Ieri ho visto il futuroArchivi

Mag 25

raf-self-control.jpeg 

La televisione ci stimola sempre. Questa volta attraverso la messa in onda, in due prime serate e sulla rete ammiraglia della tv pubblica (battuta), dello sceneggiato (ricorriamo al termine dal sapore antico perché rende davvero bene l’idea del prodotto in questione) “Notte prima degli esami ‘82”.

Ora il titolo è sufficientemente didascalico da consentirci di non soffermarci eccessivamente su ambientazione temporale e intelaiatura narrativa: gli albori del decennio teatro e prodromo dell’odierno collasso culturale di casa nostra per la prima, una storiella adolescenziale e di formazione i cui dialoghi e profondità farebbero sembrare anche Moccia un novello Umberto Eco per quanto riguarda la seconda.

Ciò che colpisce ancora una volta è la volontà mistificatoria, fuorviante e tutto sommato inutile (o semplicemente l’unica struttura decodificante e trasmissiva di cui i nostri narratori sembrano in possesso - non volendoli sopravvalutare) con cui si ammanta e ridipinge un periodo cronologicamente vicino, ma così definito e nitido da racchiudere elementi che lo fanno sembrare una specie di “quarta di copertina” di ciò che è attualmente sotto i nostri occhi.

I quattro protagonisti, compagni di scuola di un liceo della capitale, socialmente diversificati ad incarnare grossolanamente i tipi umani che si iscrivono nel nostro milieu socio-culturale-economico, si muovono bidimensionali tra storielle di amori non corrisposti o non compresi (2 dei quattro - i riconducibili all’area della media borghesia), desiderio di affermazione al di fuori delle strade preincanalate costruite dalla famiglia (uno, l’alto borghese, emulo - ma in questo caso coevo  e quindi prototipo - Cecchetto che preferisce all’avvocatura la consolle da DJ), accettazione serena  e italica della manifesta inferiorità condita di tanta simpatia e buon cuore (l’ultimo, il proletario - passatemelo - semplice ma fedele e contento). Unica concessione allo sfondo storico (nda. sembrerebbero gli anni di piombo e del craxismo imperante) rimane allora il fratello di uno dei protagonisti, di qualche anno più grande e si sospetta quindi intriso di tutta quella pastoia politica e dicotomica tra rosso e nero delle lotte studentesche proprie degli anni antecedenti la scena.

Lui vive fuori dal nucleo famigliare e si direbbe, per questo, al di fuori della narrazione degli eventi ma all’interno della storia circostante la narrrazione (come, scusa?). Per caratterizzarlo meglio occorre ricorrere ad un espediente narrativo che ha i contorni del falso storico. Il nostro vive in un centro sociale occupato, la Torre, dove trascorre le sue giornate nell’ozio e nella blanda pianificazione di una dura opposizione sovversiva al nulla. Non temete, gli sceneggiatori non vogliono certo turbare i sonni composti e imbelli dello spettatore. E allora il ragazzo è sì un sovversivo fuori dal coro, ma tutto sommato in rapporti piuttosto buoni con le forze dell’ordine (che entrano pacificamente nel centro sociale in cui vive - sic!). Ad uno di loro, un poliziotto, lo lega anche una sorta di goliardia e complicità da fratello maggiore, quando si trova a dover consolare il fratellino nelle sue pene d’amore. Se poi aggiungete che detto poliziotto è interpretato da Enzo Salvi (e vi lascio a riflettere sul dramma di un uomo, quel Francesco Salvi, che primeggiando nella merda, mai si sarebbe aspettato di dover cedere il passo al fratellino da piccolo sbeffeggiato), capirete che non c’è davvero motivo di preoccuparsi per l’eccessiva crudezza della caratterizzazione storica. Ma il fratello del protagonista è pur sempre un reietto, un estremista e deve pertanto uscire dalla storia. Lui non conosce davvero l’amore. Preferirà, com’è naturale, ad una donna l’occupazione (ma con gli amici) di una fabbrica. E’ risaputo: c’est le communiste oblige!

Possiamo infine rilevare dalla presenza massiccia nel cast di attori al tempo noti per aver preso parte alla serie “I ragazzi della III C” un altro dato degno di nota. Pur muovendosi nello stesso sfondo storico della serie di provenienza, essi si trovano, per evidenti ragioni cronologiche, a dover passare dal ruolo di figli a quello di genitori ad  esempio e monito estremo dell’immobilità della nostra Storia (quella vera stavolta).

