Ieri ho visto il futuroArchivi

Mar 31

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L’Amore vince sull’Odio.

Gli innamorati, vittoriosi, guardano al futuro con rosea aspettativa, famelici. Vogliono tutto ciò che ritengono spetti loro per diritto - non ben precisato -  e lo vogliono per il Paese perché amano l’Italia e da essa sono amati. Pretendono quello che credono sia stato tolto loro da indebiti e ingiusti poteri.

Amano e per questo odiano tutti coloro che non condividono il loro amore. Hanno un’idea d’Italia da realizzare, un’idea con una diversa memoria e una lingua senza più gli orpelli degli accademici.

Cambieranno questo Paese alla vigilia del ricordo di una giovane unità, lo trasformeranno secondo i propri voleri.

E quando tutto ciò che gli innamorati hanno da compiere sarà compiuto, quando sarà come se si fosse giunti all’utlimo giorno di Babbo Natale, senza avere più la certezza di essere buoni o cattivi, allora chi chiamerete?

Quando saremo tutti innamorati, non ci sarà più nessuno da odiare, chi chiamerete?

Se non ci innamoreremo pure noi Intersettivi - e vi assicuro faremo tutto ciò che è in nostro potere e un pizzico oltre - risponderemo noi.

Sarete odiati come noi, certamente. Ma non preoccupatevi: La stagione dell’Amore non dura mai troppo tempo.

Lyndon

Mar 26

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A leggere Sara Ficocelli di Repubblica online i robot giornalisti, assemblati dall’ingegno nipponico e statunitense, riusciranno a risolvere il “problema della oggettività dell’informazione”. Al di là, ovviamente, di generare un considerevole rischio di perdere il posto per gli umani - ma si sa, siamo in tempo di crisi e questo è un argomento che perfora i giornali in gran parte degli articoli che vengono prodotti.

Ma torniamo all’oggettività. Il robot giornalista del futuro sarà in grado di scrivere, fare domande ad hoc, scattare fotografie. Il tutto grazie al criterio di “notiziabilità”, nel rispetto dell 5 W e, chi sa, forse anche delle prossime leggi della robotica.

Queste splendide invenzioni, dunque, saranno obiettive ma allo stesso tempo sapranno distinguere cosa sia notiziabile e cosa no. Alla Ficocelli, forse, sarebbe il caso di ricordare che la soluzione del problema dell’oggettività poco si confà al programma che dovrebbe guidare queste nuove macchine. Programma scritto da soggettivissimi uomini, secondo soggettivissime politiche editoriali. Cose assai lontane dall’oggettività.

Forse, però, i robot giornalisti venderanno meglio l’oggettività, la renderanno più verosimile e allora da questo punto di vista avranno risolto tutte le beghe legate alla furba e capziosa abitudine dei giornalisti umani di travisare le parole, di giocare con i fatti e di informare con interesse.

Può darsi che i politici intervistati dai robot giornalisti non potranno più smentire, non potranno più affermare di esser stati interpretati male. Un robot non interpreta, registra, un robot non pensa e quindi non può avere una coscienza politica e quindi non può essere un subdolo giornalista schierato da un certa parte.

Del resto è forse altrettanto probabile che dei robot giornalisti possano garantire ancora più diligentemente l’obbedienza della stampa. Una macchina meglio di un umano macchinizzato e asservito è strumento di gran lunga migliore per poter avere un’informazione di sistema, finalizzata a coccolare il cittadino o a pungolarlo nelle pulsioni che occorre sobillare al momento più opportuno.

Immaginiamoci un sistema d’informazione influenzato da interessi privati, quelli di chi fa pubblicità sui media e non quelli di chi usa i media. Interessi capaci d’investire in macchine parlanti, in giornalisti tuttofare: un comizio, un vernissage, una partita di calcio, un incidente diplomatico.

Macchine per l’informazione: l’evoluzione auspicata del moderno giornalismo.

Allora non ci sarà scampo, nessuna controinformazione, tutto omologato dai robot, dal criterio di notiziabilità, dalla rappresentazione ‘oggettiva’ della realtà. Vedremo il mondo per quello che è, ne conosceremo le minacce, le glorie, le paure, i pettegolezzi e gli scandali per quel che sono. Potremo fidarci senza remore dei futuri robogiornalisti. Alla fine leveremo ‘robo-’ li chiameremo solo giornalisti, dimenticandoci che al Corriere della Sera ci scriveva Buzzati.

