Mi riconosci? Perché io ti riconoscoArchivi

Dic 14

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Finalmente materiale di prima mano da riportarvi e non insulsa dietrologia sensazionalista, che pur tanto io amo. Cercherò di adottare uno stile più asettico e almeno parzialmente scevro del mio nobile livore da commentarista, altra cosa per la quale stravedo.  Mattinata burocratica. Sveglia all’alba con l’ingenua presunzione di guadagnare tempo, evitando traffico e, forse, file e persone logore d’attese lì dove ci sentiremo ancora una volta scorati e molli elementi di un ingranaggio in putrefazione, se mai è stato salubre. Ma che ci avevate creduto davvero a questa cosa che sarei stato scarno ed essenziale? Amori miei!

Io e la mia dolce metà (si, ne ho una anche io) ci rechiamo al Policlinico Umberto I. Dopo numerosi e vani tentativi di parcheggiare almeno in prossimità dell’edificio nel quale dovremmo entrare, rinunciamo lasciando la macchina in un posto in fondo equidistante rispetto a quello dal quale proveniamo (e non siamo dirimpettai della struttura ospedaliera in questione). E’, ça va sans dire, un posteggio a pagamento. Pazienza!

Dopo circa dieci minuti di attenta ricerca di un parcometro funzionante decidiamo di osare. Rotti gli indugi, abbandoniamo l’autovettura e “hai visto mai?” che la fortuna ci arrida e ci preservi dal flagello dei vigili urbani: con il loro blocchetto di multe si illudono di abbindolarci millantando una inverosimile appartenenza alla specie umana. Lo sappiamo che siete degli infidi alieni! Di certo c’è che si tratta per noi solo di un certificato, dovrebbe in fondo essere cosa breve e indolore. Oh come ci illudemmo!
Dopo aver pagato il ticket per la prestazione medica in termini di succedersi di ere geologiche, lo dico con orgoglio, estremamente contenuti, ci rechiamo, attraverso il dedalo di meandri e anfratti di incompetenza che armonizzano la struttura, lì dove lo studioso di scienze mediche dell’occasione ci attende per espletare abilmente la sua funzione. Oh quelle surprise! Egli non è ancora in sede e, d’altronde è cosa nota, noi non lavoriamo mica e quindi abbiamo tempo da scialare. Una volta giunto, rinunciamo da subito a capire quale è il meccanismo che porta all’avvicendarsi di persone, senzienti o meno, all’interno della sua stanza.

Noi siamo l’attesa. Noi siamo la sfiducia. Noi siamo l’ira sopita e ahimè non funesta.

Cominciamo a temere che, per quanto il quoziente intellettivo dei vigili sommato a quello degli ausiliari del traffico della zona sia probabilmente inferiore a quello di una comune pianta grassa (e guardate che ad alcune di esse ho visto fare cose davvero ragguardevoli), stiamo davvero offrendo troppo il fianco. Unire al danno del ritardo burocratico quello della beffa di una multa ci sembra insopportabile. Prendiamo una decisione. Sembra che la mia dolce metà sarà la prossima ad entrare nell’antro medico, così io decido di precederla andando a recuperare la macchina per poi aspettarla, plausibilmente in quintupla fila, all’uscita dell’edificio. Fini strateghi siamo.

Progetti e loro attuazione vivono sovente in totale distonia.

Recupero la macchina incolume dagli ultracorpi vigileschi, la conduco in salvo dove convenuto e comincio ad attendere l’arrivo dell’altro componente del mio esercito privato con un occhio rivolto agli specchietti retrovisori. Mai abbassare la guardia. Specie quando si è in ottava fila e in prossimità di un cancello dal quale escono ed entrano anche ambulanze. L’attesa si protrae. Il telefono trilla. Pessime notizie. Il medico deve aver accettato una sfida all’ultimo sangue a parcheesi con il paziente in stanza. Non lo lascerà andare finché non sarà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua superiorità tattica. Interromperlo sarebbe da parte nostra davvero indelicato.

