Ma che c'hai i pensieri?Archivi

Lug 08

Eppure noi qualcosa avevamo già capito….

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….”ecco, lo sapevo, mo sì che m’hanno inculato”….

….” وهنا ، كنت اعرف، ما الذي كانوا MO ثمل “….

 

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…”Aspetta n’attimo, e si je dicessi che me venuta pure a cagarella a fischio e non posso proprio accettà…magari ce credeno”…

…”انتظر لحظة ، وجيه وقال لي أن آتي إلى جانب cagarella صافرة وأنا فقط لا أستطيع أن أصدق أننا قد نتفق…”…

 

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…”Ma soprattutto, ma che cazzo je racconto mo io a questi?”…

… “والأهم من ذلك ما JE اللعنة تخبرني من هم هؤلاء مو؟”…

 

COMITATO INTERSETTIVO PER IL DISVELAMENTO DELLE CHIARE ORIGINI WAHHABITE DELL’ATTUALE GUARDASIGILLI E FUTURO PREMIER

Lug 05

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La faccia di Bobo Maroni è il nostro scudo contro il terrore, sia esotico sia montanaro, sia con la pelle moresca sia con le vesti nere dei nuovi guerrieri metropolitani, prestati ai boschi per l’occasione.

Quei suoi bei baffetti e quelle gote rubizze, quel suo pingue esprimere sicurezza e quel suo fermo e inespressivo sguardo, che darebbe forza a ognuno di noi nella lotta contro il terrore che attanaglia il Bel Paese, sono immagini rassicuranti di un poco inebetito Signor Maroni che si sovrappongono nella nostra mente on-line imbevuta di parole come: tentato omicidio, terroristi, armi improprie, antisommossa, lacrimogeni, sfaciano tutto!, banditi ecc.

A pensare il Maroni come baluardo principe della nostra sicurezza non riesco a non ridere. D’altro canto, subito dopo che il sorriso si ripiega su se stesso e torno a guardare il facciotto atono di Bobo e a leggere le sue dichiarazioni, incorniciate in un sapiente arazzo di terrore intessuto dai comunicatori dell’ultima ora, be’ - che dirvi? - uno schifoso conato di vomito e indignazione mi sale e mi mette un brivido costante e duro a svanire.

E non si tratta solo del solito uso del terrore come diversivo, del racconto dei banditi che assaltano la diligenza, del pericolo come artificio retorico e colpo di scena per distogliere lo sguardo da altre nefandezze inosservate col consuteo aiuto dei media: formine per la nostra materia grigia, ridotta alla sabbia scura del bagnasciuga.

No. Si tratta della montagna, del nostro affacendarci per creare Grandi Opere sotto un inumano ammasso di roccia, della nostra corsa alla crescita in un rimando infinito di vagheggiato gigantismo. Si tratta di noi che non volgiamo vedere che il terrore dei banditi frai boschi e il pugno di ferro di Bobo che a loro si fa mostra d’opporsi rotolano giù per il fianco della montagna come piccole biglie di metallo: inutili.

Il silenzio che copre tutto ciò, che non vuole vedere la montagna, che si presta a illuminare solo i tafferugli che scalpitano attorno ai cantieri è ciò che rende orribile e comico tutto questo.

Lyndon

Giu 14

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Il popolo si è infilato i guantoni e ha iniziato a tirare pugni, ben assestati, al proprio recente passato, alle immagini vagheggiate del proprio futuro, soffrendo ora nel proprio presente per tutto quello che gli è passato sopra.

I colpi che tira feriscono, aprono la carne, la gonfiano, la arrossano e - Cassandra inascoltata - il duomo di Milano sul viso di Silvio Berlusconi sembra una carezza fatta con guanti di raso.

La carne che sanguina però è quella di un intero sistema politico, sociale, etico, estetico et alia. Si tratta di un dolore che colpisce anche i presunti vincitori dell’ultima ora. Il Governo è il bersaglio grosso, quello più esposto ma accanto e legato ad esso anche il complicato universo delle opposizioni viene indistintamente colpito.