Oppure potremmo sperare nella Intelligenza Artificiale e nel lavoro di pochi, recalcitranti scrittori che programmeranno i robot come strumenti di amplificazione della propria intelligenza umana. Costruiranno strumenti intelliggenti a loro volta e capaci, senza criteri di notiziabilità, di raccontare il mondo come gli umani, senza la pretesa di dire la verità ma di farcela comprendere e magari di farci discutere su di essa.

E al Corriere della Sera, in redazione, magari ad annoiarsi un po’ dei fatti di cronaca, ci sarà uno scrittore, umano o robot che sia poco importa.

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Lyndon

Mar 24

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Continuo a dilapidare energie nell’analisi dei comportamenti televisivi figli e padri della produzione catodica nazionale, per meglio comprendere cause, effetti e direzioni della nostra identità culturale. Mi rendo conto di come ciò possa in qualche maniera apparire in controtendenza rispetto ad una più attuale e, giornalisticamente parlando (e grazie a dio non ho nessuna voglia né intenzione, o tantomeno la richiesta superficialità per parlare a tal titolo), maggiormente trendy interpretazione di costumi e tendenze culturali legate all’utilizzo delle Rete e dei suoi rivoli. D’altronde, è pur vero che, come nazione, ormai da un tempo consistente non brilliamo più a livello di innovazione culturale, e così, mentre per puro piacere voyeuristico e suicidio intellettivo, mi incancrenisco nella visione del fior fiore della creazione televisiva del Reame Mediatico Unito, parallelamente mi convinco e mi sembra di afferrare con più chiarezza, pia illusione, le chiavi di questo marasma mediatico che, ritengo, ormai per pura convenzione intendiamo come entità nazionale che si riconosce nella categoria delle democrazie occidentali (avrei probabilmente potuto dire Italia, ma la parafrasi, oltreché una malattia, è un buon modo attraverso il quale si possono mistificare le proprie opinioni).

Era possibile ieri sera dilettarsi in un gioioso zapping tra la serata musicale di RaiDue - protagonisti gli  “in un tempo lontano” criniti Francesco De Gregori e Lucio Dalla in versione autocelebrativa - e l’attesissima, zeppa di ospiti illustri e speranze a buon prezzo, semifinale di “Amici”. Ovvero molto più di una parabola sugli eterni e sempreverdi (perché applicabili ad ogni circostanza) interrogativi cari all’essere umano: “da dove veniamo?”, “e dove stiamo andando?”, ma soprattutto, “perché la sinistra progressista italiana non vincerà mai?” (sì, effettivamente per quest’ultimo, me ne rendo conto, riesce piuttosto scomodo l’accostamento con quesiti di portata epocale da monolito di Odissea nello Spazio). Inoltre il tutto incarna un’ampia dimostrazione (ma ahimè non il suo conseguente possibile rifiuto) di come il temporaneo oscuramento di una ortodossa dialettica politica sotto forma di talk show televisivo, oltre ad essere un’ovvia sconfitta di ogni coscienza civile, precluda ad un subdolo proseguimento ed inasprimento dell’indottrinamento elettorale per percorsi non convenzionali (o forse dovremmo dire ormai tradizionali, almeno qui da noi) ma molto sperimentati.

Comunque sia, andiamo in ordine ed iniziamo dal primo dei due “eventi” menzionati.

