Gossip...ma per dotti, s'intende!Archivi

Gen 25

Il link è piuttosto impegnativo ed è a puro fine di verifica. Con estrema cortesia riporto anche l’indicazione del minutaggio: 41 m 37 s. Per i coraggiosi e i puntigliosi da sottolineare, nei minuti precedenti, l’insistenza con cui l’untuoso e genuflesso “funzionario di gestione del declino” Alfonso Signorini vuole affrontare l’argomento.

Qui di seguito mi  esibisco in un’attenta sbobinatura - quasi letterale, non riuscendo io a trascrivere i singulti e le riprovevoli interiezioni meneghino/estatiche del nostro - del contenuto:

 (…) Per una persona che entra al Grande Fratello, altre 1000 restano fuori, e sono smaniose di farsi pubblicità, sono pronte a buttarsi tra le braccia di chi esce, sono sicuro (…), sono sicuro che Nando più che un carnefice sia una vittima (…) 

Di qui la domanda di cui sopra. Di qui il mio orgoglio, magra consolazione, per questa interpretazione di qualche tempo fa.

Paolo

Nov 29

 leslie.jpg

Ci piace ricordarlo così, nel suo splendore fantascentifico, perché tutti i ricordi per cui ci è rimasto nel cuore si coloreranno ancora di più dell’esilarante contraddizione di una demenziale comicità fatta molto seriamente.

Ci piace pensare al suo ardore d’eroe spaziale, alle sue gesta aliene, perché ci porti via con sé, anche solo per un instante, lontano da una realtà in cui il potere non merita neanche più di essere preso per il culo.

  planet_11.jpg

Intersetiva che pensa poco zelantemente all’egemonia assoluta vendendo dei vestiti invisibili agli imperatori che vorrebbero vedere le donnine nude notte e dì

Ott 07

La visione del film “Inception” di Cristopher Nolan, regista già noto per aver finalmente dato lustro cinematografico alla saga di Batman e soprattutto per il fondamentale “Memento”, mi induce ad alcune, sicuramente meno fondamentali, riflessioni. Ultimamente mi sento un po’ come Gianfranco Funari quando sosteneva di avere l’impellenza di manifestare le sue considerazioni politiche di fronte alla telecamera, quasi come fossero necessità fisiologiche. Abbiate pazienza. Passerà.

9.jpg

Il film è sicuramente ben fatto. Lungo, ma senza cali di tensione. Con delle scenografie indubbiamente all’altezza dei costi e delle promesse elargiteci dai trailer. La trama richiede uno sforzo di concentrazione non indifferente al pubblico in sala ma funziona egregiamente, indulgendo forse solo un pochino sulla ricerca di un finale “lieto” in tutti i sensi. Visto che la realizzazione della pellicola è costata quanto il prodotto interno lordo di uno stato africano, credo che potremmo, per quest’ultima mia impressione, declinare quasi totalmente le responsabilità del regista e pensare più ad una esplicita richiesta della produzione. La storia del cinema è d’altronde piena di simili esempi, ed una redistribuzione, home-video o in sala, a distanza di qualche anno con il famigerato “director’s cut” è diventata quasi d’obbligo e foriera di ulteriori guadagni.

Partiamo ora con quelle che però sono le sensazioni che, dopo la conclusione del film, mi hanno fatto propendere verso una vaga ombra di insoddisfazione e distacco emotivo.

Un universo narrativo come quello che la nostra storia sottende implica, come è ovvio, un grosso atto di fede da parte del fruitore della trama. Non è certo il caso di contestare il binomio in voga sogno/realtà*2. Questo è l’assunto principale e tutti sapevamo di non essere andati a  vedere “I ponti di Madison County”. Concediamo allora, a costo solo della nostra attenzione*3, anche il meccanismo del sogno nel sogno e dei livelli successivi “a cascata” dell’inconscio, nei quali è possibile scendere come si trattasse di andare a prendere delle cose giù in cantina. Tutto sommato credo sia comprensibile anche l’escamotage dell’inconscio militarizzato del soggetto nei cui sogni i protagonisti si prefiggono di entrare, altrimenti l’intera storia avrebbe rischiato un brusco calo del tasso di azione riducendosi ad essere un algido e noioso resoconto di un esperimento andato a buon fine*4. La storia d’amore, sofferenza e redenzione, l’abbiamo già detto, è funzionale agli incassi del botteghino e non inficia comunque l’intelaiatura della storia.

