Maggio 2011Archivi

Mag 31

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A Milano non sono mai stato, perché partendo da Roma ci sarei andato per dover far qualcosa o per amore. Ma adesso che è in mano a un uomo che la renderà capitale di ogni nefandezza legata ai dannati gruppi etnici, mostri orribili degli incubi, a Milano ci andrei anche per il gusto di visitarla, di vedere con i miei occhi il vento che ha preso a spirare sul resto della Penisola, un vento nuovo che pare essere veleno per i polmoni vecchi e il vecchio cuore di Silvio Berlusconi e della sua Italia.
Milano adesso è comunista, se ho fortuna e ci vado in tempo mi godo qualche bella manifestazione di piazza con finale bolscevico; faccio amicizia, fraternizzo con i migranti, mi compro una sciarpa arancione e vado su è già per Via Monte Napoleone – che ovviamente spero di vedere divelta e piena di vetrine in frantumi.

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Milano è rossa! Va be’ diciamo arancione. La Padania tutta soffia arancione su se stessa e dal Nord, quello della classe media avvizzita e piena di rabbia contro tutti, si sente odore di nuovo. In un mondo incartapecorito al cerone di stucco questa parola “nuovo” è come un fiume che inonda una piana riarsa, un flusso inatteso di acqua fresca in una gola assetata.

Siamo tutti felici, abbiamo ricacciato indietro quella massa oscura che ci faceva da cappa, respiriamo ancora una volta all’aria aperta. Abbiamo vinto una battaglia che ci dice della nostra vittoria finale. Il satiro populista è ora come Polifemo: urla e grida disperatamente, ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso, ha aggiunto i suoi inetti sottoposti nella lista lunga dei nemici. Ora è vittima anche dei suoi e la sua Italia sta rovinando sul suo capo.

Il popolo ha scelto. Il popolo ha detto la sua. E i nuovi eletti vedono il sole della democrazia sorgere dalle finestre del proprio ufficio e, allora, scendono in piazza e rivangano l’umore nero della sconfitta trasformandolo in rivalsa.

C’è un vento nuovo che tutti ci innalza, sopra sciarpe d’arancio e teli colorati. L’Italia del Cavaliere ha subito il colpo che la disarcionerà, già assapora in cuor suo la polvere. La nostra Italia risorge da un limbo tossico di anestesia e dolore.

Guardiamo al futuro sorridendo di nuovo. E siamo presi da una sorpresa che non pensavamo più di provare che ci instilla euforia e gioia perché d’improvviso qualcosa è cambiato.

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Poi il grido dello sconfitto alla fine riecheggia, comprensibile. E lo fa quando il caos della vittoria si acquieta, si torna a casa, sfogati e stanchi e si fa abbastanza silenzio per udire quell’eco inquietante.

“Nessuno!”

Grida il Cavaliere. Nessuno lo ha accecato. Nessuno lo ha sconfitto in casa propria, rivolgendo le armi della calunnia contro il calunniatore, inceppando la macchina del fango un po’ come si farebbe con delle banane nella marmitta di un’automobile. Nessuno ha vinto la battaglia. E se nelle orecchie di Silvio Berlusconi ciò vuol dire che ancora deve nascere quello capace di sconfiggerlo, nelle nostre, i nuovi vincitori, ci dice del punto interrogativo sulla nostra identità.

Chi siamo noi se non Nessuno? Usciti, puzzolenti e malconci, da un antro oscuro, una prigione putrida. Scappati da morte certa sfruttando la tracotanza del nostro aguzzino. Non siamo usciti spada in pugno dal carcere. Non abbiamo fatto strage del nostro carceriere, lo abbiamo accecato e siamo fuggiti a respirare.

Di fronte a noi si apre il mare e ci interroga: Se Berlusconi ha perso perché ha trasformato una competizione elettorale da amministrativa e locale a un plebiscito sulla sua persona, come pensiamo di trasformare a nostra volta la vittoria amministrativa in squillo di tronfi nazionali? Chi di noi ha vinto? Il Pd? L’Idv? Sel? Che Italia vogliamo che porti il vento nuovo? Basta un po’ d’aria fresca per dimenticare la caverna in cui eravamo rinchiusi? Perché mai poi ci siamo finiti dentro? E se la Lega si smarcasse, il Pd con chi andrebbe?

E così via.

Voglio proprio andarci a Milano e guardare in faccia i Milanesi per indovinare quale Italia verrà. Voglio vedere se il vento nuovo che tutti ci innalza ci porterà a macellare i Proci nella sala del trono o a sederci con loro a tavola, vedendo bene di chiudere porte e finestre per paura di un colpo d’aria.

