De improprietate linguaeArchivi

Mag 04

“Un centinaio tra dischetti, cd e dvd. Almeno dieci hard disk, le memorie che contengono i segreti dell’organizzazione. E cinque, potenti computer” (La Repubblica – 5 maggio 2011 da “Tutti i segreti di Al Qaeda nel covo di Bin Laden” di Angelo Acquaro)

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 … ma non si fatica a trovarlo riportato anche  su molti quotidiani e blog nostrani.

Non volendo io credere all’ipotesi che l’odiato barbuto si fosse ridotto a salvare informazioni sul celebre supporto dell’illustrazione qui sopra (anche per la convinzione che sia piuttosto difficile trovarne in quantità quando vivi in mezzo al deserto), ho deciso di risalire un po’ più su nella catena della disinformazione mondiale: qui e qui ad esempio.

Non nascondendovi anche un brivido di simpatia per il “turbantato” di cui sopra nell’eventualità che l’ipotesi potesse rivelarsi fondata (pensavo: “sai che culo a salvarsi l’intera planimetria del WTO su un floppy!), penso però di potermi avventurare nella traduzione del “thumb drive” citato e cavarmela liberamente con un “pennetta USB”…e che cazzo!

Paolo il “cotenna”

Mar 17

Giuliano Ferrara si è finalmente impossessato dello spazio serale che fu di Enzo Biagi, ma anche di Max & Tux.

Dopo l’esordio né carne né pesce sulla calma dei giapponesi colpiti dallo tsunami e dallo strascico nucleare, ha sfoderato il suo nuovo cavallo di battaglia: i maledetti moralisti.

In un delirio paracattolico che ormai lo attanaglia, Ferrara paragona tra Ruby e la Maddalena. Ne dovrebbe conseguire, forse, che Berlusconi è Gesù Cristo? Chi lo sa.

Adesso, discutere sulla sua prode difesa del Cavaliere è esercizio inutile: era scontato che ciò accadesse e, del resto, il nostro non è stato messo lì per spiegare qualche ricetta alle vecchiette.

Quello che mi ha sempre fatto pensare (e lo ammetto, un po’ incazzare) è la supposta intelligenza che gli viene attribuita. E ancor di più, sono proprio i suoi critici che non vanno mai oltre certe considerazioni rituali: insomma, è sì uno stronzo, ma tutto sommato uno stronzo pensante.

Al massimo si ironizza sulla sua imponente mole, cosa che francamente non mi ha mai fatto effetto e anzi mi crea disagio. Le battute sul fisico possono far ridere una volta, due, ma quando si tratta dell’unico argomento da usare diventano cretinate puerili alla “quattrocchi sparapidocchi”. Specie se provengono da chi professa ogni giorno le virtù interiori e le mette indiscutibilmente al di sopra di tutto.

Per non parlare di quelli che lo chiamano Elefantino, nomignolo che usa lui per primo nei suoi editoriali sul Foglio.

No. Io vorrei che qualcuno osasse un po’.

Che dicesse chiaramente che Giuliano Ferrara è colui il quale si è autoaccusato, con una certa vanteria, di essere stato una spia al soldo della CIA  negli anni Ottanta. E’ quello che dava agli italiani ”Lezioni d’amore“,  su Italia 1, con la moglie nei primi ‘90. E’ quello che ad un certo punto si è riciclato come ateo devoto (grazie Scalfari, gli hai pure coniato la medaglietta d’onore). E’ quello che ci ha frantumato i coglioni contro l’aborto girando per l’Italia ed ottenendo quattro voti, contro Beppino Englaro reo di avere fatto una scelta personale e dolorosissima, contro Benigni che vince un Oscar e porta il cinema italiano nel mondo; che ci ha rotto le palle per lo scontro di civiltà mai esistito, per la guerra in Iraq per le armi chimiche inventate, per un fallimentare neoconservatorismo all’amatriciana. E’ quello che sul suo giornale chiama Berlusconi “Cav”, Repubblica “Rep” e usa continue abbreviazioni per imitare gli americani e sentirsi un avanguardista del giornalismo moderno. E’ quello che si inventa la manifestazione “In mutande ma vivi” per protestare contro il moralismo di sinistra, lui che aveva appunto tuonato contro l’aborto, le coppie di fatto e i diritti civili omosessuali. E si potrebbero portare esempi all’infinito.

E invece niente. Invece si continua a ritenerlo un mix di intelligenza, brillantezza, cultura, mal che vada dotato di furbizia. Sia Repubblica, sia Il Fatto Quotidiano concedono articoli asciutti, dai quali traspare quasi un senso di rispetto per l’ex amico o compagno o collega che dir si voglia.

Qualcuno probabilmente gli avrà pure riconosciuto una finezza d’ingegno unica per aver parlato, a Qui Radio Londra, di Ruby e del distorto diritto alla felicità. Perché, diciamocelo, “è riuscito a sviare l’attenzione dal problema giudiziario al problema etico-sociale”. Che sarebbe la stessa strategia della Santanché, se proprio vogliamo citare dei geni incompresi.

