Marzo 2011Archivi

Mar 21

Diciamo che io mi renderei anche conto della mia progressiva pochezza ideologica, ma questa serie non riesco proprio a non metterla perché in fin dei conti…

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Paolo … e guardatele per bene, ma bene bene intendo

Mar 17

Giuliano Ferrara si è finalmente impossessato dello spazio serale che fu di Enzo Biagi, ma anche di Max & Tux.

Dopo l’esordio né carne né pesce sulla calma dei giapponesi colpiti dallo tsunami e dallo strascico nucleare, ha sfoderato il suo nuovo cavallo di battaglia: i maledetti moralisti.

In un delirio paracattolico che ormai lo attanaglia, Ferrara paragona tra Ruby e la Maddalena. Ne dovrebbe conseguire, forse, che Berlusconi è Gesù Cristo? Chi lo sa.

Adesso, discutere sulla sua prode difesa del Cavaliere è esercizio inutile: era scontato che ciò accadesse e, del resto, il nostro non è stato messo lì per spiegare qualche ricetta alle vecchiette.

Quello che mi ha sempre fatto pensare (e lo ammetto, un po’ incazzare) è la supposta intelligenza che gli viene attribuita. E ancor di più, sono proprio i suoi critici che non vanno mai oltre certe considerazioni rituali: insomma, è sì uno stronzo, ma tutto sommato uno stronzo pensante.

Al massimo si ironizza sulla sua imponente mole, cosa che francamente non mi ha mai fatto effetto e anzi mi crea disagio. Le battute sul fisico possono far ridere una volta, due, ma quando si tratta dell’unico argomento da usare diventano cretinate puerili alla “quattrocchi sparapidocchi”. Specie se provengono da chi professa ogni giorno le virtù interiori e le mette indiscutibilmente al di sopra di tutto.

Per non parlare di quelli che lo chiamano Elefantino, nomignolo che usa lui per primo nei suoi editoriali sul Foglio.

No. Io vorrei che qualcuno osasse un po’.

Che dicesse chiaramente che Giuliano Ferrara è colui il quale si è autoaccusato, con una certa vanteria, di essere stato una spia al soldo della CIA  negli anni Ottanta. E’ quello che dava agli italiani ”Lezioni d’amore“,  su Italia 1, con la moglie nei primi ‘90. E’ quello che ad un certo punto si è riciclato come ateo devoto (grazie Scalfari, gli hai pure coniato la medaglietta d’onore). E’ quello che ci ha frantumato i coglioni contro l’aborto girando per l’Italia ed ottenendo quattro voti, contro Beppino Englaro reo di avere fatto una scelta personale e dolorosissima, contro Benigni che vince un Oscar e porta il cinema italiano nel mondo; che ci ha rotto le palle per lo scontro di civiltà mai esistito, per la guerra in Iraq per le armi chimiche inventate, per un fallimentare neoconservatorismo all’amatriciana. E’ quello che sul suo giornale chiama Berlusconi “Cav”, Repubblica “Rep” e usa continue abbreviazioni per imitare gli americani e sentirsi un avanguardista del giornalismo moderno. E’ quello che si inventa la manifestazione “In mutande ma vivi” per protestare contro il moralismo di sinistra, lui che aveva appunto tuonato contro l’aborto, le coppie di fatto e i diritti civili omosessuali. E si potrebbero portare esempi all’infinito.

E invece niente. Invece si continua a ritenerlo un mix di intelligenza, brillantezza, cultura, mal che vada dotato di furbizia. Sia Repubblica, sia Il Fatto Quotidiano concedono articoli asciutti, dai quali traspare quasi un senso di rispetto per l’ex amico o compagno o collega che dir si voglia.

Qualcuno probabilmente gli avrà pure riconosciuto una finezza d’ingegno unica per aver parlato, a Qui Radio Londra, di Ruby e del distorto diritto alla felicità. Perché, diciamocelo, “è riuscito a sviare l’attenzione dal problema giudiziario al problema etico-sociale”. Che sarebbe la stessa strategia della Santanché, se proprio vogliamo citare dei geni incompresi.

L’intelligenza mi sembra fuori luogo. Diventa un valore relativo.

Vi prego, dite chiaramente, almeno una volta, che Giuliano Ferrara è solo un coglione.

S. Patrizio

Mar 15

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Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

 

Sembra essere una maledizione oscura, demoniaca, quella che si accanisce sul Giappone. Un demone atomico che punisce la tracotanza del Sol Levante, la prima volta col nome beffardo di Enola Gay, oggi con una vecchia conoscenza nipponica: lo tsunami.

Se fosse così, una benedizione uguale e contraria, lucente e angelica, potrebbe dare speranza al Giappone e a noi tutti. Sappiamo però, a volte in fondo ma molto in fondo, che non c’è nessuna maledizione e che anche questa volta si è volato troppo vicino al sole.

E non è che il sole lo faccia apposta a bruciare, come l’idrogeno a scoppiare o la terra e l’acqua a devastare. Ma le ali sì, lo fanno apposta e come a voler volare e il pilota sì, lo fa apposta e come a voler andar oltre.

Ma nessuno di noi vuole ammettere che le ali dell’Icaro atomico che oggi è il Giappone sono le nostre stesse ali. E’ più semplice per noi che guardiamo nella rete vestire i panni di Cassandre incazzate, dando sfogo ai nostri “ve l’avevo detto” e guardando storto con il rimpianto del senno di poi l’orgoglio nipponico.