Dalla e De Gregori si ripropongono in un estenuante revival di rivisitazioni più o meno lecite e lucide dei loro cavalli di battaglia. Lasciando ad ognuno l’opportunità di riflettere su come sia prerogativa solo dei “grandi sul serio” quella di smettere di “essere artisti” un attimo prima di che sia troppo tardi, rivolgiamo la nostra attenzione altrove. Perché il vero spettacolo stavolta non è sul palco. In un “registicamente imbarazzante” tripudio di inquadrature intime e primi piani sognanti ecco apparire inconfutabile e nitido tra il pubblico “il popolo delle sinistra”. Capelli naturali, trucco quasi assente ed equi e solidali orecchini etnici per lei, pizzetti alla francese e occhialetti neri tondi d’ordinanza per lui. Area sognante nella litania interna per lei che doppia sottovoce ogni strofa, piglio di alta comprensione del significato recondito del testo per un ammiccante lui. Sono loro, le nostre speranze, i figliol prodighi del PD indignato, gli sconfitti dalla bruttura culturale di questa nazione. Quelli che scelgono l’esilio, perché “sono cervelli in fuga”. Il 3D al cinema l’hanno visto, ma solo per curiosità perché il Sundance Film Festival è molto meglio. Sai, è di Robert Redford. Sono loro. Sono i “vogliamo più giovani al potere”, e gli “hai capito papà? Se dai le dimissioni dal Parlamento, magari mi eleggono a me che sono più giovane, no?”.  I loro lavori abituali spaziano dal creativo del piccolo studio di produzione cinematografica, al fotografo (ma non di matrimoni, per carità che orrore!) al regista di cortometraggi, al giornalista (“sai, collaboro e scrivo recensioni per un sacco di situazioni”), al designer di soluzioni innovative (gli eclettici). Sono quelli che non hanno mai avuto una raccomandazione e “pensa lì dove ho mandato il curriculum, mi hanno chiamato subito dopo averlo letto, però adesso ti saluto che devo andare all’inaugurazione della mostra di mio padre”. Sono “i sempre pronti alla segnalazione” perché “se non ci aiutiamo tra noi che ce lo meritiamo”. Sono quelli che capiscono la preoccupazione del rettore Luigi Celli per il povero figliolo. Sono favorevoli all’aborto, all’eutanasia, alla ricerca sulle staminali (ma ti pare che uno non possa nemmeno più farsi una canna) ma non sanno argomentare le loro convinzioni. Sono anni che non capiscono una riga di ciò che si ritrovano a leggere, se lo leggono. Però vanno a vedere un sacco di concerti molto interessanti.

Dall’altra parte ci imbattiamo nella negazione stessa di ogni principio di realtà (ed il punto è che non so quanto la cosa sia distante dalla situazione appena descritta).  A casa di Maria de Filippi (leggi: La Tv nella sua interezza) le etichette discografiche sono delle associazioni benefiche, quasi materne. Abbandonate l’idea dominante (chissà perché) della multinazionale arrogante per ritrovarvi nel filantropico e caldo abbraccio di un giovane e benevolo fratello maggiore che è certo del vostro talento, che coccola i vostri vezzi artistici e vi scuote amorevolmente dalle vostre crisi emotive, che immaginiamo colgano chiunque (artista o meno) debba cimentarsi con la tortura giornaliera della cover musicale per poi essere esposto al ludibrio e al giudizio severo del pubblico parlante che rinfaccia “sarai anche bravo, ma tu non mi emozioni!”. Chi resisterebbe, se non fosse per questi teneri emissari di colossi economici che uccidono ogni individualità e discostamento dalla grigia medietà, ma che nel contempo ti allungano la penna per firmare un contratto?

Maria, portatrice del nome seconda solo alla Madonna (non la cantante) per fama e bontà, piange per l’eliminazione del ballerino Stefano che prima del programma scaricava le cassette di frutta al mercato e ora potrà girare il mondo a passo di danza. Ospiti italiani (belante Antonello Venditti e incartapecorito Massimo Ranieri) che lodano il lavoro della bionda baritona per poi, nella prossima trasmissione di cui saranno ospiti, avanzare seri dubbi sulla qualità dei talent show.

Mi domando, perplesso, se i “superospiti” stranieri trovino qualcosa di strano nel dover parlare con ragazzi post adolescenti cultori del soul e dell’R’n’B, che duettano con loro gorgheggiando e giocherellando in maniera inconsulta con le mani come fossero posseduti - manco fossero stati concepiti in un bordello di New Orleans -,  solo mediante l’onnipresente interprete ufficiale Olga Fernando, fulgido esempio di monopolio Costanziano (ci sarà qualcun’altro cazzo che spiccichi due parole d’inglese del tipo “It’s really nice to have you here” e minchiate affini).

