(Castello di Derry, Irlanda del Nord)
Ovvero Di Rocco e della sua strana formazione
ma anche “Perchè se noi possiamo cambiare, tutto il mondo può cambiare” - (R. Balboa – Rocky IV°, 1985)
…continua…
Quella stessa sera, Rocco, che è tra di noi il più facinoroso e per ovvie ragioni anagrafiche il più interessato alle sorti del mondo che lo circonda, aveva in realtà provato a ricondurre la discussione verso un argomento, secondo lui, di più ampio respiro culturale. Ci aveva ricordato infatti quando, alcuni giorni addietro, sorseggiando unanimemente e in una via affollata del centro il nostro sorbetto preferito alla maracuja artica meringata con polvere di vaniglia bonsai, eravamo sobbalzati inorridendo all’unisono alla visione del seguente manifesto (e linkarlo ci è seriamente doloroso). Rocco, in un’arringa accorata, ci incitava all’azione e forte dei suoi 22 anni e dei suoi muscoli scattanti, ci spronava ad una lotta più veemente e vigorosa di quella pacata, compunta e a volte quiescente del blog autoreferenziale sul quale a turno ci dilettiamo a scrivere.
Rocco freme per fare qualcosa, e tutti noi sappiamo che sarebbe ben capace di organizzare un’azione eclatante. Non capisce o non vuole capire che dei poveri idioti in cerca di legittimazione culturale stanno cercando, tramite bieche operazioni di revisionismo storico, un palcoscenico in cui riversare le proprie frustrazioni personali. Per quanto tali esseri spregevoli si possano bastonare, e non metaforicamente, o umiliare dialetticamente, rimangono e rimarranno sempre dei poveri idioti in cerca della legittimazione culturale che mai avranno.
Ma in fondo per capire davvero Rocco, si dovrebbe sapere qualcosa di più della sua stravagante storia. Concepito durante un prolungato happening freakkettone nella Christiania Copenhagense di fine anni ’80, venuto alla luce solo 7 mesi dopo ma in perfetta forma fisica nel cuore, guarda caso, di un altro happening hippie (e applauso all’allitterazione), questa volta però nella rurale West Virginia, deve il suo temperamento e la sua natura più profonda ad una lunga serie di coincidenze e contraddizioni che proprio da quel giorno partono e che non finiscono di stupire quanti di noi lo conoscono nel profondo e lo amano (e sì che alcuni di noi hanno avuto vite di certo non meno avventurose). Durante il suddetto evento psichedelico, la sua cara mammina, celebre praticante dell’amore cosmico nonché unica erede del noto impero immobiliare Stark, non era stata molto attenta al susseguirsi delle profferte e ai successivi accoglimenti di reciproco arricchimento psico-fisico. La giovane donna era allora ancora troppo intenta a cercare la propria spiritualità profonda per potersi occupare di lui come avrebbe voluto. Ripartita quindi solo dopo pochi mesi al seguito di una carovana di artisti da strada, lasciò il tenero Rocco in quelle meravigliose campagne e alle cure amorevoli della variopinta compagine che, ad ogni buon conto, lo aveva già accolto come beniamino e mascotte. Non dimenticò mai però nel corso degli anni di fargli visita regolarmente e soprattutto cercò di non fargli mancare il poderoso appoggio economico di cui disponeva. Rocco d’altra parte crebbe forte ed equilibrato in una famiglia allargata e atipica che lo supportò in tutti i passaggi dell’infanzia; non rimproverò mai nulla alla madre naturale che invece trattò in ogni circostanza da buona amica e confidente. Crebbe in un ambiente eterogeneo e stimolante divenendo di riflesso penta-lingue grazie alle persone che di volta in volta lo accudirono e gli fecero da genitori nei primi anni di vita. Fu così che bambino già si esprimeva, e con insolita proprietà di linguaggio, nell’inglese americano dell’ambiente circostante, nell’italiano aulico e rigoglioso del professor Buzzati, fisico quantistico e dantista amatoriale che era fuggito dalla ricerca e dagli ambienti universitari per vivere in allegria e relax nella natura, nel tedesco bavarese della cuoca del gruppo Holga Halback, nel cinese mandarino del saltimbanco Huen Chen Ling che era fuoriuscito, stanco della vita girovaga, dalla stessa compagnia con la quale la madre del piccolo Rocco era ripartita. E sorprendentemente si esprimeva correntemente anche nell’inuit gutturale del cacciatore panteista eskimo Anuk che, taciturno e scostante un po’ con tutti, era stato spesso invece sorpreso a cullare delicatamente Rocco al suono delle ninnananne della sua terra. Questa convivenza linguistica non creò mai nel nostro amico confusione, regalandogli invece una naturale predisposizione ad apprendere velocemente la o le lingue del posto in cui si trovava a vivere.