Sotto questi pugni violenti s’incrina l’intera Italia degli ultimi anni e non è un caso che al tramontare dell’astro berlusconiano si accompagni la cacciata di Santoro dalla Rai. Anche la carne del campione mediatico delle opposizioni si apre e sanguina. La rozza grettezza in cui è sprofondata la nostra lingua in mano ai nuovi comunicatori - come il “fazioso” Santoro - le urla e gli strepiti, il cattivo gusto ostentato senza vergogna, l’asfittico e arido disappunto di chi storce il naso senza reagire, l’incanto vuoto di una continua campagna elettorale, tutto questo inizia a prendere pugni, sberle come si dice.

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Ma da dove prende il popolo la forza di dare pugni? Cosa ha fatto in modo che si andasse alle urne a votare? E a votare contro?

Il nuovo alcalde - questa è una parola che invidio non poco allo Spagnolo, testimonianza del suo matrimonio con l’Arabo e assai più bella del nostro “sindaco” - dicevo, il nuovo alcalde di Milano fa parte di una sezione minoritaria delle opposizioni e non soltanto per posizioni politiche. Giuliano Pisapia è espressione di un’esigenza di sobrietà ed efficacia e la sua immagine non è l’unica punta delle sue frecce. Egli è stato in grado di rispondere con il linguaggio e le parole, cose che per troppo tempo sono state per noi come sconosciute, alla paura e all’ansia che attanaglia i cittadini di Milano e il resto degli Italiani. La paura di finire molto male andando appresso all’Italia-carrozzone dell’era berlusconiana.

Si dice che il Premier non abbia più la magica capacità di essere in sintonia con gli elettori, che abbia perso la sua attrazione comunicativa, insomma che non sia più in grado di comunicare. E, infatti, Berlusconi non è più il simbolo della nostra pancia, delle nostre paure, del nostro odio, delle nostre speranze. La realtà, cruda, inesorabile e dura alla fine sta aprendo una breccia nel teatro. E la luce che inizia a entrare, come in caverne di platonica memoria, svela la fugace e mendace natura delle ombre che ci governano, sedute sugli scranni del potere o su quelli delle opposizioni al potere.

Così i Milanesi hanno scelto qualcuno che forse non si accecherà di fronte alla luce che inizia a entrare. Un uomo capace soprattutto di non farli naufragare in una cieca e arrogante incompetenza, abbronzata, impeccabile e sorridente di bianco.

La paura dei disastri nucleari, dei terremoti, la paura di vedersi rubata l’acqua dalle case ha fatto scegliere le urne piuttosto che la domenica del piacere confezionato. E sopra a tali paure che Berlusconi non riesce più a esorcizzare, come ha fatto con il terremoro de L’Aquila, si è sovrapposta qualcosa che dormiva da tempo: l’indignazione. L’indignazione dovuta al sentirsi sbeffeggiati da leader - con o senza potere - incapaci e pur con tutti i mezzi per fare che non vogliono rispondere delle proprie azioni, perché legittimamente impediti a essere uomini.

Paura e indignazione muovono i pugni del popolo ma quanti Pisapia esistono?

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Lyndon

Mag 31

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A Milano non sono mai stato, perché partendo da Roma ci sarei andato per dover far qualcosa o per amore. Ma adesso che è in mano a un uomo che la renderà capitale di ogni nefandezza legata ai dannati gruppi etnici, mostri orribili degli incubi, a Milano ci andrei anche per il gusto di visitarla, di vedere con i miei occhi il vento che ha preso a spirare sul resto della Penisola, un vento nuovo che pare essere veleno per i polmoni vecchi e il vecchio cuore di Silvio Berlusconi e della sua Italia.
Milano adesso è comunista, se ho fortuna e ci vado in tempo mi godo qualche bella manifestazione di piazza con finale bolscevico; faccio amicizia, fraternizzo con i migranti, mi compro una sciarpa arancione e vado su è già per Via Monte Napoleone – che ovviamente spero di vedere divelta e piena di vetrine in frantumi.