Quando è troppo è troppo. Spengo la TV e rivolgo le mie brame mediatiche alla radio, che tra l’altro non sento mai. E capisco il perché. Radio Rock - radio locale romana con programmazione musicale bloccata all’uscita di Foxtrot dei Genesis (argomento sul quale è lecito interrogarsi a scelta) con incursioni avanguardiste nelle “nuove tendenze” del grunge (e se “Amici” fosse l’effetto e non la causa?). Il Dj dominante e storico Prince Faster, che sembrerebbe affetto da un disturbo asintotico nella lettura dei messaggi che gli arrivano in onda (il che vuol dire, in caso il coglione di cui sto parlando avesse la fortuna di leggerci, che una cosa o si legge nella sua interezza e nella corretta formulazione o non la si legge sminuzzandola, balbettando sistematicamente e interrompendola per farla apparire priva di significato), con dovizia emiliofediana (delle scuola del minzolinismo radicale, suppongo) dimentica sistematicamente o non capisce il nome o il messaggio di chi ardisce criticarlo o confutare una sua posizione. Spengo la radio.

Non pago, mi dirigo in cerca di conforto in libreria dove tra gli scaffali delle novità campeggia il libro di Pierdavide Carone “I sogni fanno rima”, per i tipi della Mondadori al costo di  € 15,50. Centocinquanta pagine “scritte” (ok, almeno le virgolette concedetemele) a carattere 18 con interlinea doppio. Frasi nucleari sotto forma di aforismi emotivi di facile comprensione per un cercopiteco. In pratica la Bibbia della Demenza. Ma il dubbio rimane. Il ragazzo, recluso da quasi un anno dentro la “scuola” di Amici, oltre, immaginiamo, alle estenuanti prove giornaliere, al turbinio di creazione artistica che lo vede già proiettato di diritto nell’olimpo dei cantautori, all’amore trovato e contraccambiato con una sua compagna di avviamento alla professione di artista di Stato, ha già trovato il tempo per vincere, da autore, anche il Festival di Sanremo. Anche Leonardo da Vinci, archetipo dell’artista versatile e poliedrico, avrebbe avuto probabilmente bisogno di più tempo per una tale varietà e quantità di materiale artistico prodotto. Ora. O ci troviamo di fronte ad un genio incommensurabile, o forse ci stanno prendendo per il culo. Sto provando con tutte le mie forze a credere alla prima ipotesi. Poi mi viene in mente “…a far l’amore in tutti i luoghi, in tutti i laghi”, e ripiego, triste, sulla seconda. 

Tornando a casa mi imbatto in un manifesto a firma di una sedicente Patria Socialista che invoca “Onore per i martiri antifascisti delle Fosse Ardeatine”(sic), messaggio la cui portata logico/politica non sono pronto a soppesare nel dettaglio, ma che ha il pregio di convincermi una volta di più di quanto ormai ci sia ben poco da scherzare con le idee e la confusione di questa nazione.

Paolo

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Mar 23

 Tranquilli, si riferiva al segno zodiacale.

[Via Manteblog]

Saiola

Mar 11

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Prendo spunto dal precedente post e dai suoi seguenti commenti per alcune considerazioni.

Insomma, lo ammetto. Io sono un noto e piuttosto soddisfatto cultore della cloaca televisiva. Mi concedo persino il lusso di sottolineare come non sia il solo con tali tendenze a frequentare questa piazza comunicativa. Più volte, con il Presidente S.P., siamo rimasti abbacinati e fieramente inebetiti nella visione e nella successiva esegesi di ciò che molti, e a ragione, non esiterebbero a definire eufemisticamente “merda”.

E questo prima, durante e dopo l’autorevole e pubblica riabilitazione della “merda” ed il suo inserimento nelle liste di ciò che è tremendamente à la page ai giorni nostri. Il tutto nella non confermata speranza di aver conservato sufficiente capacità di discernimento e senso critico per poter di tanto in tanto divincolarmi dal tanfo che pur mi piace.

Per questo, in qualche maniera dissento dalle vostre posizioni. Ovvero e meglio, pur condividendo pienamente l’impianto e la critica generale, non approvo l’esempio particolare portato a suffragio.

Il citato modello Marin/Vitali di cui mi permetto, da competente, di mettere in dubbio efficacia e veridicità (un salumiere veneto che scimmiotta un imbecille trasteverino non ottiene mai risultati brillanti - è assiomatico) altro non è se non l’ennesima definizione giornalistica.

