Finalmente materiale di prima mano da riportarvi e non insulsa dietrologia sensazionalista, che pur tanto io amo. Cercherò di adottare uno stile più asettico e almeno parzialmente scevro del mio nobile livore da commentarista, altra cosa per la quale stravedo. Mattinata burocratica. Sveglia all’alba con l’ingenua presunzione di guadagnare tempo, evitando traffico e, forse, file e persone logore d’attese lì dove ci sentiremo ancora una volta scorati e molli elementi di un ingranaggio in putrefazione, se mai è stato salubre. Ma che ci avevate creduto davvero a questa cosa che sarei stato scarno ed essenziale? Amori miei!
Io e la mia dolce metà (si, ne ho una anche io) ci rechiamo al Policlinico Umberto I. Dopo numerosi e vani tentativi di parcheggiare almeno in prossimità dell’edificio nel quale dovremmo entrare, rinunciamo lasciando la macchina in un posto in fondo equidistante rispetto a quello dal quale proveniamo (e non siamo dirimpettai della struttura ospedaliera in questione). E’, ça va sans dire, un posteggio a pagamento. Pazienza!
Dopo circa dieci minuti di attenta ricerca di un parcometro funzionante decidiamo di osare. Rotti gli indugi, abbandoniamo l’autovettura e “hai visto mai?” che la fortuna ci arrida e ci preservi dal flagello dei vigili urbani: con il loro blocchetto di multe si illudono di abbindolarci millantando una inverosimile appartenenza alla specie umana. Lo sappiamo che siete degli infidi alieni! Di certo c’è che si tratta per noi solo di un certificato, dovrebbe in fondo essere cosa breve e indolore. Oh come ci illudemmo!
Dopo aver pagato il ticket per la prestazione medica in termini di succedersi di ere geologiche, lo dico con orgoglio, estremamente contenuti, ci rechiamo, attraverso il dedalo di meandri e anfratti di incompetenza che armonizzano la struttura, lì dove lo studioso di scienze mediche dell’occasione ci attende per espletare abilmente la sua funzione. Oh quelle surprise! Egli non è ancora in sede e, d’altronde è cosa nota, noi non lavoriamo mica e quindi abbiamo tempo da scialare. Una volta giunto, rinunciamo da subito a capire quale è il meccanismo che porta all’avvicendarsi di persone, senzienti o meno, all’interno della sua stanza.
Noi siamo l’attesa. Noi siamo la sfiducia. Noi siamo l’ira sopita e ahimè non funesta.
Cominciamo a temere che, per quanto il quoziente intellettivo dei vigili sommato a quello degli ausiliari del traffico della zona sia probabilmente inferiore a quello di una comune pianta grassa (e guardate che ad alcune di esse ho visto fare cose davvero ragguardevoli), stiamo davvero offrendo troppo il fianco. Unire al danno del ritardo burocratico quello della beffa di una multa ci sembra insopportabile. Prendiamo una decisione. Sembra che la mia dolce metà sarà la prossima ad entrare nell’antro medico, così io decido di precederla andando a recuperare la macchina per poi aspettarla, plausibilmente in quintupla fila, all’uscita dell’edificio. Fini strateghi siamo.
Progetti e loro attuazione vivono sovente in totale distonia.
Recupero la macchina incolume dagli ultracorpi vigileschi, la conduco in salvo dove convenuto e comincio ad attendere l’arrivo dell’altro componente del mio esercito privato con un occhio rivolto agli specchietti retrovisori. Mai abbassare la guardia. Specie quando si è in ottava fila e in prossimità di un cancello dal quale escono ed entrano anche ambulanze. L’attesa si protrae. Il telefono trilla. Pessime notizie. Il medico deve aver accettato una sfida all’ultimo sangue a parcheesi con il paziente in stanza. Non lo lascerà andare finché non sarà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua superiorità tattica. Interromperlo sarebbe da parte nostra davvero indelicato.
D’accordo. In fondo abbiamo raggiunto delle posizioni estremamente difendibili. Avverto il comando, ovvero il nostro ufficio, che, nonostante tutto, contiamo di contenere le perdite e riuscire a raggiungere le nostre postazioni in un tempo degno. Ed è allora che si verifica l’accadimento per il quale ho deciso fin qui di tediarvi con il mio racconto.
