Self Control
La televisione ci stimola sempre. Questa volta attraverso la messa in onda, in due prime serate e sulla rete ammiraglia della tv pubblica (battuta), dello sceneggiato (ricorriamo al termine dal sapore antico perché rende davvero bene l’idea del prodotto in questione) “Notte prima degli esami ‘82”.
Ora il titolo è sufficientemente didascalico da consentirci di non soffermarci eccessivamente su ambientazione temporale e intelaiatura narrativa: gli albori del decennio teatro e prodromo dell’odierno collasso culturale di casa nostra per la prima, una storiella adolescenziale e di formazione i cui dialoghi e profondità farebbero sembrare anche Moccia un novello Umberto Eco per quanto riguarda la seconda.
Ciò che colpisce ancora una volta è la volontà mistificatoria, fuorviante e tutto sommato inutile (o semplicemente l’unica struttura decodificante e trasmissiva di cui i nostri narratori sembrano in possesso - non volendoli sopravvalutare) con cui si ammanta e ridipinge un periodo cronologicamente vicino, ma così definito e nitido da racchiudere elementi che lo fanno sembrare una specie di “quarta di copertina” di ciò che è attualmente sotto i nostri occhi.
I quattro protagonisti, compagni di scuola di un liceo della capitale, socialmente diversificati ad incarnare grossolanamente i tipi umani che si iscrivono nel nostro milieu socio-culturale-economico, si muovono bidimensionali tra storielle di amori non corrisposti o non compresi (2 dei quattro - i riconducibili all’area della media borghesia), desiderio di affermazione al di fuori delle strade preincanalate costruite dalla famiglia (uno, l’alto borghese, emulo - ma in questo caso coevo e quindi prototipo - Cecchetto che preferisce all’avvocatura la consolle da DJ), accettazione serena e italica della manifesta inferiorità condita di tanta simpatia e buon cuore (l’ultimo, il proletario - passatemelo - semplice ma fedele e contento). Unica concessione allo sfondo storico (nda. sembrerebbero gli anni di piombo e del craxismo imperante) rimane allora il fratello di uno dei protagonisti, di qualche anno più grande e si sospetta quindi intriso di tutta quella pastoia politica e dicotomica tra rosso e nero delle lotte studentesche proprie degli anni antecedenti la scena.
Lui vive fuori dal nucleo famigliare e si direbbe, per questo, al di fuori della narrazione degli eventi ma all’interno della storia circostante la narrrazione (come, scusa?). Per caratterizzarlo meglio occorre ricorrere ad un espediente narrativo che ha i contorni del falso storico. Il nostro vive in un centro sociale occupato, la Torre, dove trascorre le sue giornate nell’ozio e nella blanda pianificazione di una dura opposizione sovversiva al nulla. Non temete, gli sceneggiatori non vogliono certo turbare i sonni composti e imbelli dello spettatore. E allora il ragazzo è sì un sovversivo fuori dal coro, ma tutto sommato in rapporti piuttosto buoni con le forze dell’ordine (che entrano pacificamente nel centro sociale in cui vive - sic!). Ad uno di loro, un poliziotto, lo lega anche una sorta di goliardia e complicità da fratello maggiore, quando si trova a dover consolare il fratellino nelle sue pene d’amore. Se poi aggiungete che detto poliziotto è interpretato da Enzo Salvi (e vi lascio a riflettere sul dramma di un uomo, quel Francesco Salvi, che primeggiando nella merda, mai si sarebbe aspettato di dover cedere il passo al fratellino da piccolo sbeffeggiato), capirete che non c’è davvero motivo di preoccuparsi per l’eccessiva crudezza della caratterizzazione storica. Ma il fratello del protagonista è pur sempre un reietto, un estremista e deve pertanto uscire dalla storia. Lui non conosce davvero l’amore. Preferirà, com’è naturale, ad una donna l’occupazione (ma con gli amici) di una fabbrica. E’ risaputo: c’est le communiste oblige!
Possiamo infine rilevare dalla presenza massiccia nel cast di attori al tempo noti per aver preso parte alla serie “I ragazzi della III C” un altro dato degno di nota. Pur muovendosi nello stesso sfondo storico della serie di provenienza, essi si trovano, per evidenti ragioni cronologiche, a dover passare dal ruolo di figli a quello di genitori ad esempio e monito estremo dell’immobilità della nostra Storia (quella vera stavolta).
Ma non temete. C’è, a ricordarci dove siamo, l’onnipresente vittoria dei mondiali, la corsa di Tardelli panacea di ogni dolore e futuro.
Tutto questa pantomima per camuffare quanto i veri protagonisti del polpettone siano più semplicemente gli esponenti di quella generazione che non ha ritenuto utile gli studi universitari perché inseriti in un ciclo lavorativo e in un sistema economico gonfiato ma ancora in grado di assorbire il declino della competenza e della cultura, siano quelli che intasano attualmente ministeri con tipologie di contratto poi estintesi, e ancora quelli a cui la mia generazione paga malattie, settimane corte, assenteismo e maternità, quelli che hanno creduto alla disco music, al Ministro De Michelis e alla palla dell’Italia 5ª potenza mondiale, i quarantacinquenni/cinquantenni, che proprio in luce della gerontocrazia nostrana, si apprestano ad occupare indecorosamente le posizioni di potere di una piramide lavorativa dove la competenza e la capacità si accumula livorosa e non appagata nemmeno alla base ma nella sabbia intorno ad essa.
E’ possibile tratteggiare poi un confronto con recenti produzioni televisive o cinematografiche di affreschi storici e generazionali. Dal “Raccontami” di stampo democristiano e buonista al radical chic “La meglio gioventù”, sebbene si stiano paragonando prodotti comunque almeno qualitativamente di fattura narrativa pregevole e curata alla merdaccia che vi ho simil-recensito, sembra che il filo conduttore sia quello dell’impossibilità di raccontare uno sfondo storico senza doverlo necessariamente sclerotizzare, cristallizzare fin quasi alla caricatura facendogli perdere qualsiasi veridicità e potenza descrittiva. Insomma, di solito una storia di paperino restituisce un’immagine più reale e complessa di Paperopoli di quanto riescano a fare queste insulse macchiette.
La storia inizia. Tardelli segna, Tardelli corre, Tardelli esulta. La televisione non lo contiene.
Lui esce dalla televisione. Noi ci entriamo. La storia finisce.
Paolo in diretta dal 1977
…ma soprattutto…version originale