Il dato considerevole è a mio parere un altro. L’edizione celebrativa del Grande Fratello 10, dalla durata criminale (eccellenza italiana) ma dagli ascolti consistenti, ha segnato almeno un punto di rottura con la tradizione dei reality show in genere (su la precedente definizione mi riprometto di scrivere in futuro qualcosa di più dettagliato - cavolo, la tradizione dei reality show, chi pensava di spingersi a tanto). Ovvero, con somma sorpresa, la vittoria e il consenso sono andati nella direzione di chi ha platealmente, consapevolmente e arrogantemente giocato per vincere fin dall’inizio. Inimicandosi perfino le suppellettili della famosa Casa, infischiandosene di qualsiasi sbandieramento di sentimenti e dei famosi totem televisivi dell’“essere se stessi” (meglio se in terza persona) e dell’“amicizia vera”, arrivando persino ad esternazioni di stampo, se non altro, sessista (e mi assumo la responsabilità di ciò che dico, assolutamente condivisibili). Il tutto contro il più alto cumulo di “casi umani”, rivelazioni shock, siparietti pruriginosi in linea con l’ipocrisia di casa nostra  (e ricordiamo che a tal proposito che non è assolutamente raro nelle edizioni straniere del programma assistere a scene di sesso esplicito), mai registrato prima. Complice la durata e il numero di concorrenti esorbitante (ci siamo stati quasi tutti dentro).

Gigante culturale (laureato in marketing  - e su questo non scriverò mai niente) in un ecosistema di organismi pluricellulari solo dall’aspetto senziente, memorabile, per quel che vale, una delle sue affermazioni durante la finalissima del programma. Quando ognuno dei concorrenti rimasti aveva mediamente incontrato almeno un paio di consanguinei di cui ignorava fino a dieci minuti prima la stessa esistenza o era stato messo in collegamento telefonico con un parente defunto da anni o ancora aveva pianto fino alla consunzione di fronte ad una foto di un tenero e paffuto bambino biondo di origini misteriose o addirittura redento da una lunga castità volontaria, il Marin, in risposta al prevedibile tormentone della scosciatissima Marcuzzi (un centimetro di gonna in meno per ogni idiozia detta e guardate come è ridotta) - “Mauro, c’è una sorpresa per te!” - rispondeva visibilmente sardonico: “Mi fate incontrare il mio cane Rocky?”. Il Marin ha inoltre costantemente provocato, irritato, esacerbato gli animi, offeso se possibile, chiedendo furbescamente scusa una volta oltrepassata la linea solo per poter reiniziare, più veementemente, pochi minuti dopo lo scontro.

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In un’edizione per il resto invece particolarmente ortodossa ed esecrabile che ha visto in ordine non cronologico ed, ahimè, non esaustivo:

-          la consueta eliminazione da bestemmia in diretta, con tanto di pubblica professione di fede da parte della bionda presentatrice - “Io sono cattolica, tant’è vero che mio figlio va a scuola dalle suore” - che mi ricorda tanto la mitica “Io sono comunista, mi sono pure sposato a Cuba” detta dal sempre verde Raf ad un sempre roscio e pure ex craxiano, ricordiamolo, Red Ronnie in una strepitosa intervista ai tempi del compianto Roxie Bar (avrei voluto linkarla ma temo sia stata saggiamente fatta sparire). Che suona un po’ come un’Anna Falchi che dice - “Io sono una produttrice cinematografica e mi piacerebbe produrre Paolo Sorrentino”- anche se, a onor del vero, ha detto ben di peggio tipo “mi riconosco in Pierpaolo Pasolini perchè anche io a volte sono stata un personaggio scomodo” (in Rete si trova ancora qualcosa al riguardo anche se da fonti non propriamente ufficiali, che quindi non linko). Essendo le precedenti dichiarazioni tutte vere ritengo sia il caso di dare avvio ad una nuova rubrica dal titolo “nessi causali astratti”.