Lyndon

Mag 27

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Dopo un viaggio di settimane in mano ai bucanieri del Deserto del Gobi, finalmente ci siamo fermati in un punto imprecisato Dio solo sa dove.Grazie all’incuria e alla sbadataggine di un bucaniere riesco a scrivere queste poche righe sfruttando una connessione lenta ed incerta; ma ho poco tempo per scrivere e per questo cercherò di essere conciso.Premetto dicendo che sto bene e, a parte un furioso bisogno di cotton fioc, riesco a cavarmela decentemente.Questi bucanieri - come era immaginabile - sono rudi ma, al tempo stesso, piuttosto “naif”.Giusto per farvi capire si muovono per il deserto con delle jeep taroccate dai colori pastello (spesso verde o rosa) per - così sostengono - confondersi meglio tra le dune al tramonto.Continuo a leggere i vostri meravigliosi articoli e mi mancate.Ora però devo lasciarvi, scrivere qui significa giocare d’azzardo con la morte.Prometto però che continuerò, per quanto possibile, a scrivere.Vi prego continuate a cercarmi.Ci sono, non so dove ma ci sono.

Saiola

p.s. ma Bondi è ancora ministro della cultura?

Mag 26

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Siamo molto preoccupati.

Abbiamo ricevuto questa mattina in redazione una busta contente la foto che vedete ed una lunga lettera che è attualmente allo studio dei nostri decifratori ed interpreti.

La missiva a firma del sedicente gruppo dei Bucanieri del Deserto del Gobi (non siate sospettosi, la presenza del mare non è condizione necessaria per la pirateria) sembra farci capire che il nostro amato Direttore/Editore, l’emerito Saiola, sia caduto nelle mani di questa masnada. Dapprincipio non ci eravamo preoccupati. Sapevamo che il nostro caro si trovava a solcare quelle lande già da diversi mesi per un corso di approfondimento di Scuba Diving (è anche lui molto fantasioso), altra sua ragione di vita dopo il nostro giornale online. A questo era dovuta la sua assenza sulle nostre pagine. Abbiamo quindi pensato ad una burla orchestrata da lui stesso, ma il rinvenimento all’interno della busta dei tre peli pubici maculati del nostro amico (dai quali mai e poi mai siamo certi si separerebbe) ci mettono ora di fronte ad una situazione ben diversa.

Chiediamo a chiunque avesse informazioni di mettersi quanto prima in contatto con la redazione.

Intersettiva missing in action

P.S. Per non destare in voi ulteriori preoccupazioni, vi ricordiamo che la sfocata bioluminescenza visibile nella foto intorno al nostro è da ritenersi del tutto normale. La emette di continuo da quando ha inavvertitamente, ma senza gravi conseguenze, trangugiato da bambino un’intera latta di slime, sostanza particolarmente in voga nei gloriosi anni della nostra fanciullezza (si allega foto)

Mag 25

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La televisione ci stimola sempre. Questa volta attraverso la messa in onda, in due prime serate e sulla rete ammiraglia della tv pubblica (battuta), dello sceneggiato (ricorriamo al termine dal sapore antico perché rende davvero bene l’idea del prodotto in questione) “Notte prima degli esami ‘82”.

Ora il titolo è sufficientemente didascalico da consentirci di non soffermarci eccessivamente su ambientazione temporale e intelaiatura narrativa: gli albori del decennio teatro e prodromo dell’odierno collasso culturale di casa nostra per la prima, una storiella adolescenziale e di formazione i cui dialoghi e profondità farebbero sembrare anche Moccia un novello Umberto Eco per quanto riguarda la seconda.

Ciò che colpisce ancora una volta è la volontà mistificatoria, fuorviante e tutto sommato inutile (o semplicemente l’unica struttura decodificante e trasmissiva di cui i nostri narratori sembrano in possesso - non volendoli sopravvalutare) con cui si ammanta e ridipinge un periodo cronologicamente vicino, ma così definito e nitido da racchiudere elementi che lo fanno sembrare una specie di “quarta di copertina” di ciò che è attualmente sotto i nostri occhi.

I quattro protagonisti, compagni di scuola di un liceo della capitale, socialmente diversificati ad incarnare grossolanamente i tipi umani che si iscrivono nel nostro milieu socio-culturale-economico, si muovono bidimensionali tra storielle di amori non corrisposti o non compresi (2 dei quattro - i riconducibili all’area della media borghesia), desiderio di affermazione al di fuori delle strade preincanalate costruite dalla famiglia (uno, l’alto borghese, emulo - ma in questo caso coevo  e quindi prototipo - Cecchetto che preferisce all’avvocatura la consolle da DJ), accettazione serena  e italica della manifesta inferiorità condita di tanta simpatia e buon cuore (l’ultimo, il proletario - passatemelo - semplice ma fedele e contento). Unica concessione allo sfondo storico (nda. sembrerebbero gli anni di piombo e del craxismo imperante) rimane allora il fratello di uno dei protagonisti, di qualche anno più grande e si sospetta quindi intriso di tutta quella pastoia politica e dicotomica tra rosso e nero delle lotte studentesche proprie degli anni antecedenti la scena.