D’accordo. In fondo abbiamo raggiunto delle posizioni estremamente difendibili. Avverto il comando, ovvero il nostro ufficio, che, nonostante tutto, contiamo di contenere le perdite e riuscire a raggiungere le nostre postazioni in un tempo degno. Ed è allora che si verifica l’accadimento per il quale ho deciso fin qui di tediarvi con il mio racconto.

Una di quelle vetture che tutti noi abbiamo imparato a conoscere con l’affettuoso nomignolo di auto blu, una Lancia Lybra dal peso specifico di quattro tonnellate e mezzo con deliziosi vetri fumè, sopraggiunge, incurante di ogni qualsivoglia concezione di intralcio del traffico, accodandosi alla mia macchina (della quale non possiede il contenuto ingombro) e costringendo praticamente ogni vettura di passaggio per la via o in uscita dal detto cancello a tortuose e delicate manovre. Dalla parte anteriore dell’economico mezzo di trasporto escono l’autista e, lato passeggero, un corpulento signore dalle evidenti movenze militaresche che si posiziona, attento e reattivo, di fronte alla porta posteriore sul suo stesso lato. Dallo sportello posteriore sul lato opposto fuoriesce invece una gradevole signora bionda che, ricette mediche e prescrizioni alla mano (ho fatto bene ha farmi installare l’occhio bionico del Colonello Steve Austin, una volta che lui si è ritirato dalle scene del supereroismo, l’ho preso davvero ad un prezzo irrisorio) sgaiattola rapace all’interno dell’ospedale. La curiosità è donna ma anche un po’ uomo, e così comincio voyeuristicamente a sbirciare per cogliere l’identità del personaggio rimasto in macchina. Da dove sono riesco solo a cogliere un incipiente pelata e una vistosa benda su un occhio. Che sia un pirata? Sicuramente lo è, ma chi esattamente? Un istituzionale Sir Walter Raleigh o un sovversivo Long John Silver?

Cinefilo mi perdo ad ammirare le movenze della guardia del corpo. Mi sorprendo a pensare all’attento studio attoriale che Kevin Costner deve aver affrontato per interpretare l’omonimo film (nda - omonimo rispetto alla guardia del corpo e non rispetto a Kevin, d’accordo?) che tra l’altro segnò incontrovertibilmente il suo declino come sex symbol e quello di Whitney Houston come (come che?). In ogni caso il personaggio nell’auto non sembra intenzionato ad abbandonare la sua sicura e protetta condizione.
Mi viene in aiuto il ritorno della sua graziosa emissaria, graziosa come solo alcune donne radical chic sanno essere, dissimulando abilmente attraverso una artefatta sobrietà il loro apparente distacco dal modello di donna procace e insulsa dominante l’immaginario collettivo occidentale. Si avvicina, con in mano quelle che sembrano essere confezioni di medicinali e accessori medicali, allo sportello fino ad allora rimasto chiuso.
Arrivato al dunque sarò breve. Dico davvero. Lo sportello si apre, l’uomo tira fuori le gambe come per scendere ma rimane seduto in macchina. Ora io posso vedere. Sono a pochi metri. Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera. Ha una benda su un occhio. La donna gli consegna le medicine in una bustina, gli restituisce dei fogli. Poi si avvicina e sicura, con piglio da professionista, si approssima alla sua benda, la rimuove velocemente e con della garza in mano esegue quella che può sembrare una blanda medicazione. Tutto dura poco. La benda viene riapplicata. Fausto finalmente si alza, a fugare un qualunque dubbio di una sua presunta incapacità di muoversi con facilità. Saluta e ringrazia la donna con fare giovanilistico (ciaociao, graziegrazie). La donna rientra velocemente nell’ospedale. Il politico e la sua scorta nella lussuosa macchina ripartono velocemente.

Io aspetto ancora per un po’ il ritorno della mia amata metà che, dimenticavo, è incinta.

Uno dei tanti omini, non diamogli meriti o responsabilità troppo grosse, grazie ai quali passiamo amabilmente le nostre vite a fronteggiare il declino. Cosa avrà mai dovuto fare per non poter perdere, settantenne e in pensione per quanto ne sappiamo, un’oretta del suo prezioso tempo. Se solo sapessi che il tutto dipende dalla partecipazione all’ambita finale del torneo di bocce del Centro Anziani di Tor Pignattara, oh quanta poesia in quel gesto, oh quanta requie troverebbe allora la mia anima!