-          La celebrazione  di un sessualmente diverso digeribile ed integrato, per coprire la quota televisiva lottizzata dalla lobby delle checche isteriche, ad immagine e somiglianza e pertanto in omaggio all’eroe nazionale della categoria, il cagnolin servente di sua inutilità Silvia Toffanin, futura moglie da cerimonia del telegenico Piersilvio B (di cui guardo caso già si fatica a trovare foto di un certo tipo in buona risoluzione - ah, l’odore del potere), come ospite fisso/guru della sua rubrica colta “verissimo”, ovvero sua Macchietta penosa Alfonso Signorini.  Lo stridulo Maicol (e se pensassimo ad una punizione esemplare per l’ideatore del suo nome, invece?) ha distribuito odio in abbondanza, pianto e sbraitato per i motivi più futili, palesato oltremisura un malessere riscontrabile nel suo dolore estremo nell’uscire da un microcosmo tanto fasullo in cui per la prima volta sentirsi, altrettanto falsamente, pienamente accettato.

-          L’esaltazione della “tostaggine” (nuova categoria umana proposta da Suor Marcuzzi) di una ragazza in evidente confusione ormonale. Lei sì davvero all’inseguimento del modello dominante propugnato dalla nostra società: quello della escort di lusso. E non perché abbia attentato con buoni risultati alla castità della maggioranza dei partecipanti al gioco, ecumenicamente senza fare distinzione tra sessi (e si mormora anche di una storia, non ricambiata, con uno sgabello del salone). Ma perché Veronica Ciardi esattamente su questo macchinosa tattica di “divide et impera” sessuale, anche se a mio avviso piuttosto inconsapevolmente, aveva fondato la sua strategia di gioco. Lo stesso Marin sembrava essere caduto nella trappola, riuscendo poi a divincolarsene in maniera valida: insulti e maschilismo, ma anche una sana dose di provincialismo - l’esternazione estrema a favore di camera dei propri orientamenti sessuali è solo un’altra delle patologie compulsive che la nostra monarchia mediatica sta regalando alla spaesata nuova generazione.

-          Il pressoché completo oscuramento di interesse relativo all’unico partecipante le cui effettive scelte sessuali potessero essere foriere di un dibattito interessante e fondato in merito: il transessuale Elettra/Gabriele. Dotato di un grado di consapevolezza e di una dialettica superiore alla media casalinga è stato ovviamente subito isolato. Giacché la discriminazione prima che sessuale è sempre culturale. E guarda caso quest’ultimo proprio con il “sessista” Marin aveva trovato un buon canale comunicativo.

 Riprendendo il discorso, e per non dare l’impressione che l’apertura di questo post fosse solo un tentativo di creazione a tavolino di dissenso nel nostro armonico blog, è chiaro che le domande possibili diventano molte.

Innanzitutto relative al processo di casting (la terminologia televisiva è di pubblico dominio ed ampiamente condivisa - persone che faticano a leggere una schedina del lotto o a compilare una scheda elettorale si trovano invece a proprio agio con “steadycam”, “riprese in esterna”, “ear monitor”, “contributo RVM” e il famigerato “apritemi l’audio”). Siamo ovviamente tutti convinti e consapevoli di quanto un tale processo di selezione che determini con alta probabilità come una serie di individui con caratteristiche definite portino al dispiegarsi di un ventaglio di possibili reazioni e relazioni piuttosto prevedibili e manovrabili in fieri sia un lavoro tutt’altro che becero e di importanza secondaria.

Riemerge pertanto il discorso dei modelli culturali proposti. E in tal senso potremmo allora dire che in fondo nella presente edizione del Gieffe (lo chiamo così solo nei momenti di debolezza) abbiamo assistito semplicemente all’insorgere programmato di un nuovo modello di vincitore. Ovvero quello dell’arroganza portata all’eccesso. Un modello di certo più funzionale e vendibile nel nostro paesaggio umano e politico.

Non più il bersagliato dal destino e dal dolore che cerca riscatto e per cui provare un naturale trasporto e solidarietà, ma un più attuale giocatore solitario, bersagliato sì, ma dagli altri che si accaniscono contro il suo inspiegabile successo. L’arrogante che sfida tutti e conquista i favori di chi inizialmente lo ha detestato e ritenuto spregevole (è successo anche a me).

