De improprietate linguaeArchivi

Gen 18

La lingua dell’invasore deve essere rispettata anche quando serve a deridere l’invasore. Oppure, la lingua dell’invasore deve essere sempre rispettata, senza badare a quello che si dice. O ancora, un terrorista che si rispetti deve sempre conoscere la grammatica latina. O ancora di nuovo, ogni buon centurione non deve mai chiedersi cosa sia un terrorista ma agire esclusivamente secondo la grammatica latina.

Infine, mai fidarsi di un grammatico in armi o di un sobillatore sgrammaticato, potreste confondervi e non sapere più da quale parte stare.

Lyndon

Gen 05

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‘Ndrangheta è un nome digrignato in bocca, di un rosso scuro, come di sangue rappreso. E’ un nome nero che suona spesso con la morte e la polvere da sparo.

E se fossimo ancora abbastanza curiosi, anche dopo gli spari e i soldi lerci a palate, se avessimo un poco d’attenzione capiremmo forse che ‘Ndrangheta e ‘Ndrina - il clan, la famiglia - sono ciò che rimane dopo una degradazione, almeno ai nostri occhi. La degradazione del greco anèr - vir per i latinofili. La degradazione del nome che in greco antico stava a significare l’uomo nella propria realizzazione virile, nel pieno delle sue virtù. La virtù cioè l’andrèia.

‘Ndrangheta è un nome decaduto, infangato, un figlio macchiato di parricidio. E’ un nome che trasforma un criminale in un anèr, in un uomo. E questo paradosso taglia un sorriso beffardo sul volto della ‘Ndrangheta che così ci deride con presuntuosa supponenza.

E pure un altro passo, arrivati a questo punto, potremmo farlo. Sopportare la morte che c’è in questo nome. Sopportare la beffa che c’è in questo nome, per riuscire a vedere una differenza fondamentale, per riuscire a percepire una distanza essenziale.

L’attentato a Reggio Calabria, il funerale di Nick Rizzuto dall’altra parte dell’oceano e i ricordi che abbiamo delle mafie - veri o di finzione che siano - sono segni che provengono da un mondo figlio di un tempo diverso da quello in cui in parte dovremmo vivere noi. Un tempo in cui ciò che conta è il clan, la legge del clan, non si conosce diritto ma solo la forza del clan. Poco importa se si tratta di un tempo percepito come arretrato, l’importante è capirne la diversità col nostro e, cosa ancora più importante, l’ibridazione col nostro.

Perché il tempo delle mafie, la struttura sociale delle mafie, a guardarale da vicino, è spesso la nostra struttura, i loro costumi sono i nostri e combattere la mafia è perciò un lotta contro noi stessi.

Siamo mafiosi quando infrangiamo le regole, anche le più leggere, siamo mafiosi quando in una discussione cerchiamo di avere ragione usando mezzi esterni alla discussione, quando usiamo il potere senza leggi, anche quello più leggero. Non è necessario fare affari con la coca e uccidere a sangue freddo per essere mafiosi, basta sopportare il sopruso nella speranza di essere almeno una volta nella vita fra quelli che picchiano.

Perciò non basta percepire e denunciare la differenza fra noi, cittadini dentro la legge, e le mafie, organizzazioni criminali di fuorilegge. Non basta chiedere legittimamente che sia fatta giustizia. Bisogna innanzitutto riconoscere che la mafia è una società eticamente e politicamente compiuta in contrapposizione fondamentale con le basi della nostra Repubblica, come lo potrebbe essere uno stato totalitario o una teocrazia. Soltanto ammettendo ciò si avrebbe la forza per debellare le mafie.

Gli attentati mafiosi sono attentati di uno Stato ’straniero’ contro la Repubblca italiana. Noi pensiamo solo che si tratti di crimine organizzato, senza badare a cosa significhi l’esser organizzati.

Un po’ di tempo fa - non molto perché ho ancora l’impressione di essere giovane - sentivo alla televisione l’espressione: “uno Stato nello Stato”, quando si parlava di mafia. Ora non la sento più e invece dovrebbe essere il cardine di ogni buon ‘diffamatore’ del nostro Paese.

A proposito un’ultima cosa, pensate un istante al nome ’diffamatore’, se quando si viene apostrofati in questo modo vuol dire che si è parlato di mafia - da dilettanti o da prefessionisti, per caso non credete anche voi che “lo Stato nello Stato” non sta più dentro a niente ma è semplicemente rimasto da solo, libero Stato in povera Italia?

Lyndon

Dic 08

Forse dovremmo costruire un cenotafio per la nostra lingua, ché lei non ha corpo se non nelle nostre voci o sui nosri schermi o sui vecchi od odierni fogli ma certo un corpo vero non l’ha che possa essere mangiato da una tomba. Lo dovremmo costruire all’ombra dei falansteri pieni dell’ingnoranza più greve e della superficialità più laida e pingue. Dovremmo costruirne uno in ogni piazza, in ogni Università.  A presente e futura memoria del nostro delitto.