Tutto ciò è avvenuto intorno alle dieci di questa mattina. Chissà se Fausto - attualmente Presidente della Fondazione Camera dei Deputati XVI Legislatura (sic) -, qualora fosse stato ancora parlamentare, si sarebbe recato alla votazione per la fiducia all’attuale maggioranza di governo avvenuta in mattinata. E chissà in verità cosa avrebbe votato. E chissà se la cosa faccia poi alcuna differenza.

Paolo

Ott 07

La visione del film “Inception” di Cristopher Nolan, regista già noto per aver finalmente dato lustro cinematografico alla saga di Batman e soprattutto per il fondamentale “Memento”, mi induce ad alcune, sicuramente meno fondamentali, riflessioni. Ultimamente mi sento un po’ come Gianfranco Funari quando sosteneva di avere l’impellenza di manifestare le sue considerazioni politiche di fronte alla telecamera, quasi come fossero necessità fisiologiche. Abbiate pazienza. Passerà.

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Il film è sicuramente ben fatto. Lungo, ma senza cali di tensione. Con delle scenografie indubbiamente all’altezza dei costi e delle promesse elargiteci dai trailer. La trama richiede uno sforzo di concentrazione non indifferente al pubblico in sala ma funziona egregiamente, indulgendo forse solo un pochino sulla ricerca di un finale “lieto” in tutti i sensi. Visto che la realizzazione della pellicola è costata quanto il prodotto interno lordo di uno stato africano, credo che potremmo, per quest’ultima mia impressione, declinare quasi totalmente le responsabilità del regista e pensare più ad una esplicita richiesta della produzione. La storia del cinema è d’altronde piena di simili esempi, ed una redistribuzione, home-video o in sala, a distanza di qualche anno con il famigerato “director’s cut” è diventata quasi d’obbligo e foriera di ulteriori guadagni.

Partiamo ora con quelle che però sono le sensazioni che, dopo la conclusione del film, mi hanno fatto propendere verso una vaga ombra di insoddisfazione e distacco emotivo.

Un universo narrativo come quello che la nostra storia sottende implica, come è ovvio, un grosso atto di fede da parte del fruitore della trama. Non è certo il caso di contestare il binomio in voga sogno/realtà*2. Questo è l’assunto principale e tutti sapevamo di non essere andati a  vedere “I ponti di Madison County”. Concediamo allora, a costo solo della nostra attenzione*3, anche il meccanismo del sogno nel sogno e dei livelli successivi “a cascata” dell’inconscio, nei quali è possibile scendere come si trattasse di andare a prendere delle cose giù in cantina. Tutto sommato credo sia comprensibile anche l’escamotage dell’inconscio militarizzato del soggetto nei cui sogni i protagonisti si prefiggono di entrare, altrimenti l’intera storia avrebbe rischiato un brusco calo del tasso di azione riducendosi ad essere un algido e noioso resoconto di un esperimento andato a buon fine*4. La storia d’amore, sofferenza e redenzione, l’abbiamo già detto, è funzionale agli incassi del botteghino e non inficia comunque l’intelaiatura della storia.

E certo che se non avete ancora visto il film, sono cazzi vostri.

Quindi dov’è veramente il problema? Il problema, a mio avviso si intende, sta nel fatto che il film si compiace immensamente di questa sua struttura logica, strizzando anche quasi l’occhio ad una coerenza “scientifica”*5 di cui invece, a quel punto, è facile trovare le magagne. Si diventa sospettosi e sempre meno propensi a lasciarsi andare a quella sana dose di irrazionalità che una storia del genere deve contenere. O almeno così è stato per me.