Ma non temete. C’è, a ricordarci dove siamo, l’onnipresente vittoria dei mondiali, la corsa di Tardelli panacea di ogni dolore e futuro.

Tutto questa pantomima per camuffare quanto i veri protagonisti del polpettone siano più semplicemente gli esponenti di quella generazione che non ha ritenuto utile gli studi universitari perché inseriti in un ciclo lavorativo e in un sistema economico gonfiato ma ancora in grado di assorbire il declino della competenza e della cultura, siano quelli che intasano attualmente ministeri con tipologie di contratto poi estintesi, e ancora quelli a cui la mia generazione paga malattie, settimane corte, assenteismo e maternità, quelli che hanno creduto alla disco music, al Ministro De Michelis e alla palla dell’Italia 5ª potenza mondiale, i quarantacinquenni/cinquantenni, che proprio in luce della gerontocrazia nostrana, si apprestano ad occupare indecorosamente le posizioni di potere di una piramide lavorativa dove la competenza e la capacità si accumula livorosa e non appagata nemmeno alla base ma nella sabbia intorno ad essa.   

E’ possibile tratteggiare poi un confronto con recenti produzioni televisive o cinematografiche di affreschi storici e generazionali. Dal “Raccontami” di stampo democristiano e buonista al radical chic “La meglio gioventù”, sebbene si stiano paragonando prodotti comunque almeno qualitativamente di fattura narrativa pregevole e curata alla merdaccia che vi ho simil-recensito, sembra che il filo conduttore sia quello dell’impossibilità di raccontare uno sfondo storico senza doverlo necessariamente sclerotizzare, cristallizzare fin quasi alla caricatura facendogli perdere qualsiasi veridicità e potenza descrittiva. Insomma, di solito una storia di paperino restituisce un’immagine più reale e complessa di Paperopoli di quanto riescano a fare queste insulse macchiette.

La storia inizia. Tardelli segna, Tardelli corre, Tardelli esulta. La televisione non lo contiene.

Lui esce dalla televisione. Noi ci entriamo. La storia finisce.

Paolo in diretta dal 1977

…ma soprattutto…version originale      

Mar 15

 icaro6xc1.jpg

 

Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

 

Sembra essere una maledizione oscura, demoniaca, quella che si accanisce sul Giappone. Un demone atomico che punisce la tracotanza del Sol Levante, la prima volta col nome beffardo di Enola Gay, oggi con una vecchia conoscenza nipponica: lo tsunami.

Se fosse così, una benedizione uguale e contraria, lucente e angelica, potrebbe dare speranza al Giappone e a noi tutti. Sappiamo però, a volte in fondo ma molto in fondo, che non c’è nessuna maledizione e che anche questa volta si è volato troppo vicino al sole.

E non è che il sole lo faccia apposta a bruciare, come l’idrogeno a scoppiare o la terra e l’acqua a devastare. Ma le ali sì, lo fanno apposta e come a voler volare e il pilota sì, lo fa apposta e come a voler andar oltre.

Ma nessuno di noi vuole ammettere che le ali dell’Icaro atomico che oggi è il Giappone sono le nostre stesse ali. E’ più semplice per noi che guardiamo nella rete vestire i panni di Cassandre incazzate, dando sfogo ai nostri “ve l’avevo detto” e guardando storto con il rimpianto del senno di poi l’orgoglio nipponico.

Gridiamo allo scandolo dell’energia atomica, mentre il sangue giapponese misto ad acqua di mare non si è ancora lavato via dalla spiaggia allagata. Ci dimentichiamo in un attimo, presi dal terrore di quel sangue, cosa stavamo facendo pochi giorni fa. Il petrolio non basta più? No problem, l’atomo ci verrà in soccorso, basterà mettere una passata d’ombretto all’energia rinnovabile e il trucco sarà a posto.

fungo_atomico_acqua1.jpg

Facciamo finta che il Giappone abbia di nuovo danzato con l’atomo di testa sua, peccando d’orgoglio. Ma come si può costruire una centrale atomica in un paese a rischio sismico come il Giappone? Ognuno di noi si è chiesto. Cosa ha spinto un popolo che porterà per sempre sul volto la cicatrice dell’atomica a investire nell’atomo, a dare in gestione ad aziende private impianti nucleari? Forse una specie di insano rapporto con la morte, una specie di lento suicidio, come un kamikaze alla moviola, un sacrificio per raggiungere la gloria nelle magnifiche sorti e progressive.