L’intelligenza mi sembra fuori luogo. Diventa un valore relativo.

Vi prego, dite chiaramente, almeno una volta, che Giuliano Ferrara è solo un coglione.

S. Patrizio

Gen 27

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Rachel Donadio scrive un interessante articolo sul popolo da cui prende il cognome. Le sue parole, con operativa lucidità, mettono il dito nelle nostre piaghe più infette: il nepotismo feudale; l’abitudine fatalista ad accettare le cose così come stanno, perché dopotutto non si può che andare sempre peggio; l’anestetico del perdono, id est: tanto alla fine posso chiedere scusa ed è tutto dimenticato; la sofisticata capacità di rendere reale l’immagine o di realizzare la finzione. Poi, ovviamente, la nostra allergia a dare ragione, a dare conto se vi garba di più, delle nostre azioni.

And there is no word in Italian for accountability. The closest is “responsibilità” — responsibility — which lacks the concept that actions can carry consequences.

Di primo achito si viene presi, a leggere di questa nostra mancanza, dalla solita amara consapevolezza - figlia pure di un’esterofilia che ci si inocula per non guardarci troppo in faccia - del nostro degrado e declino inevitabili. Si viene presi dallo sconforto e si pensa alle dichiarazioni e alle azioni nostrane sparate alla rinfusa senza alcuna “accountability”.

Poi però si rilegge con più attenzione e si va oltre il velo di una lingua che per quanto internazionale è straniera e non può avere l’immediatezza della nostra. E dopo aver sorriso per quella ‘a’ trasformata in ‘i’, e aver dato un’occhiata fuggevole alle infinite permutazioni, ci si avvede del fatto che - cazzo! - ha detto o non ha scritto accountability? E mica è una parola loro quella, proprio per niente. I Sassoni d’Inghilterra - come amava definirli Borges - se la sono presa dai Normanni e questi ultimi dai Latini.

Insomma immaginate che qualcuno venga a casa vostra, vi prenda il mobile radio che tanto vi ricorda vostro nonno, se lo porti via e poi, dopo qualche tempo, vi capiti d’andare a visitare una casa oltreoceano e vi ritroviate quello stesso mobile, forse un poco cambiato ma non poi così tanto, e il proprietario vi dica, con malcelato stupore: “Certo che da voi mobili radio così non ne fanno più.”

E voi all’inizio dite di sì con rimpianto, poi vi ricordate di vostro nonno, di quando ci ascoltava le telecronache in perfetto e algido italiano accanto al mobile radio e dite: “e no cazzone di uno yankee, quel mobile radio è mio!”

Allora lo scippo con destrezza, la truffaldina ribalderia s’aggiunge al malcontento. Non solo l’allergia a dare conto delle proprie azioni, anche il sentirsi rimbrottare da coloro che per esprimere questo dare conto di hanno rubato le nostre stesse parole, il nostro mondo.

Un mondo che noi abbiamo dimenticato. Questa è dunque la nostra colpa. Non si tratta di questioni di traduzione, si tratta di non ricordare più come si vive tenendo conto delle conseguenze. Si tratta di non essere più in grado di raccontare, imbambolati da favole di bassa lega che ci evitano di guardare gli incubi che produciamo.

E pure una flebile eco suona da accountability. Un suono lieve, a cui certamente manca poco per morire ma che almeno può dare ancora la forza a chi sa ascoltarlo di ridere delle nostre finte realtà, delle dita straniere che si ficcano nelle nostre piaghe perché è grazie a una parte di noi che ancora riescono a vederle. Consci del fatto che di fronte al baratro ridere è l’unico modo per non sentire dolore.

Lyndon

P.S. Ma poi chi diavolo ha detto che “responsabilità” sia una parola in cui debba mancare il concetto che le azioni possono avere delle conseguenze?

 

Ott 06

La pillola da ingoiare. Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine (si si, io lo chiamo proprio così!) e le concessioni/benefici ottenuti in seno al suo regime di arresti domiciliari causati dalla condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità (avvertite di già quel certo qual stridore?). Partire dicendo bene come stanno le cose potrebbe esserci d’aiuto per capire la situazione.

97 anni, condannato definitivamente nel 1998 per i noti fatti e dopo alterne vicende giudiziarie all’ergastolo da scontare, vista l’avanzata età, agli arresti domiciliari, il nostro Nonno Svastica già da qualche anno usufruisce di una serie di concessioni la cui giustificazione è  facilmente ricercabile in una chiara volontà politica figlia dei tempi ed in linea con il progressivo ed evidente smantellamento delle istituzioni giudiziarie.

Facciamo però anche un passo indietro, o se vogliamo attorno a questa vicenda.

