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Giu 15

Tipico esempio di silenzio assenso…

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Intersettiva

Mar 15

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Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

 

Sembra essere una maledizione oscura, demoniaca, quella che si accanisce sul Giappone. Un demone atomico che punisce la tracotanza del Sol Levante, la prima volta col nome beffardo di Enola Gay, oggi con una vecchia conoscenza nipponica: lo tsunami.

Se fosse così, una benedizione uguale e contraria, lucente e angelica, potrebbe dare speranza al Giappone e a noi tutti. Sappiamo però, a volte in fondo ma molto in fondo, che non c’è nessuna maledizione e che anche questa volta si è volato troppo vicino al sole.

E non è che il sole lo faccia apposta a bruciare, come l’idrogeno a scoppiare o la terra e l’acqua a devastare. Ma le ali sì, lo fanno apposta e come a voler volare e il pilota sì, lo fa apposta e come a voler andar oltre.

Ma nessuno di noi vuole ammettere che le ali dell’Icaro atomico che oggi è il Giappone sono le nostre stesse ali. E’ più semplice per noi che guardiamo nella rete vestire i panni di Cassandre incazzate, dando sfogo ai nostri “ve l’avevo detto” e guardando storto con il rimpianto del senno di poi l’orgoglio nipponico.

Gridiamo allo scandolo dell’energia atomica, mentre il sangue giapponese misto ad acqua di mare non si è ancora lavato via dalla spiaggia allagata. Ci dimentichiamo in un attimo, presi dal terrore di quel sangue, cosa stavamo facendo pochi giorni fa. Il petrolio non basta più? No problem, l’atomo ci verrà in soccorso, basterà mettere una passata d’ombretto all’energia rinnovabile e il trucco sarà a posto.

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Facciamo finta che il Giappone abbia di nuovo danzato con l’atomo di testa sua, peccando d’orgoglio. Ma come si può costruire una centrale atomica in un paese a rischio sismico come il Giappone? Ognuno di noi si è chiesto. Cosa ha spinto un popolo che porterà per sempre sul volto la cicatrice dell’atomica a investire nell’atomo, a dare in gestione ad aziende private impianti nucleari? Forse una specie di insano rapporto con la morte, una specie di lento suicidio, come un kamikaze alla moviola, un sacrificio per raggiungere la gloria nelle magnifiche sorti e progressive.

Chi e cosa ha spinto il Giappone a questo sacrificio?

Le ali per sfidare la gravità e poi il sole il Giappone se l’è costruite da sé oppure le ha ordinate dal nostro stesso fornitore?

Un popolo buttato nel fango e nella cenere radioattiva, dopo aver assaporato un folle potere, con la violenza più orribile che gli umani possiedono non cercherà di rialzarsi e andarsi a riprendere ciò che crede gli sia stato tolto?

E per tornare in alto, insieme a coloro che lo hanno schiacciato e per superarli servono ali più potenti e si punta verso la luce a tutta velocità.

Nessuno di noi si può permettere di essere una Cassandra incazzata. Siamo tutti indistintamente consumatori di un mondo costruito per crescere oltre il Sole. E le piogge acide che si mischiano al sangue e all’acqua di mare sono il rischio che grava sulle ali di ognuno di noi.

Lyndon

Feb 23

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Il sangue dei reietti, di quegli sporchi e indesiderati umani dell’altra sponda, il fumo delle loro case e dei loro corpi bruciati sembra che ci abbiano interrotto, distraendoci dai nostri affari: chi in cerca della goccia di peccato della carne sufficiente a vincere, chi in cerca di sofismi al botulino per rimanere al proprio posto.
Le urla dei rivoltosi ci hanno infastidito perché la loro rivoluzione, la loro rabbia contro il raìs, contro il capo, fa impallidire i barocchi tentativi di liberarci del nostro fantoccio al potere. Ci hanno seccato questi beduini ingrati perché si pensava che un baciamano potesse assicurarci dei cospicui guadagni a buon mercato.

I Libici sono il nostro doppelgänger, il nostro doppio oscuro, l’altra metà di noi oltre lo specchio. E adesso che il loro odio e la loro sete di libertà sono esplosi improvvisamente non possiamo che guardarli in faccia, caduta la maschera dell’arabo cattivo e terrorista, fanatico e integralista o quella dell’arabo buono, collaboratore, antisemita solo nel privato, ottimo partner commerciale e baluardo, garantito da una dose necessaria di brutalità, delle masse povere che sopravvivono oltre lo specchio.

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Ora li dobbiamo guardare: hanno anche loro il web, gli smartphone, i portatili; anche loro hanno gli stessi nostri desideri, le nostre stesse paure. Ora dobbiamo riconoscere che l’unica cosa che ci divide è la ricchezza. Non la democrazia opposta alla legge islamica, non la civiltà della comunicazione opposta all’immobilismo della tradizione coranica. Solo la ricchezza ci divide e di conseguenza la fame di libertà.

Noi, della ricca Europa, ne siamo sazi di libertà, satolli al punto da non accorgerci che sempre più di frequente si apre una falla incrementando le perdite. Loro, seduti sulle nostre ricchezze come guardie cenciose, hanno un gran buco allo stomaco, una fame tale da sfidare le armi e le bombe.

La paralisi dell’Unione Europea di fronte alle rivolte del mondo arabo denuncia come l’ormai ovvio vassallaggio del potere politico – cioè, tanto per ricordare, il potere degli eletti dal popolo – nei confronti dell’interesse economico abbia intessuto relazioni profonde con dittature o monarchie assolute disumane e brutali. Ma oltre a tale vergognosa meschinità, questa paralisi diffusa fra gli Europei denuncia una verità più scomoda e terribile da riconoscere: la democrazia non è un bene per tutti. Soltanto alcuni popoli possono permettersela, gli altri devono sacrificarsi in una condizione ancillare perenne; perché la democrazia alla fine non è nient’altro che un tipo particolare di mercato, i cui confini devono rimanere circoscritti per funzionare. Insomma, alla festa non possono essere invitati tutti gli umani, la democrazia è un bene di lusso.

Tale verità viene poi mascherata e indorata da una melliflua ipocrisia che mescola l’autodeterminismo dei popoli con un superficiale relativismo politico, in cui tutte le vacche sono nere e a scegliere le migliori è soltanto questione d’olfatto: quelle ricche si lavano, quelle povere rimangono nel fango. E allora ecco confezionato il paradosso della ricca e democratica Europa che compra energia e fa affari con le dittature del Nord Africa senza farsi alcuno scrupolo; come continua a non farsi scrupoli mentre assiste attonita e sorpresa alla morte di quei popoli che chiedono libertà: “ma come, non vi piaceva essere guidati dal vostro raìs?” Sembra chiedere sbigottita.

La libertà per cui migliaia di Europei hanno dato la vita – come ora i Libici – è ridotta a bene di consumo, prezzata e venduta al miglior offerente. Questo ci dice il sangue dei nostri doppi oscuri, ci dice del nostro tradimento, prima che della nostra vile ipocrisia, alla quale forse siamo ormai abituati.

Gheddafi dichiara di essere leader a vita, morirà per la sua Libia. Chi sa con chi contrarremo matrimonio una volta che la morte ci avrà separato dal raìs, chi sa con chi firmeremo l’ennesimo contratto. Certo è che la morte non porterà via soltanto il beduino folle dittatore, lei ci ha già toccato inesorabilmente l’anima.

Lyndon

Dic 31

altan

Auguri a chi ci legge, a chi ci ha letto e a chi vorrebbe leggerci ma ancora non ci trova.

Il Presidente Onorario

intersettiva.it