
‘Ndrangheta è un nome digrignato in bocca, di un rosso scuro, come di sangue rappreso. E’ un nome nero che suona spesso con la morte e la polvere da sparo.
E se fossimo ancora abbastanza curiosi, anche dopo gli spari e i soldi lerci a palate, se avessimo un poco d’attenzione capiremmo forse che ‘Ndrangheta e ‘Ndrina - il clan, la famiglia - sono ciò che rimane dopo una degradazione, almeno ai nostri occhi. La degradazione del greco anèr - vir per i latinofili. La degradazione del nome che in greco antico stava a significare l’uomo nella propria realizzazione virile, nel pieno delle sue virtù. La virtù cioè l’andrèia.
‘Ndrangheta è un nome decaduto, infangato, un figlio macchiato di parricidio. E’ un nome che trasforma un criminale in un anèr, in un uomo. E questo paradosso taglia un sorriso beffardo sul volto della ‘Ndrangheta che così ci deride con presuntuosa supponenza.
E pure un altro passo, arrivati a questo punto, potremmo farlo. Sopportare la morte che c’è in questo nome. Sopportare la beffa che c’è in questo nome, per riuscire a vedere una differenza fondamentale, per riuscire a percepire una distanza essenziale.
L’attentato a Reggio Calabria, il funerale di Nick Rizzuto dall’altra parte dell’oceano e i ricordi che abbiamo delle mafie - veri o di finzione che siano - sono segni che provengono da un mondo figlio di un tempo diverso da quello in cui in parte dovremmo vivere noi. Un tempo in cui ciò che conta è il clan, la legge del clan, non si conosce diritto ma solo la forza del clan. Poco importa se si tratta di un tempo percepito come arretrato, l’importante è capirne la diversità col nostro e, cosa ancora più importante, l’ibridazione col nostro.
Perché il tempo delle mafie, la struttura sociale delle mafie, a guardarale da vicino, è spesso la nostra struttura, i loro costumi sono i nostri e combattere la mafia è perciò un lotta contro noi stessi.
Siamo mafiosi quando infrangiamo le regole, anche le più leggere, siamo mafiosi quando in una discussione cerchiamo di avere ragione usando mezzi esterni alla discussione, quando usiamo il potere senza leggi, anche quello più leggero. Non è necessario fare affari con la coca e uccidere a sangue freddo per essere mafiosi, basta sopportare il sopruso nella speranza di essere almeno una volta nella vita fra quelli che picchiano.
Perciò non basta percepire e denunciare la differenza fra noi, cittadini dentro la legge, e le mafie, organizzazioni criminali di fuorilegge. Non basta chiedere legittimamente che sia fatta giustizia. Bisogna innanzitutto riconoscere che la mafia è una società eticamente e politicamente compiuta in contrapposizione fondamentale con le basi della nostra Repubblica, come lo potrebbe essere uno stato totalitario o una teocrazia. Soltanto ammettendo ciò si avrebbe la forza per debellare le mafie.
Gli attentati mafiosi sono attentati di uno Stato ’straniero’ contro la Repubblca italiana. Noi pensiamo solo che si tratti di crimine organizzato, senza badare a cosa significhi l’esser organizzati.
Un po’ di tempo fa - non molto perché ho ancora l’impressione di essere giovane - sentivo alla televisione l’espressione: “uno Stato nello Stato”, quando si parlava di mafia. Ora non la sento più e invece dovrebbe essere il cardine di ogni buon ‘diffamatore’ del nostro Paese.
A proposito un’ultima cosa, pensate un istante al nome ’diffamatore’, se quando si viene apostrofati in questo modo vuol dire che si è parlato di mafia - da dilettanti o da prefessionisti, per caso non credete anche voi che “lo Stato nello Stato” non sta più dentro a niente ma è semplicemente rimasto da solo, libero Stato in povera Italia?
Lyndon
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