Comunque sia il nostro, una volta adolescente, decise di intraprendere un viaggio formativo per il mondo soffermandosi in particolare nelle terre di quelli che erano stati più di altri i suoi molti genitori adottivi. E lo fece alternando alla frequentazione di squat, Zone Temporaneamente Autonome, Centri Sociali e persino eserciti di liberazione, come era lecito aspettarsi dalla sua educazione ed origine, quella di hotel prestigiosi, esclusivi resort ed enclavi ultracapitaliste, come invece gli consentiva il suo insperato conto bancario. E il tutto senza aver mai rimorsi, dubbi o sensi di colpa verso l’una o l’altra realtà e sentendosi perfettamente a proprio agio in entrambe.
Rocco finì poi per laurearsi in geografia umana per l’Università di Cambridge al seguito di Jared Diamond con una tesi sul campo dal curioso titolo “La figura totemica di Giampiero Galeazzi presso le tribù Yali della Papua Nuova Guinea” che gli valse numerosi ed importanti riconoscimenti.
Un paio di parole vanno spese anche per il padre di Rocco. Adolphe Steyvesant, rampollo di una stirpe nobiliare belga che affondava le sue origini nella notte dei tempi e che aveva da sempre legato il suo nome al più bieco e reazionario ultraconservatorismo (si diceva vantasse un eccellente nemico del popolo in ogni periodo storico), nonché delfino emergente della estrema destra radicale europea, si era in realtà quella notte introdotto a Christiania con ben altri propositi che dare seguito alla sua mefitica discendenza. Dotato di una antesignana microtelecamera che le sue amicizie nei servizi segreti gli avevano procurato, si era introdotto nella cittadella hippie per farne una dettagliata mappatura ed organizzare poi un devastante attentato dinamitardo. Ora, sarà perché in fondo non era così versato per le azioni di infiltramento come invece amava credere, oppure per una serie di sfortunate circostanze, fatto sta che le cose non andarono davvero come aveva previsto nei suoi piani. Pur essendosi infatti camuffato eccellentemente da fricchettone con pantaloni senegalesi dai colori sgargianti e inaccostabili e con una sorta di sdrucito poncho dalle fantasie caraibiche, pur non essendosi rasato e pettinato per circa tre settimane ed essendosi lungamente esercitato nel tentativo di attenuare quell’incedere semi militaresco e con le braccia leggermente scostate dal busto (per lasciare intendere dei bicipiti che, nonostante le sedute giornaliere di sollevamento pesi, stentavano a definirsi), certo non poteva prevedere che senza preavviso alcuno era stata indetta in quella sede e proprio per quella sera festosa una riunione plenaria del Transnational Radical Reggae Army. Si era così trovato, girando l’angolo di un caseggiato, nel mezzo di un circolo di una cinquantina di dreadlock-criniti personaggi, il più basso dei quali si aggirava intorno al metro e novanta per altrettanti chili di peso.
Non vi starò a spiegare che Adolphe, mentre si protraevano gli articolatissimi saluti a suon di schiocchi e pugnetti coreografici delle mani che sperava di aver studiato correttamente, cercava di convincersi disperatamente del fatto che il poncho che indossava non si sarebbe dissolto per qualche assurda e soprannaturale ragione lasciandogli scoperta quell’enorme svastica che si era tatuato sulla schiena tre anni prima durante un rito di iniziazione. La cosa ovviamente non si verificò.
Accadde invece che, dopo due ore di serrate discussioni sull’organizzazione di una serie di attentati spettacolari (sui quali magari un giorno vi potrà ragguagliare il mio amico Toshinori Obikwelu Cambpell, nippogiamaicano attualmente leader indiscusso della formazione citata), al settimo spinello di skunk, in evidente stato confusionale e dopo circa mezz’ora ininterrotta di confessione (che testimoni oculari dell’evento a distanza di anni ancora rammentano per sincerità e pathos) di amore imperituro nei confronti di Peter Tosh (tra l’altro con una insospettabile e curiosa dovizia di particolari per quanto concerneva le presunte dimensioni dei suoi attributi sessuali), il nostro caro Adolphe avesse completamente dimenticato la sua sovversiva missione.
