Pamphlet del genioArchivi

Lug 13

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Nessuno, né lo Stato né un medico può disporre della salute di un cittadinoBeppino Englaro

La vita umana, quale diritto inviolabile e indisponibileproposta di legge

Tutti noi ci auguriamo che la nostra vita sia un diritto che non si possa violare o di cui nessuno possa disporre. Chi di noi si sognerebbe di contestare una legge che prendesse come fondamento la vita come diritto inviolabile e indisponibile?
La vita è il nostro bene più prezioso, alcuni di noi lo considerano così prezioso che è impossibile pensarlo completamente nostro e che quindi sia un regalo, un pacco dono di primissima scelta.
C’è anche chi, invece, la pensa in modo completamente opposto sul valore della vita, come narra Nietzsche ne’ “La nascita della tragedia”:

L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.

Qualcuno potrebbe far notare che re Mida stava inseguendo un demone in un bosco, probabilmente sotto l’effetto del vino o di chi sa quale altra sostanza, e che quindi fidarsi delle parole di Sileno non sia proprio la cosa più saggia da fare.
Ma al di là di quanto vino possa aver bevuto re Mida – o Sileno stesso – credo che tener presente le parole del demone possa esserci utile a controbilanciare uno smodato e a volte cieco rispetto per la vita e, ancor meglio, a riflettere su cosa per ognuno di noi voglia dire vivere.

Sileno ci dice figli della pena e del caso, ci ritiene dei miserabili. Certo è che con un giudizio del genere va quasi da sé la macabra conclusione: meglio essere niente o, se la sventura di essere umani ci è capitata, meglio filarsela al più presto e tornare da dove siamo venuti.
La premessa di questa sentenza di morte è senza appello perché per Sileno gli umani sono effimere forme decadute rispetto alla perfezione dell’essere niente – alcuni di noi direbbero “perfezione divina”. Il termine di paragone di Sileno ci taglia fuori, senza neanche iniziare la partita. Ma non lo fa per cattiveria: Sileno non è un uomo. Il suo orizzonte è disumano, al di là del bene e del male – tanto per tornare ancora a Nietzsche – e quindi per lui non hanno senso le nostre differenze e distinzioni: la vita, la morte, la tenebra, la luce, e via così all’infinito. E’ un po’ come se un punto geometrico – quindi indivisibile e perfetto – si mettesse a giudicare tutte le restanti forme geometriche, nessuna di esse ne uscirebbe indenne, sarebbero tutte macchiate di un po’ di penosa imperfezione.

Ora, visto che noi ci sguazziamo nell’imperfezione – non so se vi siete accorti che questo post sembrava parlarvi della battaglia civile di Beppino Englaro e dei diritti dei cittadini italiani di fronte allo Stato per poi andarsi a cacciare in un bosco insieme a re Mida, Nietzsche e una versione ubriaca del vostro oste preferito – dicevo, l’imperfezione nostra è condizione da cui non usciamo, andare poi a paragonarla con qualcosa che è perfetto per definizione è un suicidio o al massimo un comportamento masochista. Quindi è probabile che re Mida non abbia preso in parola Sileno e che si sia goduto la sua imperfetta vita di re.

Ma cosa accade alla nostra vita, imperfetta e miserabile, quando non distinguiamo più le differenze che la rendono tale, quando l’unico ritmo nostro è quello del respiratore?

Abbiamo seguito il consiglio di Sileno: nostro malgrado siamo niente. O almeno questo credo che sia un essere umano quando il suo respiro è un’onomatopea meccanicamente riproducibile.

Dunque, questa mia convinzione è dura a morire, in gran parte perché sono superbo e testardo – ma mi dicono che è per motivi astrologici quindi non ne farei propriamente un dramma – in ogni caso mi sono chiesto:

Chi crede che vivere con un respiro assistito sia vivere, che idea ha della vita? E poi, che idea ha della salute e della malattia chi crede che un respiro assistito sia una cura?