Gridiamo allo scandolo dell’energia atomica, mentre il sangue giapponese misto ad acqua di mare non si è ancora lavato via dalla spiaggia allagata. Ci dimentichiamo in un attimo, presi dal terrore di quel sangue, cosa stavamo facendo pochi giorni fa. Il petrolio non basta più? No problem, l’atomo ci verrà in soccorso, basterà mettere una passata d’ombretto all’energia rinnovabile e il trucco sarà a posto.

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Facciamo finta che il Giappone abbia di nuovo danzato con l’atomo di testa sua, peccando d’orgoglio. Ma come si può costruire una centrale atomica in un paese a rischio sismico come il Giappone? Ognuno di noi si è chiesto. Cosa ha spinto un popolo che porterà per sempre sul volto la cicatrice dell’atomica a investire nell’atomo, a dare in gestione ad aziende private impianti nucleari? Forse una specie di insano rapporto con la morte, una specie di lento suicidio, come un kamikaze alla moviola, un sacrificio per raggiungere la gloria nelle magnifiche sorti e progressive.

Chi e cosa ha spinto il Giappone a questo sacrificio?

Le ali per sfidare la gravità e poi il sole il Giappone se l’è costruite da sé oppure le ha ordinate dal nostro stesso fornitore?

Un popolo buttato nel fango e nella cenere radioattiva, dopo aver assaporato un folle potere, con la violenza più orribile che gli umani possiedono non cercherà di rialzarsi e andarsi a riprendere ciò che crede gli sia stato tolto?

E per tornare in alto, insieme a coloro che lo hanno schiacciato e per superarli servono ali più potenti e si punta verso la luce a tutta velocità.

Nessuno di noi si può permettere di essere una Cassandra incazzata. Siamo tutti indistintamente consumatori di un mondo costruito per crescere oltre il Sole. E le piogge acide che si mischiano al sangue e all’acqua di mare sono il rischio che grava sulle ali di ognuno di noi.

Lyndon

Mar 07

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Tripoli, inizio novembre 2012

A volte mi chiedo perché hanno costruito una prigione in riva al mare, forse, come mi hai scritto qualche mese fa, prima della rivoluzione questo era un hotel.

I prigionieri in isolamento ormai non gridano più, soltanto quel bastardo della cella 56 di notte urla: vuole annegare in mare.

La mensa fa schifo e i dolci che mi hai fatto sono un dono di Dio: grazie, di cuore.

La scorsa notte l’abbiamo quasi annegato a quello della 56. Ma non in mare, nel cesso. Per qualche notte non si è sentito, poi ieri ha ripreso. Un urlo solo, forte e acuto. Ero di guardia ai monitor, l’ho visto sfasciarsi la testa sul cesso: l’ha spaccato a metà ma non ce l’ha fatta lo stronzo ad ammazzarsi. E’ in infermeria adesso.

Scusami se mi sfogo ma non saprei a chi dirle queste cose.

Ho visto che questa volta mi hai spedito qualcosa fatto da tua madre, me lo tengo per le notti di guardia.

Ti ricordi a Benghazi i primi giorni della rivoluzione? Ti ricordi vedemmo dal balcone uno dei mercenari del raìs colpire con un bastone in pieno volto una bambina, farla volare come un cuscino – solo che al posto delle piume c’era un sangue denso e scuro. Sono un paio di notti che me la sogno quella scena. Credo di averlo rivisto l’altro ieri a quello, col carico dei nuovi arrivati. Più magro e malaticcio ma una faccia di merda come la sua non me la scordo.

Ti bacio

Abdul

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Tripoli, fine novembre 2012

Era lui lo sai? Lo stronzo bastardo di Benghazi. Ora è nella cella 56. Non urla, non dà problemi: un prigioniero modello. Ho sparso la voce fra i colleghi ma non riusciamo a provocarlo.
Devi aver ragione, è uno che prima stava al posto mio e ne sa molto più di me su come si lavora in una prigione.

Ci hanno consegnato proprio oggi dodici casse d’equipaggiamento antisommossa. I nuovi manganelli sono più belli e maneggevoli, scuri non grigiognoli come quelli vecchi. Anche le divise sono migliori, ti allego una foto così mi dici che ne pensi.

Sai, armati così non avremmo alcuna difficoltà ad ammazzarli tutti a questi bastardi servi del raìs, compreso quello della 56. Ci basterebbe solo un pretesto, un modo per aizzarli, una ribellione ecco sì una ribellione e poi gli faremmo il culo.

Ma ci risiamo, non dovrei parlarti di queste cose. Scusami. Il dolce di tua madre era ottimo, ringraziala da parte mia, dàlle un abbraccio.

Ti bacio

Abdul

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Maria Mirelli si alzò d’improvviso svegliata dal trillo del telefono sul comodino. Sognava del massacro di Benghazi.
La voce al telefono non l’aveva mai sentita, era un funzionario di Polizia Penitenziaria, diceva di essere un superiore di Abdul Al Said, suo marito.
Maria riattaccò senza dire una parola, andò in cucina, accese il televisore e le immagini da Tripoli del carcere in fiamme per prigionieri di guerra le tolsero l’espressione bloccata che aveva preso il suo viso dopo aver parlato col funzionario.
Pianse Maria, in silenzio e dal frigo tirò via la foto di Abdul in tenuta antisommossa, la strappò e spense il televisore.

Lyndon
 

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