Fu allora che, accomiatatosi dai suoi nuovi amici, si imbatté in Stella che, come abbiamo già detto, in quel periodo amava seguire abbastanza selvaggiamente i suoi istinti e le sue pulsioni. I lineamenti efebici di Adolphe la colpirono subito e in pochi minuti, approfittando anche del palese stato allucinatorio del giovane neorasta, i due si ritrovarono avvinghiati e nudi nel sottoscala di uno dei tanti palazzi occupati. Neanche Stella, che in quanto ad additivi chimici o naturali che fossero non si faceva certo mancare nulla, si accorse dell’odioso simbolo politico sulla schiena del giovane. Così come non si accorse che nel momento culminante del piacere lo stesso ragazzotto l’avesse a più riprese appellata come “la mia porcona Eva Braun”. Si accorse invece della curiosa e intensa sensazione che l’avvolse proprio in quei momenti.
Per Adolphe, ventisettenne, nel segno della più collaudata tradizione di complessati misogini di orientamento nazionalsocialista, quella fu la prima esperienza sessuale.
Ovviamente, il disastro più totale della missione gli costò la futura carriera politica. E un cambiamento radicale in quanto a stile di vita. Quando circa dieci anni dopo Stella Stark si ritrovò a passare per Copenhagen non ebbe difficoltà a riconoscerlo dietro il banco di uno di qui negozietti di perline e braccialetti che sempre di più costituivano il fulcro della vita quotidiana e sociale di Christiania. Lei, seppur nel ricordo frastornato di quei giorni, volle allora rivelargli delle conseguenze di quella notte, gli parlò di Rocco e di dove si trovasse. Lui le presentò Ramon de la Cernia, suo attuale compagno non salito ancora agli onori della cronaca come il più grande scultore di capelli vivente.
Qualche anno dopo, quando se la sentì, Adolphe cercò e trovò Rocco. Gli spiegò tutto, anche del suo passato, e i due divennero buoni amici. Non tentò di diventare il padre che non era stato, così come Stella non aveva provato ad essere la madre che non poteva essere.
Ancora adesso che Adolphe, dopo una lunga diatriba giudiziaria è riuscito a riprendere l’immensa fortuna che la sua casata gli aveva negato dopo il suo volontario allontanamento dai ranghi dell’ultranazionalismo, i due continuano di tanto in tanto ad incontrarsi.
Quando Rocco ne ha voglia raggiunge così il padre naturale nella sua residenza di San Francisco, dove l’ex xenofobo (e chi può fare meglio con l’allitterazione me lo dica) ha messo su una delle più agguerrite etichette discografiche di hip-hop old school, vive felicemente con il suo compagno ed è a tutt’ora il più grande finanziatore del Transnational Radical Reggae Army, nonché presidente della Peter Tosh Foundation. Ma queste sono tante altre storie che forse un giorno Rocco avrà voglia di raccontarvi.
Prima che me lo chiediate. Rocco, il suo nome, non fu il risultato della scelta di qualcuno, magari del professor Buzzati come verrebbe facile pensare. Ma più semplicemente l’interpretazione più comprensibile del rumore che faceva il trattore acceso sul quale quel piccolo batuffolino umano venne ritrovato la mattina seguente alla sua nascita. Sullo stesso mezzo addormentati, strafatti e per lo più svestiti, c’erano anche la sua dolce mammina e il suo ultimo boyfriend della lunga nottata. Nessuno dei due si oppose all’immediato battesimo voluto da tutti i presenti.
L’ing. Ferretti, ormai assuefatto dall’ottundente incenso, sorride amabilmente al suo ragazzo ricordando quel breve periodo della sua giovinezza in cui anche lui fu un sovversivo di caratura internazionale. E la cosa gli valse di certo non poche conquiste femminili. O di quando per due mesi fu eletto Patriarca della libera città di Hobarth in Tasmania.
L’odore del pediluvio alla noce marina dell’Argolide e ai germogli di Darlingtonia Californica con il quale siamo soliti concludere le nostre giornate, e che Helge Alce Algonchina Kayargoupolos sta preparando per noi tutti, ci traghetta verso altre cure…
…continua…
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