E certo che se non avete ancora visto il film, sono cazzi vostri.

Quindi dov’è veramente il problema? Il problema, a mio avviso si intende, sta nel fatto che il film si compiace immensamente di questa sua struttura logica, strizzando anche quasi l’occhio ad una coerenza “scientifica”*5 di cui invece, a quel punto, è facile trovare le magagne. Si diventa sospettosi e sempre meno propensi a lasciarsi andare a quella sana dose di irrazionalità che una storia del genere deve contenere. O almeno così è stato per me.

La dilatazione progressiva del tempo nei livelli di sogno sempre più profondi, seppur efficace, toglie coinvolgimento. Le interminabili scene della caduta del furgone dal ponte o dell’ascensore nella tromba della scale sembrano allora una sorta di pubblicità di un’automobile, sublimemente concepite e costruite, ma la cui evoluzione e il cui finale non sorprenderebbero in fondo il più stolido dei pesci rossi. Ci si comincia a domandare come mai, nonostante nel film vengano sparati una quantità di colpi accomunabile a quella di capolavori dell’ action movie come “Commando”, ci si ritrovi con un unico ferito*6, graziando invece in maniera magica altri (l’inseguimento del furgone prima di precipitare) il cui ferimento o uccisione avrebbero messo a serio repentaglio l’intera costruzione narrativa. Si cominciano a quel punto a “far le pulci” a tutto, legittimando dubbi e quesiti altrimenti di stampo onanista. A che cosa si deve la capacità metamorfica nei livelli di sogno del falsario della banda? E’ forse da considerarsi uno spin-off pirata degli X-Men o più semplicemente*7: vi sembra naturale che nello spazio di una cabina di prima classe di un aereo salgano due magnati mondiali dello stesso ramo economico e non si conoscano per niente o neppure riconoscano*8? Oppure ancora, siete di quelli che pensano che le sorti delle multinazionali vengano decise dagli umori mattutini di un solo uomo*9?

 10.jpg

Ma io vorrei farvi anche qui capire quanto sia dispiaciuto di queste mie perplessità. Di sicuro c’è che ogni considerazione non può che essere figlia del contesto, delle occorrenze e del momento in cui ci troviamo a confrontare la nostra struttura  di decodificazione delle informazioni con ciò che le propone il suo apparato percettivo ampliato*10. 

Per farla breve. Ho appena visto l’esplosione sotto forma di lungometraggio di uno dei trailer apparsi, non nella versione italiana, nel doppio tributo agli epigoni di genere horror/splatter di Tarantino e Rodriguez con Grindhouse Death Proof/Planet Terror. Sto parlando di “Machete”.

Favolosa, e costantemente ammiccante in ogni possibile riferimento, epopea di un brutale messicano ex agente federale invischiato in un sanguinosissimo intrigo politico al confine tra Usa e Messico e in una altrettanto necessaria vendetta personale con annessa volontà di ecatombe. La storia fa acqua da quasi tutte le parti, spesso ci si domanda quale sia il filo cronologico degli eventi, il sangue è garanzia e lubrificante dei fotogrammi che scorrono. Se non bastasse lo schermo si avvale della presenza scenica di Robert De Niro, Don Johnson e Steven Seagal, che, magia di una storia azzeccata e di un desiderio preciso del regista, sono addirittura equivalenti per capacità recitative*11.

