Solventistimoli
Sinuosi sdraiati solventistimoli semplici per senzatetto.
Scimmie scotennate saltano senza suole - sconosciuti e superati senza quattrini
sarebbe stato sempre come scivolare sull’asfalto sopra sudicie sottane.
Lyndon
Legno, lava, lavagna, livore e Lavoisier. E non dite di non sapere il perché. Voltandosi ha intravisto il motivo. “Odore di specchio” pensò… ________________________________________________________ Il tuo semi-quotidiano di Alta Dietrologia Applicata
Sinuosi sdraiati solventistimoli semplici per senzatetto.
Scimmie scotennate saltano senza suole - sconosciuti e superati senza quattrini
sarebbe stato sempre come scivolare sull’asfalto sopra sudicie sottane.
Lyndon
Cioè sentirmi addosso una molla che scatta e intorpidisce ogni riflessione, elucubrazione, discorso con se stessi. Un meccanismo che insieme allo schifo e al ribrezzo mi produce un senso d’ignavia e apatia, di noia verso tutto quello che non si può far finta di non vedere. Davanti ai morti ammazzati di Roma, a quello per sbaglio rimasto sotto un tir mi sento lo schifo addosso e poi il rifiuto annoiato di scriverci sopra. Perché non ho più niente di nuovo, niente che non abbia già scritto. Perché sento che a scriverci su non faccio altro che cacciarmi in una vasca di bile che ho paura di non sopportare. Perché è difficile scrivere sul disfacimento del mio Paese senza lasciarsi andare al nero e sono stanco del nero. Dunque il mio silenzio. Dunque mi son detto che non avrei voluto tornare a scrivere su qualche evento della decadenza. Mi sono detto: torna a scrivere sul rifiuto.
Io ho sempre avuto rifiuto di questo posto, a volte è stato più intenso altre volte sono riuscito a dimenticarlo. In realtà si tratta di un rifiuto legato al troppo amore per quello che potrebbe essere e, nascosto molto bene, è questo posto. Adesso però rifiuto il mio paese perché inizio a perdervi interesse. E’ come se la realtà mi facesse così schifo che non riesco più… ecco non riesco più, il blocco di cui parlavo prima. Insomma io rifiuto d’interpretare la decadenza o quella che ritengo sia la decadenza del mio paese. E lo faccio perché non me ne frega più niente. La seduzione dei miei mondi, di quelli che creo con altre parole, è più forte. Non mi diverto più a scrivere del mio paese. Neanche a scrivere male del mio paese, sperando di esorcizzarne il marcio. Mi sto ritirando, raggrinzendo in me stesso. Credo di subire il crollo infischiandomene e pensando ad altro, pensando che tanto capita in TV, che non è reale. E quindi se non è reale non è vero che vivo in una città che è fedele riproduzione di questa inconsapevolezza presa a modello di vita. Muoiono gli altri ma solo in TV o sul web, ammazzati a colpi di pistola in pieno giorno, a me non capita e di quelli che finiscono in certe storie non me ne frega niente.
E’ un rifiuto subdolo questo che provo. Non è quello che dà poi la stura all’indignazione, alla rabbia, a una qualche forma di risposta, di reazione. E’ un rifiuto simile a quello che si prova per dell’altro cibo alla fine di un pasto grasso e dalle mille portate. Il rifiuto che viene dopo che ti senti inebetito e pieno come un otre. Alla fine dici: basta, non ce la faccio più. Ma lo sussurri con gli occhi abbottati di sonnolenza e la digestione che sta quasi per andare in blocco. Di nuovo, blocco.
Quante volte mi sono detto in questi giorni: ora scrivo un post su… quante volte? Poche. Mi sto addormentando. E sto anche finendo le cose da dire sul rifiuto. Che altro dovrei dirvi? L’avrete capito ormai che mi annoia dire sempre le stesse cose.
Ma questa non è una resa. Anzi è innanzitutto un porre la questione del rifiuto, di questo infido sonno misto a repulsione. E’ anche vostro? Anche voi sentite di non farcela più a sopportare? Di non essere più in grado di fare quel che pensate possiate fare meglio? Anche voi vi state addormentando? Sentite che non ne vale più la pena?
Se così stanno le cose ci rimane poco e quindi almeno che sia il più piacevole possibile. Diamo appuntamento a qualche amico e godiamoci la deriva. Riconosciamo che il nostro rifiuto non ha più nulla a che fare con il ribrezzo di qualcosa di storto ma che sia solo voglia di cedere, semplice lasciarsi andare, rifiutandosi di agire.
Potrebbe essere una soluzione, prima o poi tutti smetteranno, anche quelli che ancora ci prendono gusto perché per loro c’è ancora qualcosa da guadagnare. Finire per rifiuto o di rifiuto o nel rifiuto.
Oppure? Altrimenti? Cosa opporre al rifiuto?
Difficile non cadere in un ingenuo slancio di buoni propositi, che suonerebbero subito falsi, perché per essere buono un proposito dobbiamo sapere distinguere il bene dal male e il rifiuto ci sta facendo annoiare a tal punto da dimenticare ogni differenza in proposito.
Dunque, che fare? Vi giuro non lo so. O meglio so che ogni atto creativo è arbitrario, soprattutto quelli iniziali, che alcuni definirebbero fondativi. E’ folle, senza un senso, iniziare. Non se ne spiegano le cause, non se ne vedono le ragioni. S’inizia. Non c’è altro da dire come invece si fa col finire, ognuno a tirar giù la propria teoria escatologica, il proprio gran finale. Al contrario certe cose iniziano e nessuno se ne accorge, soltanto quando sono già un po’ cresciute qualcuno ne parla.
Quindi o la finiamo di qui a breve oppure iniziamo. E lo facciamo consapevoli della nostra arbitraria libertà. Ecco sì, libertà. L’inizio è il grado massimo che ci possiamo permettere, la massima espressione di libertà. Il rifiuto e il sonno che ne consegue sono le nostre catene più arrugginite e incrostate.
Di nuovo, allora, che fare col rifiuto?
Iniziare…
Lyndon