Ieri ho visto il futuroArchivi

Ott 26

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Il crepuscolo della divinità catodica che risponde al nome di Silvio Berlusconi sa d’immondizia. Quella stessa immondizia sopra la quale con sdegno e vanagloria si ergeva vincitore, ora, sommerge il Cavalier d’Arcore e lo riduce a scivolare in un umbratile silenzio. La vittoria di inizio legislatura gli si ritorce contro e, ancora più beffardo sembra essere il destino, si trasforma nell’ennesima lama in mano a Bruto, indirizzata al ventre molle del Cesare in disgrazia.

Se potesse farlo Bruto, con tutta quell’immondizia in eccedenza per le strade rimpinzerebbe la sua DeLorean e a turno porterebbe ciascuno di noi nel futuro. O forse mi verrebbe da dire: ci riporterebbe in dietro nel futuro.

Sì proprio così: indietro. A dispetto della freccia del tempo che progressiva avanza, la DeLorean di Bruto brucerebbe ecologicamente tutta l’immondizia del presente per tornare al futuro. Un tempo in cui almeno lui, Bruto, è stato parecchie volte e di cui noi, monnezzari, iniziamo a rimpiangere la scomparsa, presi come da nostalgia.

Nostalgia del futuro.

Si può avere nostalgia del futuro?

Certamente, se quel futuro già esiste nelle nostre menti, se quel futuro lo volessimo già qui presente con così tanto bisogno da renderlo quasi passato. Insomma se il futuro l’avessimo già vissuto nei ricordi e nell’immaginazione – mischiando gli uni nell’altra – allora ne avremmo nostalgia, saremmo affetti dalla voglia di tornare a casa e soffriremmo a star lontani.

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Bruto il nostro futuro vorrebbe costruircelo esattamente con questo sapore di nostalgia. Lo fa ricordando il passato e vestendolo di blu, in un completo presentabile, sbarbato o al massimo con quella barba ben curata di un paio di settimane al massimo.
E’ un futuro che ricorda il passato, solo un ricordo però, quel tanto per renderci nostalgici. Poi per il resto c’è tanto sapone, profumo di nuovo, di giovane, di slancio veloce verso l’avvenire.
Ma non dimentichiamoci che i ricordi sono molto forti e necessari per la nostra sanità. Quindi il futuro, Bruto lo deve fare con una bella dose di tradizione, che è una forma di passato che non scade, che rimane nelle memorie con un certo qual stile.

Ce la deve mettere la tradizione Bruto, perché lo splendido presente del fu Campione dell’Etere ci ha sottratto tutto quello che ricordavamo delle nostre tradizioni. Le ha erose, lentamente fino a farci guardare soltanto quanto splendesse lo schermo del nostro presente.

Vi sembrerò criptico, sibillino ma che volete? Questi sono tempi oscuri in cui si ha paura dei barbari, in cui il mondo si scioglie nel suo contrario: l’immondizia.
E allora a chi non vuole entrare in convento per sfuggire all’immondo destino tocca un linguaggio un po’ ostico da comprendere ma se fate uno sforzo mi seguite, lo so.

Dicevo dunque del futuro che Bruto in uno strano anello ha legato, in modo che ad andare avanti abbiamo tutti la piacevole sensazione di tornare indietro, nel futuro ovviamente.

Ma se volessimo andare avanti per davvero o, ancor meglio per i miei gusti, di lato, di sguincio a cercare una scorciatoia, una divertente strada alternativa, cosa dovremmo fare? Come potremmo evitare d’essere traghettati da Bruto – che qui potrebbe incarnare anche Caronte ma poi mi si direbbe che al solito vedo sempre tutto nero – dal magico prime time presente allo speranzoso nostalgico futuro?

Credo che sia stato lo stesso Bruto, quando per la prima volta ha alzato la mano contro il suo Cesare, ha insegnarci a non seguire la strada indicata, a dissentire dal futuro che qualcun altro vorrebbe per tutti noi. Quella prima pugnalata, salutata come lampo di libertà dai piccoli uomini, lì attorno meschini e famelici, non la dobbiamo dimenticare.

Ognuno di noi ha nascosta da qualche parte la sua lama, con cui squarciare il futuro prossimo e andare o tornare – se quel posto l’avesse già visto nei propri ricordi – dove non ci sono strade…

Back to the our future!

Lyndon

Set 29

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E’ così. Le celebrazioni non sono il nostro forte, tutti azione ed istinto come, spesso troppo tardi, ci accorgiamo di essere. Eppure due parole sul nostro primo anno di vita le vogliamo spendere comunque. Di sicuro per dirvi grazie. Centinaia di migliaia di contatti, appoggio e sostegno da chi non ci saremmo mai aspettati, attestati di stima intellettuale e complimenti per la nostra incontrovertibile avvenenza fisica (che non fanno mai male).

Le celebrazioni sono anche momenti di bilancio. Certo, essendoci noi prefissati nell’anno appena trascorso l’obiettivo del controllo totale e definitivo della nazione (disatteso solo per poco, non crediate), dovremmo dirci sconfitti e abbattutti. E invece no! Il sangue scorre caldo nelle nostre vene. La nostra redazione si è espansa incontrollabilmente in alcuni frangenti, contratta fino all’indivisibile in altri, lasciando sul selciato cadaveri illustri e rimpianti. Una redazione, sempre la nostra, che si è estroflessa su piani differenti di realtà, agitando il passato, osservando il presente e inseguita dal futuro. Una redazione che non ha comunque alcuna intenzione di cedere il passo.

E’ il nostro primo anno di vita. Siamo già molto maturi. Impareremo a disimparare. Ci siamo.