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Milano è rossa! Va be’ diciamo arancione. La Padania tutta soffia arancione su se stessa e dal Nord, quello della classe media avvizzita e piena di rabbia contro tutti, si sente odore di nuovo. In un mondo incartapecorito al cerone di stucco questa parola “nuovo” è come un fiume che inonda una piana riarsa, un flusso inatteso di acqua fresca in una gola assetata.

Siamo tutti felici, abbiamo ricacciato indietro quella massa oscura che ci faceva da cappa, respiriamo ancora una volta all’aria aperta. Abbiamo vinto una battaglia che ci dice della nostra vittoria finale. Il satiro populista è ora come Polifemo: urla e grida disperatamente, ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso, ha aggiunto i suoi inetti sottoposti nella lista lunga dei nemici. Ora è vittima anche dei suoi e la sua Italia sta rovinando sul suo capo.

Il popolo ha scelto. Il popolo ha detto la sua. E i nuovi eletti vedono il sole della democrazia sorgere dalle finestre del proprio ufficio e, allora, scendono in piazza e rivangano l’umore nero della sconfitta trasformandolo in rivalsa.

C’è un vento nuovo che tutti ci innalza, sopra sciarpe d’arancio e teli colorati. L’Italia del Cavaliere ha subito il colpo che la disarcionerà, già assapora in cuor suo la polvere. La nostra Italia risorge da un limbo tossico di anestesia e dolore.

Guardiamo al futuro sorridendo di nuovo. E siamo presi da una sorpresa che non pensavamo più di provare che ci instilla euforia e gioia perché d’improvviso qualcosa è cambiato.

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Poi il grido dello sconfitto alla fine riecheggia, comprensibile. E lo fa quando il caos della vittoria si acquieta, si torna a casa, sfogati e stanchi e si fa abbastanza silenzio per udire quell’eco inquietante.

“Nessuno!”

Grida il Cavaliere. Nessuno lo ha accecato. Nessuno lo ha sconfitto in casa propria, rivolgendo le armi della calunnia contro il calunniatore, inceppando la macchina del fango un po’ come si farebbe con delle banane nella marmitta di un’automobile. Nessuno ha vinto la battaglia. E se nelle orecchie di Silvio Berlusconi ciò vuol dire che ancora deve nascere quello capace di sconfiggerlo, nelle nostre, i nuovi vincitori, ci dice del punto interrogativo sulla nostra identità.

Chi siamo noi se non Nessuno? Usciti, puzzolenti e malconci, da un antro oscuro, una prigione putrida. Scappati da morte certa sfruttando la tracotanza del nostro aguzzino. Non siamo usciti spada in pugno dal carcere. Non abbiamo fatto strage del nostro carceriere, lo abbiamo accecato e siamo fuggiti a respirare.

Di fronte a noi si apre il mare e ci interroga: Se Berlusconi ha perso perché ha trasformato una competizione elettorale da amministrativa e locale a un plebiscito sulla sua persona, come pensiamo di trasformare a nostra volta la vittoria amministrativa in squillo di tronfi nazionali? Chi di noi ha vinto? Il Pd? L’Idv? Sel? Che Italia vogliamo che porti il vento nuovo? Basta un po’ d’aria fresca per dimenticare la caverna in cui eravamo rinchiusi? Perché mai poi ci siamo finiti dentro? E se la Lega si smarcasse, il Pd con chi andrebbe?

E così via.

Voglio proprio andarci a Milano e guardare in faccia i Milanesi per indovinare quale Italia verrà. Voglio vedere se il vento nuovo che tutti ci innalza ci porterà a macellare i Proci nella sala del trono o a sederci con loro a tavola, vedendo bene di chiudere porte e finestre per paura di un colpo d’aria.

Lyndon

intersettiva.it