Una di quelle vetture che tutti noi abbiamo imparato a conoscere con l’affettuoso nomignolo di auto blu, una Lancia Lybra dal peso specifico di quattro tonnellate e mezzo con deliziosi vetri fumè, sopraggiunge, incurante di ogni qualsivoglia concezione di intralcio del traffico, accodandosi alla mia macchina (della quale non possiede il contenuto ingombro) e costringendo praticamente ogni vettura di passaggio per la via o in uscita dal detto cancello a tortuose e delicate manovre. Dalla parte anteriore dell’economico mezzo di trasporto escono l’autista e, lato passeggero, un corpulento signore dalle evidenti movenze militaresche che si posiziona, attento e reattivo, di fronte alla porta posteriore sul suo stesso lato. Dallo sportello posteriore sul lato opposto fuoriesce invece una gradevole signora bionda che, ricette mediche e prescrizioni alla mano (ho fatto bene ha farmi installare l’occhio bionico del Colonello Steve Austin, una volta che lui si è ritirato dalle scene del supereroismo, l’ho preso davvero ad un prezzo irrisorio) sgaiattola rapace all’interno dell’ospedale. La curiosità è donna ma anche un po’ uomo, e così comincio voyeuristicamente a sbirciare per cogliere l’identità del personaggio rimasto in macchina. Da dove sono riesco solo a cogliere un incipiente pelata e una vistosa benda su un occhio. Che sia un pirata? Sicuramente lo è, ma chi esattamente? Un istituzionale Sir Walter Raleigh o un sovversivo Long John Silver?
Cinefilo mi perdo ad ammirare le movenze della guardia del corpo. Mi sorprendo a pensare all’attento studio attoriale che Kevin Costner deve aver affrontato per interpretare l’omonimo film (nda - omonimo rispetto alla guardia del corpo e non rispetto a Kevin, d’accordo?) che tra l’altro segnò incontrovertibilmente il suo declino come sex symbol e quello di Whitney Houston come (come che?). In ogni caso il personaggio nell’auto non sembra intenzionato ad abbandonare la sua sicura e protetta condizione.
Mi viene in aiuto il ritorno della sua graziosa emissaria, graziosa come solo alcune donne radical chic sanno essere, dissimulando abilmente attraverso una artefatta sobrietà il loro apparente distacco dal modello di donna procace e insulsa dominante l’immaginario collettivo occidentale. Si avvicina, con in mano quelle che sembrano essere confezioni di medicinali e accessori medicali, allo sportello fino ad allora rimasto chiuso.
Arrivato al dunque sarò breve. Dico davvero. Lo sportello si apre, l’uomo tira fuori le gambe come per scendere ma rimane seduto in macchina. Ora io posso vedere. Sono a pochi metri. Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera. Ha una benda su un occhio. La donna gli consegna le medicine in una bustina, gli restituisce dei fogli. Poi si avvicina e sicura, con piglio da professionista, si approssima alla sua benda, la rimuove velocemente e con della garza in mano esegue quella che può sembrare una blanda medicazione. Tutto dura poco. La benda viene riapplicata. Fausto finalmente si alza, a fugare un qualunque dubbio di una sua presunta incapacità di muoversi con facilità. Saluta e ringrazia la donna con fare giovanilistico (ciaociao, graziegrazie). La donna rientra velocemente nell’ospedale. Il politico e la sua scorta nella lussuosa macchina ripartono velocemente.
Io aspetto ancora per un po’ il ritorno della mia amata metà che, dimenticavo, è incinta.
Uno dei tanti omini, non diamogli meriti o responsabilità troppo grosse, grazie ai quali passiamo amabilmente le nostre vite a fronteggiare il declino. Cosa avrà mai dovuto fare per non poter perdere, settantenne e in pensione per quanto ne sappiamo, un’oretta del suo prezioso tempo. Se solo sapessi che il tutto dipende dalla partecipazione all’ambita finale del torneo di bocce del Centro Anziani di Tor Pignattara, oh quanta poesia in quel gesto, oh quanta requie troverebbe allora la mia anima!
Tutto ciò è avvenuto intorno alle dieci di questa mattina. Chissà se Fausto - attualmente Presidente della Fondazione Camera dei Deputati XVI Legislatura (sic) -, qualora fosse stato ancora parlamentare, si sarebbe recato alla votazione per la fiducia all’attuale maggioranza di governo avvenuta in mattinata. E chissà in verità cosa avrebbe votato. E chissà se la cosa faccia poi alcuna differenza.
Paolo