Intersettiva all’asilo

Giu 10

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I rutti avrebbero salvato il mondo. Noi in preda al più naturale degli istinti: la fame, avremmo influito sul corso degli eventi del nostro pianeta ospitante.

Sembrerebbe quindi che proprio seguendo l'istinto naturale del predatore abbiamo finito per vestire i panni degli inquinatori, dei sovvertitori dell'ordine naturale del pianeta sin dalla preistoria.

Le lance e la caccia alla megafauna hanno avuto lo stesso ruolo del disatro della BP, dell'effetto serra. Anche se ai tempi invece di favorirlo lo ritardammo, allungando il freddo.

Ora, al di là dei dubbi che legittimamente si possono nutrire sull'effetto climatico dei rutti di mammut, la lettura di questo curioso studio mi fa venire alla mente i pensieri dell'agente Smith a proposito della classificazione biologica degli umani. Ricordate? Gli umani non sono mammiferi, per il loro rapporto con l'ambiente dovrebbero piuttosto appartenere ai virus.

E le orde di cacciatori preistorici, affamati di carne di mammut o di qualche altra megamacelleria ambulante come se ne trovavano soltanto una volta, in effetti si sono comportati come dei virus. Lo hanno fatto però con una inseroabile e naturale incoscienza, proprio come i virus. Non hanno scelto di proposito: "Bene Signori, siamo qui oggi riuniti per decretare la fine dei rutti di mammut e l'inizio dell'Antropocene"

Le orde di cacciatori cacciavano per sopravvivere e sopravvivendo hanno probabilmente contribuito a mutare il clima terrestre.

Noi, loro eredi contemporanei, siamo virus allo stesso modo? Cioè, stendiamo oleodotti su fondali oceanici e inquiniamo l'atmosfera per sopravvivere?

Soprattutto facciamo quel che facciamo per inconsapevole fame o per miope scelta di mercato?

L'agente Smith colpisce lo spettatore con la sua digressione biologica. Ma dimentica che gli uomini di oggi - quelli che per lui costituiscono i raccolti di Matrix - hanno la consapevolezza di quanto fanno - almeno per quanto riguardo coloro che creano i modi di produzione e sostentamento del consorzio umano mondiale - e agiscono nel modo più lontano possibile dalla cieca necessità naturale.

Se fossimo dei virus, dunque, non avremmo alcuna colpa, non faremmo altro che essere noi stessi. Come fecero i cacciatori di rutti.

Gli umani di oggi, al contrario, scelgono coscientemente di modificare il proprio ambiente fino ad esaurimento scorte, infischiandosene di qualsiasi ricerca di armonizzazione con l'ambiente.

Noi siamo coscientemente virali, fabbri della nostra realtà.

E come il più grande dei fabbri rischiamo di trasformare noi stessi insieme al pianeta che ci ospita, ché se si fa inferno la Terra noi finiamo per farci diavoli.

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Lyndon

Giu 08

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Forse, visti i gusti del premier, potremmo pensare di protestare contro il bavaglio affidandoci al nudo integrale più che ai post-it.

Forse la curva di un seno, la morbida e soda convessità di una natica ben tornita potrebbero colpire Mr. Berlusconi, titillare i fili che più lo muovono. Noi potremmo evitare il bavaglio, continuare a essere “liberi” e gridare vittoria per lo scampato pericolo.

Sarebbe bello ma, probabilmente, grazie a un nudo ben assestato finiremmo per non affrontare il problema fondamentale: cosa ha portato il Governo a pensare la legge che nella testa del premier dovrà passare blindata alla Camera, in barba all’opposizione finiana?

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George Peppard

Le leggi non creano la realtà sociale in cui vivono gli uomini. Le leggi regolano qualcosa che gli uomini già fanno o vorrebbero fare ma che sentono il bisogno di legittimare.

Una legge come quella che il nostro Presidente della Camera contesta, è una legge che sorge da una realtà che è già per buona parte supina e asservita al potere.

La libertà che si reclama ora si è persa già da tempo e nessuno di noi si accorge che la censura governativa non nasce con la legge-bavaglio ma semplicemente è che con essa che si realizza pienamente.

Nessuno di noi si è accorto che è stata ed è, paradossalmente, la nostra stessa democrazia a permettere giuridicamente e chiedere politicamente al Governo la legge-bavaglio.

Siamo noi che non vogliamo le intercettazioni perché sappiamo che il sistema di corruzione italiano non è il nemico ma l’autorità istituita: e ne facciamo tutti parte.

Siamo noi che vogliamo leggere in prima pagina dell’infermiera rapitrice, piuttosto che qualche riga di riflessione seria e pungolante sul futuro di questa nazione e della civiltà occidentale a cui apparteniamo.

Preferiamo discutere dell’identità nazionale cavillando su polemiche patriottistico-musicali o di vil denaro, piuttosto che accorgersi che dietro al nuovo vento federalista si cela l’abbandono meschino e alla rinfusa della nave Italia al grido di “Si salvi chi può!”.

Il lavoro di opposizione che andrebbe fatto - che andava fatto da tempo - è il più difficile: pensare liberamente!

Siamo ancora in tempo per cambiare le cose?

Credo di sì, per quanto le leggi diano autorità e prestigio alla censura, per quanto l’industria dell’intrattenimento mediatico sia il peggior veleno, siamo qui, voi ed io, a pensare liberamente. Siamo in pochi? Forse sì. Ma siamo in rete ed è ciò che basta perché le idee si diffondano e si amplifichino.

Che passi pure blindata questa legge, che passi nonostante l’opposizione finiana, noi ci faremo A-Team: fuorilegge al servizio dei buoni…

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 Lyndon

intersettiva.it