Chi e cosa ha spinto il Giappone a questo sacrificio?

Le ali per sfidare la gravità e poi il sole il Giappone se l’è costruite da sé oppure le ha ordinate dal nostro stesso fornitore?

Un popolo buttato nel fango e nella cenere radioattiva, dopo aver assaporato un folle potere, con la violenza più orribile che gli umani possiedono non cercherà di rialzarsi e andarsi a riprendere ciò che crede gli sia stato tolto?

E per tornare in alto, insieme a coloro che lo hanno schiacciato e per superarli servono ali più potenti e si punta verso la luce a tutta velocità.

Nessuno di noi si può permettere di essere una Cassandra incazzata. Siamo tutti indistintamente consumatori di un mondo costruito per crescere oltre il Sole. E le piogge acide che si mischiano al sangue e all’acqua di mare sono il rischio che grava sulle ali di ognuno di noi.

Lyndon

Dic 30

imgp0604a.jpg

Come è evidente dall’immagine, anche quest’anno il galeone intersettivo ha trovato un approdo sicuro nel quale trascorrere il periodo festivo e ritemprarsi in vista del nuovo anno. Ragioni che di certo comprenderete ci impediscono di rivelarvi il nome della località che in questo momento ci ospita. Anche a noi sarebbe piaciuto guardarvi negli occhi di persona, stringerci la mano, ridere rumorosamente per salutare il vecchio e sperare, senza paura, nel nuovo.

Tanto per la cronaca, in questo momento ogni singolo elemento della redazione è alla prese con luoghi e attività che più gli si confanno.

Ve ne riportiamo, per completezza di informazione, una breve carrellata.

07.jpg

Alcuni, temendo la luce, si sono rifugiati nel luogo dove attenderanno la notte e il silenzio per uscire e salvare ciò che è rimasto da salvare in questi tempi bui. Esseri ossimori della realtà, e si direbbe anche allitteranti!

animallogic08.jpg

Altri ancora si dedicano a ciò che meglio sanno fare, ovvero costruire la realtà.

cats.jpg

E altri hanno intrapreso l’impervia via dell’occulto e del paranormale. Sono i primi ad essere scettici, ma se poco poco funziona, sono davvero cazzi vostri!

Comunque sia la vita è questa. E quindi dovrete accontentarvi dei nostri migliori e più sinceri auguri per un grande 2011 dal freddo schermo di questa macchina. E in culo tutto gli altri!

INTERSETTIVA beneaugurante per i suoi amici, malevola e maldicente per gli altri!

Nov 03

scimmia.gif

Sono gli applausi quelli che fanno più male.

Anzi, cerchiamo di essere più precisi, é quella pausa alla fine della battuta e quel sorrisetto furbino che richiama degli applausi prezzolati e smorti che lascia senza parole.

Quello che non sopporto più é questa smania del consenso facile, questa ricerca immediata di approvazione.

Non sopporto più l’imposizione violenta di una logica comunicativa che prevede un padre che parla e figli che ascoltano, un capo che s’incazza e dipendenti che tremano, un pappone che fa il simpatico e tante puttane che ridono sguaiate.

Gli applausi fanno più male della battuta perché dimostrano, per l’ennesima volta che c’é un pubblico che applaude e che continua, nonostante il re sia moribondo, ad applaudire, come per una sorta di riflesso condizionato, di meccanismo automatico di consenso.

E non credo che ormai (ma é mai andata diversamente) questo riflesso Pavloviano possa sparire qualora il re dovesse essere defenestrato.

Le scimmie continuano ad applaudire indipendentemente da chi porta il cibo, le puttane continueranno a scopare indipendentemente da chi sarà il cliente di turno.

E nella mia cassetta postale continueranno a mettere questi volantini che dicono basta con i punti esclamativi.

 Giovanni Argiolas

img_0110.jpg

P.s. Talvolta il destino è assolutamente beffardo.

intersettiva.it