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Ripartiamo dal vedere la vita come “pacco dono di primissima scelta”. Una cosa così preziosa non può appartenere completamente a noi, miseri mortali, ci è stata sicuramente donata, anzi è talmente preziosa che in realtà ci è stata data in usufrutto, insomma quasi fosse un appartamento in affitto – con un contratto più o meno duraturo ma poi ci si pensa. Conclusione: la vita non è nostra, come l’abbiamo ricevuta così la dobbiamo restituire, grati e con il sorriso sulle labbra.
Chi scrive una proposta di legge sul trattamento di fine vita – che è un eufemismo per evitare di parlare di eutanasia quasi portasse jella – come quella che gira oggi sui giornali è molto probabilmente convinto che la visione della vita come “pacco dono di primissima scelta” sia un buon modo di raccontare come vanno le cose. E’ un buon modo perché così le cose si aggiustano affinché sulla vita degli uomini penda una costante ipoteca, come un legaccio invisibile che tutti noi ci subordina alla volontà di chi/di ciò che ci ha fatto da benefattore.

E così siamo in debito, perenne debito, verso tutti coloro che fanno le veci di quel chi/ciò che ci ha fatto da benefattore. Che sia Dio o che sia la Medicina, che sia il prete o sia il medico, poco importa, in ogni caso c’è nell’affermare l’indisponibilità e l’inviolabilità del diritto a vivere una dichiarazione di proprietà iniziale che taglia fuori i diretti interessati. E allora un respiro assistito è una cura non tanto per il corpo malato ma per debellare quella insana idea che sta a fondamento della frase citata all’inizio di Beppino Englaro. Nessuno può disporre della salute del cittadino – dice Englaro – perché la vita appartiene a ognuno di noi senza ipoteche come ci appartiene il nostro corpo e quindi la sua salute e la sua malattia.

Dunque la questione non è se mettersi a cavillare sul fatto che vi sono alcuni che ritengono il respiro assistito una dignitosa forma di vita e altri un affronto alla vita propria e intesa in senso generale. Ognuno di noi dovrebbe essere libero di credere ciò che vuole riguardo a come vivere e morire.
La questione è una questione di proprietà. Dio, lo Stato, la Famiglia, il Prete, Il Medico et alia ritengono di avere un diritto di prelazione sulla vita, ognuno di essi con giustificazioni e storie differenti ma nella sostanza tutti a un certo punto ci sostituiscono, riprendendosi ciò che ritengono appartenga loro.

Sappiamo bene, tutti quanti, come si risolvono le questioni di proprietà.

Lyndon

Giu 14

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Il popolo si è infilato i guantoni e ha iniziato a tirare pugni, ben assestati, al proprio recente passato, alle immagini vagheggiate del proprio futuro, soffrendo ora nel proprio presente per tutto quello che gli è passato sopra.

I colpi che tira feriscono, aprono la carne, la gonfiano, la arrossano e - Cassandra inascoltata - il duomo di Milano sul viso di Silvio Berlusconi sembra una carezza fatta con guanti di raso.

La carne che sanguina però è quella di un intero sistema politico, sociale, etico, estetico et alia. Si tratta di un dolore che colpisce anche i presunti vincitori dell’ultima ora. Il Governo è il bersaglio grosso, quello più esposto ma accanto e legato ad esso anche il complicato universo delle opposizioni viene indistintamente colpito.

Sotto questi pugni violenti s’incrina l’intera Italia degli ultimi anni e non è un caso che al tramontare dell’astro berlusconiano si accompagni la cacciata di Santoro dalla Rai. Anche la carne del campione mediatico delle opposizioni si apre e sanguina. La rozza grettezza in cui è sprofondata la nostra lingua in mano ai nuovi comunicatori - come il “fazioso” Santoro - le urla e gli strepiti, il cattivo gusto ostentato senza vergogna, l’asfittico e arido disappunto di chi storce il naso senza reagire, l’incanto vuoto di una continua campagna elettorale, tutto questo inizia a prendere pugni, sberle come si dice.

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Ma da dove prende il popolo la forza di dare pugni? Cosa ha fatto in modo che si andasse alle urne a votare? E a votare contro?

Il nuovo alcalde - questa è una parola che invidio non poco allo Spagnolo, testimonianza del suo matrimonio con l’Arabo e assai più bella del nostro “sindaco” - dicevo, il nuovo alcalde di Milano fa parte di una sezione minoritaria delle opposizioni e non soltanto per posizioni politiche. Giuliano Pisapia è espressione di un’esigenza di sobrietà ed efficacia e la sua immagine non è l’unica punta delle sue frecce. Egli è stato in grado di rispondere con il linguaggio e le parole, cose che per troppo tempo sono state per noi come sconosciute, alla paura e all’ansia che attanaglia i cittadini di Milano e il resto degli Italiani. La paura di finire molto male andando appresso all’Italia-carrozzone dell’era berlusconiana.