Un sito, minimale e mal fatto (voglio che sappiate cosa penso delle vostre capacità espositive e grafiche, oltre che di voi come esseri umani, se mai vi capitasse di leggere queste mie riflessioni - e comunque certo che non vi linko) che vende la biografia di questo imperturbabile vecchietto, i richiami alla sua solitudine  - la moglie morta in Argentina da qualche anno, supponiamo per una malattia infantile -, la preoccupazione perché possa fare la spesa, nota curiosa in uno stato dalla popolazione sempre più anziana e sempre più abbandonata alla solitudine se non economicamente autonoma a tal punto da potersi permettere una compagnia, come ben sappiamo, ormai interamente reclutata tra le file della nuova “classe sottoproletaria”, ovvero gli immigrati.

Ricordiamo anche il gruppo di volenterosi gerontofili che hanno preso a cuore la sorte del vecchino e che quindi pagano di propria tasca spese legali e tutto quel che possa concorrere al trascorrere di una serena vecchiaia per chi, dopo una lunga ed onorata carriera da macellaio, si veda passare dalle istituzioni solo una magra pensioncina.

Dubbie (si scusate, sto per parlare di Mughini e quindi mi rendo conto che l’aggettivo è pleonastico) invocazioni alla pietas provengono però anche da quel putridume culturale bipartisan che ama portare avanti il caro discorso, anche questo ahimè sempre più trasversale, del “chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scordamm(e)ce  o passat(o), simm (e) Nappule…”. Ma insomma, lui è vecchio, la guerra è finita da un sacco di tempo e non si sa nemmeno bene chi l’abbia vinta e voi state ancora qui a cercare i colpevoli, tutti siamo stati giovani, e spesso abbiamo fatto delle gran minchiate, io una volta ho anche fumato una canna (di solito è lo sdoganamento finale e ammiccante all’elettorato giovane e che sia stato almeno una volta in Salento nella propria vita).  Ma può scattare anche l’immancabile confronto con la controparte sovietica e con gli equivalenti eccidi e atrocità, giacché lo spirito calcistico nazionale vede nell’invocazione al pareggio dei mali una panacea per ogni controversia e tutti negli spogliatoi sotto una bella doccia calda e con un paio di zozze che così capisci che la guerra è guerra e ai ragazzi poi alla fine non importa da che parte stanno, basta che gli fai un po’ menar le mani.

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Ma il punto è che qui non stiamo parlando di sistemi astratti, di condanne storiche. Stiamo parlando di giustizia. Di certezza della pena. Anche di monito, si cazzarola, se davvero servisse a qualcosa. Come si può pensare di essere condannati per reati quali la corruzione e affini se si assiste al subdolo perdono di un crimine (per definizione giuridica “contro l’umanità”) come l’eccidio intenzionale e sistematico di centinaia di persone.

Un colpevole qui c’è. E’ vivo. Reperibile, che è già molto di questi tempi. E sta molto meglio di tanti altri suoi coetanei che al contrario di lui hanno vissuto una vita irreprensibile.

Non si tratta di schierarsi a favore della comunità ebraica di Roma o del mondo, che mi piacerebbe stigmatizzasse e combattesse proprio in nome dell’orrore patito anche contro l’applicazione estremamente parziale tra le sue stesse fila dei principi che in questo caso vuole difendere.   

Ma invece ci dicono che lui ha voglia, spero (per la prima volta in vita mia) davvero, di andare ogni domenica in chiesa per la messa, peraltro attraversando Villa Borghese a piedi per una passeggiatina - che si sa, a Roma di chiese c’è penuria e il nostro SS  è costretto addirittura a spostarsi non avendo trovato un luogo di culto più facilmente raggiungibile dalla sua abitazione.

Ma tranquilli, lo fa volentieri. Lui alla redenzione, ne sono sicuro, deve crederci sul serio. Siamo noi che non ci crediamo.

Giova forse ricordare che, nel corso dei processi subiti, il nostro non ha mai neanche lontanamente accennato ad una dichiarazione di scuse o ad una volontà di pentimento riguardo l’accaduto, tirando in ballo la normale, e prevista da parte sua, ottemperanza agli ordini ricevuti in tempo di guerra.

Si sono succedute anche richieste di grazia ai vari presidenti della Repubblica, fortunatamente sempre negate. E di questi tempi non è poco. Ma ci dicono che in fondo questo regime di arresti domiciliari e libertà vigilata alla “come cazzo ci pare” è pur comprensibile visto che Priebke non può certo reiterare il reato.  Noi ringraziamo per questa rassicurazione, ma non possiamo fare a meno di chiederci se la cosa sia imputabile alla mancanza delle necessarie condizioni esterne, ovvero all’assenza di uno scenario di guerra, o invece al fisiologico affievolimento di quella caratteristica primaria e già riconosciuta - visto che condannata - del nostro, ovvero l’essere un infame assassino.

 Dariano Biglione Delle Pule

intersettiva.it