La nostra scena politica è stata in netto anticipo sui tempi riguardo a questo aspetto televisivo, o come viene naturale chiedersi, forse ci lavora semplicemente in abbinamento. I complotti si ritorcono contro i congiurati. Aspettiamoci in tal senso un futuro concorrente che chieda un emendamento costituzionale per risuscitare la madre morta quando era bambino tra il tripudio del pubblico votante.

E’ in questo senso però che il televoto assume allora un’importanza nodale. Più di una vera elezione politica. Se il modello culturale, sociale, umano da cui si vuole essere rappresentati e che siamo pronti a sostenere è così visibile, tangibile, spiabile e manifesto (sicuramente più di un enigmatico programma elettorale di un candidato X), la naturale ed endemica propensione italiana di sottomissione alla leadership è ancora più spontanea. Riprova ne sarebbe il Principe Catodico Emanuele Filiberto al quale è bastato partecipare a “Ballando sotto le stelle” e al Festival di Sanremo, e non alle elezioni, per tornare al governo di questa nazione.

A suffragio della tesi si potrebbe portare anche l’estroflettersi della diarchia televisiva Costanzo-De Filippi. Piduista d’origine controllata il primo, mistificatrice culturale e sessuale la seconda, rappresentano la punta di diamante dell’imperialismo televisivo italiano. L’abbassamento della qualità dialettica del cantautorato (da De André a Pierdavide di Amici) è funzionale non a quanto si capisca di una canzone, ma a quanto si possa capire di una tribuna politica.

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Ieri sera, orfano del reality principe della TV, ho ripiegato su una piccola dose (lo giuro) di Isola dei Famosi. Le dinamiche comportamentali sono ancora inviluppate in una fase embrionale e non possono essere interpretate a dovere.

Sono rimasto però colpito dalla presenza in studio di Pierluigi Diaco, interessante giovane eminenza grigia del giornalismo italiano, che in qualità di opinionista distillava perle di saggezza e consigli di vita ai partecipanti (famosi e non famosi, sublime distinzione). A lui si deve l’abusata frase che titola questa riflessione. Il leit motiv, sostenuto anche da Simona Ventura, sembrava essere questo “perdere la corazza di durezza e aggressività che ci fa essere così ostili e sospettosi nei confronti degli altri”. Solo uno stupido penserebbe che si tratti di una coincidenza priva di riferimenti. Curioso il collegamento radiofonico/televisivo in diretta con  gli spocchiosi Margherita Buy e Sergio Rubini, in evidente imbarazzo per doversi trovare coinvolti pur marginalmente in un ambito così culturalmente deplorevole - si sa lavorare con Ferzan Ozpetek e Michele Placido è così stimolante che non si riesce più a pensare a nient’altro che al dramma della famiglia italiana. Così da bravi membri tesserati del gotha intellettuale cinematografico italiano e da bravi e qualificati progressisti, tra sorrisetti e battutine, hanno mal celato il loro disappunto per la cultura bassa e pecoreccia dello spettatore televisivo medio e se ne sono immediatamente ritratti. Il punto è che anche qui la trasposizione e sovrapposizione con la realtà politica è inevitabile. Ritirarsi su questo terreno di scontro significa ritirarsi dal campo della battaglia per una maggiore comprensione della nostra attuale natura sociale e politica. Significa abbandonare l’agone e l’agorà in cui si riafferma e ricostruisce e decostruisce senza sosta un’identità nazionale e culturale che non si è mai formata. Il pubblico a casa non è stupido. Il pubblico a casa è votante. Ora in televisione, domani alle elezioni.

Il confessionale è la nuova cabina elettorale. Le case, isole, pedane da ballo, scuole di canto, fattorie e affini dei reality show il nostro nuovo Parlamento.

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Le foto pubblicate non hanno alcun significato recondito o riconducibile a quanto detto. Eccezion fatta per il tributo alla bellezza giovanile di Alain Delon, necessario a bilanciare la diffusa presenza di link a beneficio prevalentemente maschile all’interno del post. D’altronde, senza misteri e comprensibilmente, pubblicare in Internet un bel culo ha molto più valore e seguito di quanto fin qui detto. Mi scuso invece per la pubblicazione delle foto di Alfonso Signorini e di Red Ronnie. E forse non avrei dovuto.

Paolo    

intersettiva.it