Si dice che il Premier non abbia più la magica capacità di essere in sintonia con gli elettori, che abbia perso la sua attrazione comunicativa, insomma che non sia più in grado di comunicare. E, infatti, Berlusconi non è più il simbolo della nostra pancia, delle nostre paure, del nostro odio, delle nostre speranze. La realtà, cruda, inesorabile e dura alla fine sta aprendo una breccia nel teatro. E la luce che inizia a entrare, come in caverne di platonica memoria, svela la fugace e mendace natura delle ombre che ci governano, sedute sugli scranni del potere o su quelli delle opposizioni al potere.

Così i Milanesi hanno scelto qualcuno che forse non si accecherà di fronte alla luce che inizia a entrare. Un uomo capace soprattutto di non farli naufragare in una cieca e arrogante incompetenza, abbronzata, impeccabile e sorridente di bianco.

La paura dei disastri nucleari, dei terremoti, la paura di vedersi rubata l’acqua dalle case ha fatto scegliere le urne piuttosto che la domenica del piacere confezionato. E sopra a tali paure che Berlusconi non riesce più a esorcizzare, come ha fatto con il terremoro de L’Aquila, si è sovrapposta qualcosa che dormiva da tempo: l’indignazione. L’indignazione dovuta al sentirsi sbeffeggiati da leader - con o senza potere - incapaci e pur con tutti i mezzi per fare che non vogliono rispondere delle proprie azioni, perché legittimamente impediti a essere uomini.

Paura e indignazione muovono i pugni del popolo ma quanti Pisapia esistono?

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Lyndon

Mag 31

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A Milano non sono mai stato, perché partendo da Roma ci sarei andato per dover far qualcosa o per amore. Ma adesso che è in mano a un uomo che la renderà capitale di ogni nefandezza legata ai dannati gruppi etnici, mostri orribili degli incubi, a Milano ci andrei anche per il gusto di visitarla, di vedere con i miei occhi il vento che ha preso a spirare sul resto della Penisola, un vento nuovo che pare essere veleno per i polmoni vecchi e il vecchio cuore di Silvio Berlusconi e della sua Italia.
Milano adesso è comunista, se ho fortuna e ci vado in tempo mi godo qualche bella manifestazione di piazza con finale bolscevico; faccio amicizia, fraternizzo con i migranti, mi compro una sciarpa arancione e vado su è già per Via Monte Napoleone – che ovviamente spero di vedere divelta e piena di vetrine in frantumi.

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Milano è rossa! Va be’ diciamo arancione. La Padania tutta soffia arancione su se stessa e dal Nord, quello della classe media avvizzita e piena di rabbia contro tutti, si sente odore di nuovo. In un mondo incartapecorito al cerone di stucco questa parola “nuovo” è come un fiume che inonda una piana riarsa, un flusso inatteso di acqua fresca in una gola assetata.

Siamo tutti felici, abbiamo ricacciato indietro quella massa oscura che ci faceva da cappa, respiriamo ancora una volta all’aria aperta. Abbiamo vinto una battaglia che ci dice della nostra vittoria finale. Il satiro populista è ora come Polifemo: urla e grida disperatamente, ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso, ha aggiunto i suoi inetti sottoposti nella lista lunga dei nemici. Ora è vittima anche dei suoi e la sua Italia sta rovinando sul suo capo.

Il popolo ha scelto. Il popolo ha detto la sua. E i nuovi eletti vedono il sole della democrazia sorgere dalle finestre del proprio ufficio e, allora, scendono in piazza e rivangano l’umore nero della sconfitta trasformandolo in rivalsa.

C’è un vento nuovo che tutti ci innalza, sopra sciarpe d’arancio e teli colorati. L’Italia del Cavaliere ha subito il colpo che la disarcionerà, già assapora in cuor suo la polvere. La nostra Italia risorge da un limbo tossico di anestesia e dolore.

Guardiamo al futuro sorridendo di nuovo. E siamo presi da una sorpresa che non pensavamo più di provare che ci instilla euforia e gioia perché d’improvviso qualcosa è cambiato.