La dilatazione progressiva del tempo nei livelli di sogno sempre più profondi, seppur efficace, toglie coinvolgimento. Le interminabili scene della caduta del furgone dal ponte o dell’ascensore nella tromba della scale sembrano allora una sorta di pubblicità di un’automobile, sublimemente concepite e costruite, ma la cui evoluzione e il cui finale non sorprenderebbero in fondo il più stolido dei pesci rossi. Ci si comincia a domandare come mai, nonostante nel film vengano sparati una quantità di colpi accomunabile a quella di capolavori dell’ action movie come “Commando”, ci si ritrovi con un unico ferito*6, graziando invece in maniera magica altri (l’inseguimento del furgone prima di precipitare) il cui ferimento o uccisione avrebbero messo a serio repentaglio l’intera costruzione narrativa. Si cominciano a quel punto a “far le pulci” a tutto, legittimando dubbi e quesiti altrimenti di stampo onanista. A che cosa si deve la capacità metamorfica nei livelli di sogno del falsario della banda? E’ forse da considerarsi uno spin-off pirata degli X-Men o più semplicemente*7: vi sembra naturale che nello spazio di una cabina di prima classe di un aereo salgano due magnati mondiali dello stesso ramo economico e non si conoscano per niente o neppure riconoscano*8? Oppure ancora, siete di quelli che pensano che le sorti delle multinazionali vengano decise dagli umori mattutini di un solo uomo*9?

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Ma io vorrei farvi anche qui capire quanto sia dispiaciuto di queste mie perplessità. Di sicuro c’è che ogni considerazione non può che essere figlia del contesto, delle occorrenze e del momento in cui ci troviamo a confrontare la nostra struttura  di decodificazione delle informazioni con ciò che le propone il suo apparato percettivo ampliato*10. 

Per farla breve. Ho appena visto l’esplosione sotto forma di lungometraggio di uno dei trailer apparsi, non nella versione italiana, nel doppio tributo agli epigoni di genere horror/splatter di Tarantino e Rodriguez con Grindhouse Death Proof/Planet Terror. Sto parlando di “Machete”.

Favolosa, e costantemente ammiccante in ogni possibile riferimento, epopea di un brutale messicano ex agente federale invischiato in un sanguinosissimo intrigo politico al confine tra Usa e Messico e in una altrettanto necessaria vendetta personale con annessa volontà di ecatombe. La storia fa acqua da quasi tutte le parti, spesso ci si domanda quale sia il filo cronologico degli eventi, il sangue è garanzia e lubrificante dei fotogrammi che scorrono. Se non bastasse lo schermo si avvale della presenza scenica di Robert De Niro, Don Johnson e Steven Seagal, che, magia di una storia azzeccata e di un desiderio preciso del regista, sono addirittura equivalenti per capacità recitative*11.

Se ciò che chiedete ad un film è semplicemente quella candida sensazione di curiosità disinteressata e comoda di vedere come andrà a finire, pur sapendolo di già, oppure di  ascoltare un racconto in cui non ci sia davvero niente che nemmeno lontanamente possa ricordare la vostra giornata lavorativa o meno, grigia o densa di avvenimenti che sia stata, o ancora di liberarvi dall’automatico dovere di domandarvi se ciò che state vedendo sia successo davvero da qualche parte o possa prima o poi succedere a qualcuno in qualche angolo del nostro pianeta o che possa infine anche lontanamente somigliare a queste ultime due evenienze, beh, allora Machete è davvero il film per voi.

Un film in cui Jessica Alba può impazzire di desiderio per Danny Trejo è un film sul quale a nessuno di noi è concesso, in ultima istanza, di avanzare qualsivoglia perplessità.

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Non sono assolutamente nemico della narrazione iperrealista. Ma mi sembra di trovare qualche appiglio alle mie tesi anche nell’ultimo film di Sofia Coppola, regista che davvero ammiro molto. “Somewhere”, tra l’altro trionfatore all’ultima mostra del cinema di Venezia*12, è un film noioso e scontato oltre misura. Dai chiari echi autobiografici della regista, se non altro come scenario culturale e sociale a lei familiare, ad una non chiara e banale (volutamente banale? Ma francamente incomprensibile soprattutto se intenzionalmente superficiale) redenzione emotiva del protagonista, il film scorre inutilmente nicchiando anche sulla colonna sonora, di solito punto forte dello stile della Coppola.