Ma se così facessimo avremmo ancora un’inezia almeno di rispetto per la defunta, avremmo ancora nostalgia del tempo in cui parlavamo fra noi grazie alla dipartita lingua nostra. Se costruissimo un cenotafio poi dovremmo scrivere un epitaffio e decretare che il corpo che piangiamo vive ancora.

Non ci saranno epitaffi né tanto meno cenotafi. A leggere i dati dell’analfabetismo di casa nostra, del disprezzo verso la nostra lingua soprattutto, c’è da impallidire dal terrore e dall’orrore di una dialettizzazione dell’italiano, divorato dall’interno da noi stessi e dall’esterno dalla forza colonizzatrice di altre lingue più forti e belle o da strumenti di comunicazione per noi trappole tremende.

E su queste trappole voglio soffermarmi. Si parla infatti di un concorso di causa nella progressiva morte dell’Italiano da parte di tecnologie come  quelle del telefonino o del web. Si imputa a tali strumenti di impoverire la lingua nei significati e nelle forme, di imbastardirla, macchiarla e via discorrendo con una serie di attributi che denunciano l’esistenza di una purezza della lingua da salvaguardare che è segno forse ancora più pauroso della fine.

Il web rende analfabeti gli Italiani, li rende pieni di strafalcioni, impedisce loro di leggere i libri, i giornali e di studiare la grammatica.

Al contrario credo che gli  Italiani avrebbero continuato a non leggere i libri, i giornali a esser pieni di strafalcioni e a non studiare la grammatica anche senza il web. L’unica cosa che il web fa è amplificare una situazione che ha però radici ben più profonde e dure a morire - e probabilmente anche assai difficili a riconoscersi.

Il web infatti con noi non fa niente altro che sublimare e potenziare la comunicazione orale a discapito di quella scritta, perché tale è già la nostra tendenza.  E lo fa grazie all’uso dell’immagine, alla sua riproduzione seriale, e soprattutto all’ibridazione del linguaggio scritto con quello orale, contribuendo a creare uno spazio semiotico in cui la comunicazione dell’informazione non passa più attraverso il linguaggio della pagina ma attraverso quello della parola. Una parola digitalizzata, ibridata con effetti grafico-visivi sempre più raffinati e potenti e soprattutto parola non scritta.

Ciò che il web fa è sottolineare una mancanza di abitudine alla disciplina della scrittura che non sta nel web - per chi sa quale programmazione di default  - sta in noi stessi.  Sta negli spazi che viviamo quotidianamente, spazi forgiati secondo canoni orali piuttosto che scritti, sta nel nostro rapporto con la pagina scritta, dalle istruzioni per l’uso fino alle vette dell’Italiano delle Humanae Litterae: un rapporto disastroso, idiosincratico e di allergia manifesta.

Noi preferiamo chiacchierare, piuttosto che scrivere, preferiamo stare a sentire la voce di qualcuno che ci incanti piuttosto che leggere i suoi scritti.

E’ curioso imputare al web la nostra intolleranza alla scrittura, alla lingua scritta. E’ curioso e paradossale perché il web è in realtà un libro potenziato. In rete si navigano pagine, le pagine di una biblioteca infinita. Il web è figlio della stampa e di quella parte della cultura occidentale che ha fatto della lingua scritta uno strumento di libertà ed emancipazione dal potere.

L’orrore che trasuda dall’analfabetismo di casa nostra non è allora solo quello dei grammatici che inorridiscono al suono di un congiuntivo mancato, o dei letterati che piangono l’oblio dei grandi scrittori. L’orrore dell’analfabetismo arriva giù fino alle radici della nostra società stringendo le viscere di ogni uomo libero che si vede accerchiato da una massa sempre più indistinta di animaloni senza linguaggio, che prima o poi nel proprio pingue e beato oscillare schiacceranno ogni cosa.

Lyndon

Nov 25

In questi giorni, a Roma, si celebra la Settimana della Filosofia.

Curioso, mi sono informato sul programma, quando fra gli interventi ho letto il nome del Prof. Rocco Buttiglione, Libera Università San Pio V, mi sono preoccupato. Ho continuato a leggere e a preoccuparmi andando oltre.

Forse sarete del mio stesso parere, e sarete allora preoccupati, una volta compreso che la settimana in questione è sospettosamente legata alla religione cattolica e alle sue tentacolari declinazione culturali - mi andava una specie di eufemismo.

Soffermatevi sui luoghi dei lavori, sulle Università di provenienza degli illustri invitati, sul nome che campeggia all’inizio, buon’ anima… sul quesito: Chi è l’uomo della Sindone?

Allora vi chiederete come ho fatto io: Settimana della Filosofia?!? 

Lyndon

intersettiva.it