il paradosso della ricca e democratica Europa che compra energia e fa affari con le dittature del Nord Africa senza farsi alcuno scrupolo; come continua a non farsi scrupoli mentre assiste attonita e sorpresa alla morte di quei popoli che chiedono libertà: “ma come, non vi piaceva essere guidati dal vostro raìs?” Sembra chiedere sbigottita.

La libertà per cui migliaia di Europei hanno dato la vita – come ora i Libici – è ridotta a bene di consumo, prezzata e venduta al miglior offerente. Questo ci dice il sangue dei nostri doppi oscuri, ci dice del nostro tradimento, prima che della nostra vile ipocrisia, alla quale forse siamo ormai abituati.

Gheddafi dichiara di essere leader a vita, morirà per la sua Libia. Chi sa con chi contrarremo matrimonio una volta che la morte ci avrà separato dal raìs, chi sa con chi firmeremo l’ennesimo contratto. Certo è che la morte non porterà via soltanto il beduino folle dittatore, lei ci ha già toccato inesorabilmente l’anima.

Lyndon

Feb 18

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Feb 17

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E ora ditemi, se fosse vero, quanti di noi rimpiangendo il tempo andato, sospirerebbero - di fronte al telquiz della sera con un Carlo Conti emaciato che chiede il colore preferito di Benedetto XVI - “si stava meglio quando si stava peggio”?

Lyndon

Feb 08

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Sui corpi di quattro bambini e nel silenzio che la morte provoca – anche quando si tratta di reietti – chi ha qualcosa da dire sull’argomento “Rom?” urla per rubare quanta più attenzione sia possibile. La prossima settimana Roma avrà digerito le ceneri umane sacrificate alla nostra vile indifferenza e la carta e il fiato di circostanza, quindi bisogna affrettarsi e cercare d’imprimere nella memoria labile e volubile le parole d’ordine: accoglienza sostenibile, veglia di preghiera, lutto cittadino, regole precise, decoro, degrado, bonifica delle coscienze.

Parole d’ordine, in sequenza casuale, che cito dalle dichiarazioni di Alemanno e da quelle della Comunità di Sant’Egidio.

Mi sembrano avvoltoi che in alto girano in cerchi, fin quando non vedono la preda abbattuta, lo squarcio nel continuum televisivo in cui infilarsi per gridare forte ciò che nei giri ad alta quota nessuno udiva.

E allora il cattolico, l’amico dei poveri e dei deboli, afferra questa occasione e invita a pregare affinché i Rom abbiano una casa dignitosa, abbiano la possibilità d’integrarsi, insomma che si preghi affinché questi fratelli minori abbiano un poco della nostra ricchezza. Perché sì certo diamo loro una casa ma popolare, accogliamoli nelle nostre scuole ma fino a che punto? Quello d’avere la possibilità di frequentare i licei del centro? Di condividere il banco di scuola con il figlio dell’avvocato o del professore?

Fino a che punto s’innalzerà la preghiera dei fedeli che si riuniranno domani a Santa Maria in Trastevere (sic)? Quanto sono aperte le braccia dei cattolici? Sarebbero altrettanto accoglienti se questi fratelli minori fossero di religione musulmana o, per assurdo, atei?

Del resto non si può certo impiegare tutta la preghiera per i Rom, bisogna pensare anche ad altre faccende. Sarebbe già un ottimo risultato se si riuscisse a sistemarli in borgata, in un bel falanstero di cemento armato, a chiuderli in un pacchetto di periferia dove non correrebbero più il rischio di bruciare vivi ma condurrebbero una vita dignitosa, igienicamente decorosa, non sarebbero più costretti a vivere nei fossi o sotto i ponti; magari (chi sa?) non dovremmo più vederli fare le elemosina, rubacchiare sui mezzi pubblici e vivere d’espedienti.

In realtà ho l’impressione che, costruita una casa e un quartiere per loro, semplicemente non li vedremmo più, non esisterebbero più, gettati ad ingrassare la massa informe di consumatori da discount e da outlet, dimenticati in un lontano sobborgo e dimentichi di loro stessi, affabulati dal sogno di una casa dignitosa e di un’igiene decorosa.

Ma sì, grazie cattolico! Trasformiamo i bambini Rom da corpi abbruciabili dalla forma umana in perfetti cittadini di periferia, impreziositi da una spolverata di borghesia, una passata di libertà, tanta solitudine e tanto vuoto nella testa. Trasformiamoli in quei ragazzi annoiati e affascinati dalla delinquenza, titillati dalla violenza perché unica alternativa all’inedia costante. Certo, mi pare il massimo che si possa ottenere da una preghiera.

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Il postfascista, ripulito dal lustro decadente delle Istituzioni repubblicane d’Italia, è invece più pragmatico, è uomo d’azione che non s’affida alle preghiere o almeno non per i Rom. Per lui il messaggio deve essere chiaro: a Roma per i Rom solo campi d’accoglienza. Nessuna periferia o casa popolare li potrà mai aspettare, altrimenti si rischia di fare dell’Urbs Aeterna una specie di Eurodisney dello zingaro.

E’ un punto di vista interessante dopotutto. Se, infatti, si desse una casa ai Rom quanti ne verrebbero poi a reclamare un posto nel falanstero? Ne saremmo sommersi e non basterebbero più le periferie per tenerli lontani dal centro. Molto meglio ostracizzarli in campi fuori dal GRA, igienicamente decorosi e sicuri questi campi, s’intende, ma che campi siano, si tratta di Rom, a loro piace fare campeggio. Poi, quanto all’integrazione, li mandiamo a scuola quel tanto che basta, l’importante però è tenerli lontano da noi e punirli quando s’avvicinano troppo, quasi a ricordar loro che il passato è sempre dietro l’angolo.

Ora, che differenza c’è fra la preghiera del cattolico e il pragmatismo del postfascista? Meglio: tra l’amore per i Rom e l’odio per i Rom?

In entrambi i casi i Rom rimangono Rom. Che siano amati come dei fratelli minori od odiati come inferiori, non avranno mai le nostre stesse possibilità, non saranno cittadini di questo Stato come noi. E questo “noi”, sia chiaro, non si riferisce a tutti gli Italiani, si riferisce a quegli Italiani che hanno avuto accesso a un certo tipo di formazione, che hanno avuto accesso a frequentazioni per bene, insomma a quegli Italiani che vivono al centro di questo Paese, ricoprendo diversi ruoli e ricevendone in cambio diverse ricchezze. Il “noi” non si riferisce a coloro che invece abitano la periferia di questo Paese, che non hanno avuto la possibilità neanche di annusare di lontano certe idee e che sono quindi poco per bene, volgari, rozzi, impresentabili.

Potremo dunque fare in modo che i Rom non abbrucino più nelle baracche ma non potremo mai far sì che arrivino ad abitare il nostro centro, perché siamo già in troppi e stretti e scontenti. L’unico modo con cui i Rom – o tutti coloro che siano relegati in periferia –  potranno arrivare al centro è buttarci fuori.

Per questo non c’è nessuna dignità, nessun decoro né per i morti né per i vivi.

Lyndon

intersettiva.it