Se proprio dovessi individuare un elemento di maggior interesse nel film (ma è piuttosto difficile), ci potremmo rivolgere alla parentesi italiana che vede la straordinaria partecipazione nel ruolo di se stessi di esponenti della scena cultural/artistica della nostra penisola quali Simona Ventura, Nino Frassica e Valeria Marini alle prese con ciò che di meglio essi sanno per tradizione proporci, ovvero una beneamata ceppa di cazzo*13. Insomma, è piuttosto chiaro che tutti ci vedono e considerano come un terribile virus dal quale è lecito e consigliato fuggire il prima e il più lontano possibile. Vero è però anche che questa analisi, a livello di cinematografia e scena culturale (e non solo purtroppo) mondiale, è diventata un po’ come sparare sulla croce rossa.

Il vostro amato inviato Giacobbe Suffumigi

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* dove per B-movie non si intende necessariamente un prodotto cinematografico a basso costo e di altrettanto incerta qualità, ma più genericamente una pellicola che non faccia della coerenza logica della sceneggiatura, delle leggi della fisica e delle unità di luogo e tempo aristoteliche il cardine della proprio struttura narrativa. Cosa che tra l’latro è diventata sempre più possibile nel corso degli ultimi dieci anni, dopo la rivalutazione, tarantiniana e non solo, del genere originario e del suo dipanarsi nel corso del tempo (dagli albori degli anni ’50 ai residui dei tardi ’80), senza peraltro restrizioni di genere o di confini geografici e culturali di provenienza.

*2 ed ovviamente, e giustamente, crea sempre meno perplessità e resistenza nello spettatore medio che si suppone o edotto in materia o comunque cronologicamente inserito in una generazione che dell’aspetto reale/virtuale della propria stessa esistenza già conosce, per proprio stesso inserimento nel meccanismo, i connotati generali.

*3 siamo sicuri che non sia allora proprio questo sforzo a renderci ulteriormente vigili e sospettosi. L’equilibrio tra richiesta di fiducia e complicità da una parte e sospetto e logica (anche inconsapevole) dall’altra è molto sottile.

*4 eppure bastano meno trucchi per creare scenari altrettanto movimentati. Ricordate “viaggio allucinante” del 1966 o il più cazzone remake degli anni ’80 “Salto nel buio”?

*5 il riferimento d’obbligo è Matrix, che però di questo problema, forse anche per una sorta di primogenitura cinematografica, non soffriva, chiedendo anzi allo spettatore di concentrarsi quasi interamente su quell’unico aspetto che nella sua semplicità da “prima l’uovo o la gallina?” diventa totalizzante. E’ possibile anche un confronto con il recente Shutter Island di Scorsese, se non altro anche per la presenza di Di Caprio. I generi sono necessariamente diversi, dalla “fantascienza” allo psico-thriller, ma in quest’ultimo il costante e aporetico scambio di livelli di realtà, oltre che molto più comprensibile vista l’ambientazione psichiatrica e schizofrenica del film, non è un espediente per far progredire la trama, ma la trama stessa.

*6 trovo peraltro assurdo, a puro titolo di polemica, che il personaggio giapponese venga fatto parlare con un curioso effetto vocoder proprio per demarcare la diversa provenienza linguistica o l’ineliminabilità del suo accento quando parla inglese (si suppone). Doppiando tradizionalmente i film in Italia, non mi sembra ci si sia preoccupati di attribuire lo stesso connotato ai personaggi anglosassoni facendoli parlare come Don Lurio o Dan Peterson.

*7 a dimostrazione che se si chiede complicità allo spettatore, si deve però mostrare rispetto per la sua intelligenza.

*8 con sedili in pelle convergenti verso il corridoio centrale. Io sono povero e non l’avevo mai vista! Insomma sarebbe come a dire Bill Gates e Steve Jobs seduti di fianco l’uno nella completa inconsapevolezza dell’altro.

*9 potete fare di più, lo sento!

*10 si, effettivamente sto parlando dei gusti del momento…

*11 e certo qui è lecito domandarsi se abbia fatto più sforzi Robert De Niro ad adeguarsi al livello di Don e Steve, o se siano invece questi ultimi due ad essere finalmente valorizzati come meritano, uscendo dal guscio di copioni che non gli rendevano giustizia.