Se ciò che chiedete ad un film è semplicemente quella candida sensazione di curiosità disinteressata e comoda di vedere come andrà a finire, pur sapendolo di già, oppure di  ascoltare un racconto in cui non ci sia davvero niente che nemmeno lontanamente possa ricordare la vostra giornata lavorativa o meno, grigia o densa di avvenimenti che sia stata, o ancora di liberarvi dall’automatico dovere di domandarvi se ciò che state vedendo sia successo davvero da qualche parte o possa prima o poi succedere a qualcuno in qualche angolo del nostro pianeta o che possa infine anche lontanamente somigliare a queste ultime due evenienze, beh, allora Machete è davvero il film per voi.

Un film in cui Jessica Alba può impazzire di desiderio per Danny Trejo è un film sul quale a nessuno di noi è concesso, in ultima istanza, di avanzare qualsivoglia perplessità.

11.jpg 

Non sono assolutamente nemico della narrazione iperrealista. Ma mi sembra di trovare qualche appiglio alle mie tesi anche nell’ultimo film di Sofia Coppola, regista che davvero ammiro molto. “Somewhere”, tra l’altro trionfatore all’ultima mostra del cinema di Venezia*12, è un film noioso e scontato oltre misura. Dai chiari echi autobiografici della regista, se non altro come scenario culturale e sociale a lei familiare, ad una non chiara e banale (volutamente banale? Ma francamente incomprensibile soprattutto se intenzionalmente superficiale) redenzione emotiva del protagonista, il film scorre inutilmente nicchiando anche sulla colonna sonora, di solito punto forte dello stile della Coppola.

Se proprio dovessi individuare un elemento di maggior interesse nel film (ma è piuttosto difficile), ci potremmo rivolgere alla parentesi italiana che vede la straordinaria partecipazione nel ruolo di se stessi di esponenti della scena cultural/artistica della nostra penisola quali Simona Ventura, Nino Frassica e Valeria Marini alle prese con ciò che di meglio essi sanno per tradizione proporci, ovvero una beneamata ceppa di cazzo*13. Insomma, è piuttosto chiaro che tutti ci vedono e considerano come un terribile virus dal quale è lecito e consigliato fuggire il prima e il più lontano possibile. Vero è però anche che questa analisi, a livello di cinematografia e scena culturale (e non solo purtroppo) mondiale, è diventata un po’ come sparare sulla croce rossa.

Il vostro amato inviato Giacobbe Suffumigi

12.jpg   

* dove per B-movie non si intende necessariamente un prodotto cinematografico a basso costo e di altrettanto incerta qualità, ma più genericamente una pellicola che non faccia della coerenza logica della sceneggiatura, delle leggi della fisica e delle unità di luogo e tempo aristoteliche il cardine della proprio struttura narrativa. Cosa che tra l’latro è diventata sempre più possibile nel corso degli ultimi dieci anni, dopo la rivalutazione, tarantiniana e non solo, del genere originario e del suo dipanarsi nel corso del tempo (dagli albori degli anni ’50 ai residui dei tardi ’80), senza peraltro restrizioni di genere o di confini geografici e culturali di provenienza.

*2 ed ovviamente, e giustamente, crea sempre meno perplessità e resistenza nello spettatore medio che si suppone o edotto in materia o comunque cronologicamente inserito in una generazione che dell’aspetto reale/virtuale della propria stessa esistenza già conosce, per proprio stesso inserimento nel meccanismo, i connotati generali.

*3 siamo sicuri che non sia allora proprio questo sforzo a renderci ulteriormente vigili e sospettosi. L’equilibrio tra richiesta di fiducia e complicità da una parte e sospetto e logica (anche inconsapevole) dall’altra è molto sottile.

*4 eppure bastano meno trucchi per creare scenari altrettanto movimentati. Ricordate “viaggio allucinante” del 1966 o il più cazzone remake degli anni ’80 “Salto nel buio”?