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Poi il grido dello sconfitto alla fine riecheggia, comprensibile. E lo fa quando il caos della vittoria si acquieta, si torna a casa, sfogati e stanchi e si fa abbastanza silenzio per udire quell’eco inquietante.

“Nessuno!”

Grida il Cavaliere. Nessuno lo ha accecato. Nessuno lo ha sconfitto in casa propria, rivolgendo le armi della calunnia contro il calunniatore, inceppando la macchina del fango un po’ come si farebbe con delle banane nella marmitta di un’automobile. Nessuno ha vinto la battaglia. E se nelle orecchie di Silvio Berlusconi ciò vuol dire che ancora deve nascere quello capace di sconfiggerlo, nelle nostre, i nuovi vincitori, ci dice del punto interrogativo sulla nostra identità.

Chi siamo noi se non Nessuno? Usciti, puzzolenti e malconci, da un antro oscuro, una prigione putrida. Scappati da morte certa sfruttando la tracotanza del nostro aguzzino. Non siamo usciti spada in pugno dal carcere. Non abbiamo fatto strage del nostro carceriere, lo abbiamo accecato e siamo fuggiti a respirare.

Di fronte a noi si apre il mare e ci interroga: Se Berlusconi ha perso perché ha trasformato una competizione elettorale da amministrativa e locale a un plebiscito sulla sua persona, come pensiamo di trasformare a nostra volta la vittoria amministrativa in squillo di tronfi nazionali? Chi di noi ha vinto? Il Pd? L’Idv? Sel? Che Italia vogliamo che porti il vento nuovo? Basta un po’ d’aria fresca per dimenticare la caverna in cui eravamo rinchiusi? Perché mai poi ci siamo finiti dentro? E se la Lega si smarcasse, il Pd con chi andrebbe?

E così via.

Voglio proprio andarci a Milano e guardare in faccia i Milanesi per indovinare quale Italia verrà. Voglio vedere se il vento nuovo che tutti ci innalza ci porterà a macellare i Proci nella sala del trono o a sederci con loro a tavola, vedendo bene di chiudere porte e finestre per paura di un colpo d’aria.

Lyndon

Mag 25

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La televisione ci stimola sempre. Questa volta attraverso la messa in onda, in due prime serate e sulla rete ammiraglia della tv pubblica (battuta), dello sceneggiato (ricorriamo al termine dal sapore antico perché rende davvero bene l’idea del prodotto in questione) “Notte prima degli esami ‘82”.

Ora il titolo è sufficientemente didascalico da consentirci di non soffermarci eccessivamente su ambientazione temporale e intelaiatura narrativa: gli albori del decennio teatro e prodromo dell’odierno collasso culturale di casa nostra per la prima, una storiella adolescenziale e di formazione i cui dialoghi e profondità farebbero sembrare anche Moccia un novello Umberto Eco per quanto riguarda la seconda.

Ciò che colpisce ancora una volta è la volontà mistificatoria, fuorviante e tutto sommato inutile (o semplicemente l’unica struttura decodificante e trasmissiva di cui i nostri narratori sembrano in possesso - non volendoli sopravvalutare) con cui si ammanta e ridipinge un periodo cronologicamente vicino, ma così definito e nitido da racchiudere elementi che lo fanno sembrare una specie di “quarta di copertina” di ciò che è attualmente sotto i nostri occhi.

I quattro protagonisti, compagni di scuola di un liceo della capitale, socialmente diversificati ad incarnare grossolanamente i tipi umani che si iscrivono nel nostro milieu socio-culturale-economico, si muovono bidimensionali tra storielle di amori non corrisposti o non compresi (2 dei quattro - i riconducibili all’area della media borghesia), desiderio di affermazione al di fuori delle strade preincanalate costruite dalla famiglia (uno, l’alto borghese, emulo - ma in questo caso coevo  e quindi prototipo - Cecchetto che preferisce all’avvocatura la consolle da DJ), accettazione serena  e italica della manifesta inferiorità condita di tanta simpatia e buon cuore (l’ultimo, il proletario - passatemelo - semplice ma fedele e contento). Unica concessione allo sfondo storico (nda. sembrerebbero gli anni di piombo e del craxismo imperante) rimane allora il fratello di uno dei protagonisti, di qualche anno più grande e si sospetta quindi intriso di tutta quella pastoia politica e dicotomica tra rosso e nero delle lotte studentesche proprie degli anni antecedenti la scena.