*12 che non ci sia in questo un monito o una sottile comprensione, che comunque non giustifico, di Tarantino Presidente di Giuria. Tanta è la mia voglia di alleggerire la Coppola del terribile prodotto!

*13 il dubbio sorge spontaneo. Possono ora i suddetti fregiarsi per transitività del titolo di vincitori della Mostra del Cinema di Venezia? E soprattutto, cosa ci faceva lì in mezzo Maurizio Nichetti? O forse dobbiamo cominciare ad individuare un senso più profondo in ciò che abbiamo visto? La partecipazione della lobotomizzata Laura Chiatti in un ruolo, diciamo, più serio non ci aiuta a capire. La ragazza è palesemente stupida ed incapace recitativamente, senza nessuna scusante. Si spertica a spiegare di solito nelle interviste quanto alcuni personaggi da lei interpretati, cinici e calcolatori (l’esempio migliore è la pseudo velina triste dell’“Amico di famiglia” di Paolo Sorrentino), siano molto lontani dalla sua vera natura (come se qualcuno avesse mostrato interesse per la cosa). Per farcelo capire meglio le piace a quel punto intasare le numerose pubblicazioni di gossip delle sue relazioni con lumi culturali provenienti dalle schiere dei “tronisti” gentilmente allevati da Maria De Filippi. Anche qui, dobbiamo forse vedere qualcosa d’altro dietro il suo utilizzo da parte di alcuni registi? Vogliono farci capire qualcosa in più con l’ausilio di Laura  piuttosto che utilizzando una brava attrice? Guardate che io sono a favore, come ben sapete, della dietrologia e dell’analisi criptica di ogni dettaglio, però, per favore, ogni tanto datemelo qualche indizio…  

Set 15

La perversione non ha limiti. La mia ancor meno e voglio vedervi tutti cadere in questo baratro (ma con al collo una bella cravatta camouflage, si capisce)

Saiola

Set 07

451372077_6eaabe1889_o1.jpgStasera ho l’imbarazzo della scelta:

Rai uno: Italia - Fær Øer

Raidue: X factor

Italia 1: Come tu mi vuoi

Nonostante abbia cucinato la frittata di cipolle escludo quasi subito la partita di calcio. L’esaltazione patriottica del telecronista mi annienta dopo il primo climax vocale sotto porta… come se stessimo giocando la semifinale mondiale con la Germania (nel caso in cui vi pesasse l’indice per cliccare sul link ci tengo a ricordarvi che il nordico arcipelago conta 48.590 abitanti, poco più della metà degli abitanti di Primavalle).

X factor mi attira: quest’anno c’è Elio, ma la coppia maestra dell’asilo Tatangelo (basta con queste cazzo di emozioni, basta con queste cazzo di pause tra una parola e l’altra, basta cazzo!) e mistero Ruggieri mi fa cascare le palle dopo pochi secondi.

Provo a raccoglierle ma la visione delle iniziali sulla camicia bianca di Facchinetti mi sbriciola i suddetti testicoli tra le mani.

Sapete dirmi a cosa servono le iniziali su una camicia? Ma soprattutto, Facchinetti pensi che non saremmo in grado di riconoscerti? Pensi davvero che non sappiamo chi sei?

Splendente come un angelo ormai asessuato plano leggero su Italia 1 e la visione del film di Volfango De Biasi mi esalta.

Vaporidis è perfetto, praticamente un idiota, la Capotondi, con mia grande sorpresa, è credibile, la storia è ridicola, gli altri “attori” non ne parliamo (le palle già sono vaporizzate) ma, nonostante tutto mi trovo a pensare che in fondo, ma proprio in fondo, questo film è onesto.

O meglio, il film è una cagata ma è sicuramente più onesto di tante altre cose come questa (se vi sentite forti e pazienti, vi invito anche a leggervi il comunicato stampa in pdf).

Saiola

p.s. tanto per non smentirci ad X-Factor quello con le iniziali stampate sulla camicia invita sul palco la nuova regina del pop: Katy Perry.

intersettiva.it