*5 il riferimento d’obbligo è Matrix, che però di questo problema, forse anche per una sorta di primogenitura cinematografica, non soffriva, chiedendo anzi allo spettatore di concentrarsi quasi interamente su quell’unico aspetto che nella sua semplicità da “prima l’uovo o la gallina?” diventa totalizzante. E’ possibile anche un confronto con il recente Shutter Island di Scorsese, se non altro anche per la presenza di Di Caprio. I generi sono necessariamente diversi, dalla “fantascienza” allo psico-thriller, ma in quest’ultimo il costante e aporetico scambio di livelli di realtà, oltre che molto più comprensibile vista l’ambientazione psichiatrica e schizofrenica del film, non è un espediente per far progredire la trama, ma la trama stessa.

*6 trovo peraltro assurdo, a puro titolo di polemica, che il personaggio giapponese venga fatto parlare con un curioso effetto vocoder proprio per demarcare la diversa provenienza linguistica o l’ineliminabilità del suo accento quando parla inglese (si suppone). Doppiando tradizionalmente i film in Italia, non mi sembra ci si sia preoccupati di attribuire lo stesso connotato ai personaggi anglosassoni facendoli parlare come Don Lurio o Dan Peterson.

*7 a dimostrazione che se si chiede complicità allo spettatore, si deve però mostrare rispetto per la sua intelligenza.

*8 con sedili in pelle convergenti verso il corridoio centrale. Io sono povero e non l’avevo mai vista! Insomma sarebbe come a dire Bill Gates e Steve Jobs seduti di fianco l’uno nella completa inconsapevolezza dell’altro.

*9 potete fare di più, lo sento!

*10 si, effettivamente sto parlando dei gusti del momento…

*11 e certo qui è lecito domandarsi se abbia fatto più sforzi Robert De Niro ad adeguarsi al livello di Don e Steve, o se siano invece questi ultimi due ad essere finalmente valorizzati come meritano, uscendo dal guscio di copioni che non gli rendevano giustizia.

*12 che non ci sia in questo un monito o una sottile comprensione, che comunque non giustifico, di Tarantino Presidente di Giuria. Tanta è la mia voglia di alleggerire la Coppola del terribile prodotto!

*13 il dubbio sorge spontaneo. Possono ora i suddetti fregiarsi per transitività del titolo di vincitori della Mostra del Cinema di Venezia? E soprattutto, cosa ci faceva lì in mezzo Maurizio Nichetti? O forse dobbiamo cominciare ad individuare un senso più profondo in ciò che abbiamo visto? La partecipazione della lobotomizzata Laura Chiatti in un ruolo, diciamo, più serio non ci aiuta a capire. La ragazza è palesemente stupida ed incapace recitativamente, senza nessuna scusante. Si spertica a spiegare di solito nelle interviste quanto alcuni personaggi da lei interpretati, cinici e calcolatori (l’esempio migliore è la pseudo velina triste dell’“Amico di famiglia” di Paolo Sorrentino), siano molto lontani dalla sua vera natura (come se qualcuno avesse mostrato interesse per la cosa). Per farcelo capire meglio le piace a quel punto intasare le numerose pubblicazioni di gossip delle sue relazioni con lumi culturali provenienti dalle schiere dei “tronisti” gentilmente allevati da Maria De Filippi. Anche qui, dobbiamo forse vedere qualcosa d’altro dietro il suo utilizzo da parte di alcuni registi? Vogliono farci capire qualcosa in più con l’ausilio di Laura  piuttosto che utilizzando una brava attrice? Guardate che io sono a favore, come ben sapete, della dietrologia e dell’analisi criptica di ogni dettaglio, però, per favore, ogni tanto datemelo qualche indizio…  

Set 22

Tanto perché non vogliamo sembrarvi esclusivamente dei pedanti tromboni e angosciosi (e talvolta angoscianti) dietrologi vi invitiamo ad assistere all’opera prima di un autore sponsorizzato caldamente dalla redazione di Intersettiva.

Naturalmente noi ci saremo tutti.

Intersettiva la dorata

la-frittura_3.jpg

intersettiva.it