Lui vive fuori dal nucleo famigliare e si direbbe, per questo, al di fuori della narrazione degli eventi ma all’interno della storia circostante la narrrazione (come, scusa?). Per caratterizzarlo meglio occorre ricorrere ad un espediente narrativo che ha i contorni del falso storico. Il nostro vive in un centro sociale occupato, la Torre, dove trascorre le sue giornate nell’ozio e nella blanda pianificazione di una dura opposizione sovversiva al nulla. Non temete, gli sceneggiatori non vogliono certo turbare i sonni composti e imbelli dello spettatore. E allora il ragazzo è sì un sovversivo fuori dal coro, ma tutto sommato in rapporti piuttosto buoni con le forze dell’ordine (che entrano pacificamente nel centro sociale in cui vive - sic!). Ad uno di loro, un poliziotto, lo lega anche una sorta di goliardia e complicità da fratello maggiore, quando si trova a dover consolare il fratellino nelle sue pene d’amore. Se poi aggiungete che detto poliziotto è interpretato da Enzo Salvi (e vi lascio a riflettere sul dramma di un uomo, quel Francesco Salvi, che primeggiando nella merda, mai si sarebbe aspettato di dover cedere il passo al fratellino da piccolo sbeffeggiato), capirete che non c’è davvero motivo di preoccuparsi per l’eccessiva crudezza della caratterizzazione storica. Ma il fratello del protagonista è pur sempre un reietto, un estremista e deve pertanto uscire dalla storia. Lui non conosce davvero l’amore. Preferirà, com’è naturale, ad una donna l’occupazione (ma con gli amici) di una fabbrica. E’ risaputo: c’est le communiste oblige!

Possiamo infine rilevare dalla presenza massiccia nel cast di attori al tempo noti per aver preso parte alla serie “I ragazzi della III C” un altro dato degno di nota. Pur muovendosi nello stesso sfondo storico della serie di provenienza, essi si trovano, per evidenti ragioni cronologiche, a dover passare dal ruolo di figli a quello di genitori ad  esempio e monito estremo dell’immobilità della nostra Storia (quella vera stavolta).

Ma non temete. C’è, a ricordarci dove siamo, l’onnipresente vittoria dei mondiali, la corsa di Tardelli panacea di ogni dolore e futuro.

Tutto questa pantomima per camuffare quanto i veri protagonisti del polpettone siano più semplicemente gli esponenti di quella generazione che non ha ritenuto utile gli studi universitari perché inseriti in un ciclo lavorativo e in un sistema economico gonfiato ma ancora in grado di assorbire il declino della competenza e della cultura, siano quelli che intasano attualmente ministeri con tipologie di contratto poi estintesi, e ancora quelli a cui la mia generazione paga malattie, settimane corte, assenteismo e maternità, quelli che hanno creduto alla disco music, al Ministro De Michelis e alla palla dell’Italia 5ª potenza mondiale, i quarantacinquenni/cinquantenni, che proprio in luce della gerontocrazia nostrana, si apprestano ad occupare indecorosamente le posizioni di potere di una piramide lavorativa dove la competenza e la capacità si accumula livorosa e non appagata nemmeno alla base ma nella sabbia intorno ad essa.   

E’ possibile tratteggiare poi un confronto con recenti produzioni televisive o cinematografiche di affreschi storici e generazionali. Dal “Raccontami” di stampo democristiano e buonista al radical chic “La meglio gioventù”, sebbene si stiano paragonando prodotti comunque almeno qualitativamente di fattura narrativa pregevole e curata alla merdaccia che vi ho simil-recensito, sembra che il filo conduttore sia quello dell’impossibilità di raccontare uno sfondo storico senza doverlo necessariamente sclerotizzare, cristallizzare fin quasi alla caricatura facendogli perdere qualsiasi veridicità e potenza descrittiva. Insomma, di solito una storia di paperino restituisce un’immagine più reale e complessa di Paperopoli di quanto riescano a fare queste insulse macchiette.

La storia inizia. Tardelli segna, Tardelli corre, Tardelli esulta. La televisione non lo contiene.

Lui esce dalla televisione. Noi ci entriamo. La storia finisce.

Paolo in diretta dal 1977

…ma soprattutto…version originale      

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