Lettera aperta - Dissensi e patatine fritte con il checciup
…mmm… non saprei Saiola (vedi sotto), ti seguo da sempre ma sono più o meno in disaccordo con alcune tue considerazioni, e poi sono in vena di precisazioni…
Partendo dal buon Enrico Ruggeri, senza la i dopo la doppia g (a meno che tu non ti riferissi a lui, che però non mi sembra di aver riconosciuto tra i giudici). Non starò qui a magnificare la sua appartenenza nonché leadership di uno dei primi gruppi nostrani riconducibile, seppur con tutti i distinguo e le dovute cautele, al genere noto come “punk”, tra l’altro in concomitanza con la diffusione internazionale di detto filone e non con gli endemici 10-15 anni di ritardo che la produzione musicale di casa nostra, e i conseguenti gusti del pubblico, accumulano rispetto al resto del creato.
Una breve digressione a tal proposito meriterebbe l’album che il nostro ha pubblicato nel 2004. Sebbene non si possa davvero considerare indimenticabile il lavoro in questione, e lasciandomi pervadere da quelle che sono soprattutto le ragioni del cuore, direi che in fondo poco conta il contenuto di un album dedicato al figlio tra i turbini del ribellismo adolescenziale, se questo è intitolato “Punk prima di te”. In fondo il vertice creativo e poetico è stato già raggiunto nel titolo, no?
Ma dell’un tempo occhialuto cantante (tra i primi n Italia a sottoporsi all’operazione di correzione della miopia, se la cosa può essere di qualche interesse) io apprezzo anche la produzione recentissima, fino a quella “Notte delle fate” portata all’ultimo San Remo (questo il video ufficiale, ma la versione orchestrata eseguita al Festival era a mio avviso ancora più convincente) e che gli è valsa la quasi immediata esclusione dalla gara proprio in virtù della palese e ostentata fedeltà della canzone alla linea produttiva dell’artista, senza quindi nessun possibile occhieggiamento furbino ai gusti immutabili del festival e a quelli del momento. Proprio questa mi sembra infatti la miglior dote di uno dei nuovi giudici della trasmissione: una coerenza e semplicità musicale che mi fanno riporre in lui la medesima fiducia che ho ovviamente nei confronti di Elio.
E d’altronde la cosa è già stata ampiamente dimostrata negli 80.000 (vi prego, non pensate seriamente a cosa voglia dire un numero così esorbitante di persone che ritengano in buona o cattiva fede di poter vivere delle prodezze della propria voce … non ve lo meritate!) provini che i giudici hanno dovuto affrontare quest’anno prima di dare il via alla nuova edizione.
Mi rendo anche conto che a fare da contraltare ad un’indubbia competenza musicale ci siano però anche una serie di terrificanti esperienze come conduttore televisivo, tra l’altro di programmi di incerta collocazione intellettiva, che non sarebbero giustificabili nemmeno se il buon Enrico si fosse trovato in quei frangenti in grave ambasce economiche. Ci sarà in fondo una ragione se dopo di lui la conduzione di Mistero (ma che dite, a lui l’avevano affidata solo per l’omonima canzone? L’interrogativo potrebbe essere argomento di una puntata della trasmissione stessa) è stata affidata al maestro Raz Degan, il quale ha creduto, lo si coglieva nel suo sguardo allibito e anche un po’ spaventato, a ognuna delle innumerevoli singole cazzate siano state affrontate nel corso del programma e presentate come incredibili fenomeni dell’occulto e del paranormale.
A lasciarmi perplesso è invece il nuovo meccanismo del talent show, che con quattro giudici porterà di fatto a ricorrenti ipotizzabili situazioni di parità (a meno di un’auspicabile coalizione a larghe intese anti-Tatangelo), dirimibili soltanto con il ricorso all’amato televoto, garanzia di pessima qualità ma di ottimi ascolti, e che depaupererà incontrovertibilmente ogni serietà di giudizio da parte dei giudici.
Mi trovi in leggero disaccordo anche su Katy Perry, che seguo fin dall’esplosione internazionale del 2008 con Hot’n’Cold. Alcuni ritmi e sprazzi della sua breve produzione, pur riconducendola in sostanza al filone delle Lolite Pop di spearsiana memoria, le donano anche una lieve connotazione Brit (inusuale in un prodotto americano) che non disprezzo totalmente e che me la rendono più facilmente accomunabile ad una tarda “Spice Girl” piuttosto che ad una post Shakira, cosa che, spero vogliate convenire con me, presenta delle differenze non di poco conto.

Concordo invece, come naturale, sull’individuo Facchinetti, essere umano il cui ruolo nell’intelaiatura cosmica continua a sfuggirmi, e verso il quale il mio sgomento e risentimento è aumentato una volta appreso della di lui attuale liason con Alessia Marcuzzi. Vogliate a tal proposito scorrere questo breve articolo (la cui versione integrale i coraggiosi potranno trovare su Vanity Fair del mese in corso). Ritengo che somma attenzione debba essere tributata alla parte relativa alle ragioni del primo incontro tra i due e che si debba poi procedere velocemente a trovare anche noi altri dei buoni contatti all’interno di Facebook Italia e scaricare invece i soliti all’interno di Facebook Bolivia di cui attualmente disponiamo.
Ma già, tu hai visto un film con Vaporidis e per questo io ti temo e ti rispetto.

Per quanto mi riguarda, mi riprometto quest’anno di seguire più attentamente Voyager, rotocalco di conoscenza misteriosa capitanato dal valente Roberto Giacobbo. Sono infatti sicuro che il tenore medio di una puntata del programma, sempre in bilico tra “Dante è stato in Islanda prima di scrivere la Divina Commedia e a questa terra si è spirato nelle sue descrizioni dell’Inferno” e “Ci sono prove inconfutabili dell’esistenza di Batman anche durante il crollo del WTC del 2001” ma anche “Elvis Presley ha rapito gli alieni e gli ha insegnato il suo maestoso movimento pelvico, per loro letale dopo prolungata esecuzione e ragione per cui nessuno ha mai invaso il nostro pianeta”*…insomma, mi sarà utile per una migliore comprensione della mia, della nostra e della vostra natura ultima.
Ecco, come al solito mi nascondo dietro un filo d’erba, e baratterei volentieri la smania televisiva che mi avvince con un solo barlume di maggior comprensione e speranza per le sorti di questa nazione ferita, le cui tendenze, umane prima che politiche, rifuggono da qualsiasi analisi, catalogazione o interpretazione semplicistica. O forse questo è l’unico modo per salvarsi?
Doriano Sampieri
* Attenzione! Solo una delle precedenti frescacce è frutto della mia fantasia malata. Le altre sono di quella di Giacobbo e di quelle dei suoi collaboratori presumibilmente.