Lui vive fuori dal nucleo famigliare e si direbbe, per questo, al di fuori della narrazione degli eventi ma all’interno della storia circostante la narrrazione (come, scusa?). Per caratterizzarlo meglio occorre ricorrere ad un espediente narrativo che ha i contorni del falso storico. Il nostro vive in un centro sociale occupato, la Torre, dove trascorre le sue giornate nell’ozio e nella blanda pianificazione di una dura opposizione sovversiva al nulla. Non temete, gli sceneggiatori non vogliono certo turbare i sonni composti e imbelli dello spettatore. E allora il ragazzo è sì un sovversivo fuori dal coro, ma tutto sommato in rapporti piuttosto buoni con le forze dell’ordine (che entrano pacificamente nel centro sociale in cui vive - sic!). Ad uno di loro, un poliziotto, lo lega anche una sorta di goliardia e complicità da fratello maggiore, quando si trova a dover consolare il fratellino nelle sue pene d’amore. Se poi aggiungete che detto poliziotto è interpretato da Enzo Salvi (e vi lascio a riflettere sul dramma di un uomo, quel Francesco Salvi, che primeggiando nella merda, mai si sarebbe aspettato di dover cedere il passo al fratellino da piccolo sbeffeggiato), capirete che non c’è davvero motivo di preoccuparsi per l’eccessiva crudezza della caratterizzazione storica. Ma il fratello del protagonista è pur sempre un reietto, un estremista e deve pertanto uscire dalla storia. Lui non conosce davvero l’amore. Preferirà, com’è naturale, ad una donna l’occupazione (ma con gli amici) di una fabbrica. E’ risaputo: c’est le communiste oblige!

Possiamo infine rilevare dalla presenza massiccia nel cast di attori al tempo noti per aver preso parte alla serie “I ragazzi della III C” un altro dato degno di nota. Pur muovendosi nello stesso sfondo storico della serie di provenienza, essi si trovano, per evidenti ragioni cronologiche, a dover passare dal ruolo di figli a quello di genitori ad  esempio e monito estremo dell’immobilità della nostra Storia (quella vera stavolta).

Ma non temete. C’è, a ricordarci dove siamo, l’onnipresente vittoria dei mondiali, la corsa di Tardelli panacea di ogni dolore e futuro.

Tutto questa pantomima per camuffare quanto i veri protagonisti del polpettone siano più semplicemente gli esponenti di quella generazione che non ha ritenuto utile gli studi universitari perché inseriti in un ciclo lavorativo e in un sistema economico gonfiato ma ancora in grado di assorbire il declino della competenza e della cultura, siano quelli che intasano attualmente ministeri con tipologie di contratto poi estintesi, e ancora quelli a cui la mia generazione paga malattie, settimane corte, assenteismo e maternità, quelli che hanno creduto alla disco music, al Ministro De Michelis e alla palla dell’Italia 5ª potenza mondiale, i quarantacinquenni/cinquantenni, che proprio in luce della gerontocrazia nostrana, si apprestano ad occupare indecorosamente le posizioni di potere di una piramide lavorativa dove la competenza e la capacità si accumula livorosa e non appagata nemmeno alla base ma nella sabbia intorno ad essa.   

E’ possibile tratteggiare poi un confronto con recenti produzioni televisive o cinematografiche di affreschi storici e generazionali. Dal “Raccontami” di stampo democristiano e buonista al radical chic “La meglio gioventù”, sebbene si stiano paragonando prodotti comunque almeno qualitativamente di fattura narrativa pregevole e curata alla merdaccia che vi ho simil-recensito, sembra che il filo conduttore sia quello dell’impossibilità di raccontare uno sfondo storico senza doverlo necessariamente sclerotizzare, cristallizzare fin quasi alla caricatura facendogli perdere qualsiasi veridicità e potenza descrittiva. Insomma, di solito una storia di paperino restituisce un’immagine più reale e complessa di Paperopoli di quanto riescano a fare queste insulse macchiette.

La storia inizia. Tardelli segna, Tardelli corre, Tardelli esulta. La televisione non lo contiene.

Lui esce dalla televisione. Noi ci entriamo. La storia finisce.

Paolo in diretta dal 1977

…ma soprattutto…version originale      

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