Pamphlet del genioArchivi

Mag 01

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Siate più umani e meno spirituali per una volta.

E’ probabile che, se anche a voi, dopo una vita di sacrifici nel tentativo di negare la vostra natura ultima di indomabile conquistatore di potere e sopraffazione, e dopo aver visto la vostra nazione occuparne un’altra  ripetutamente e a tempo perso (alla volte anche per semplice noia), e dopo che vi fosse stato impedito da una combriccola di  bambini rissosi come voi (ma senza la franchezza di ammetterlo) di fare il vostro comodo con quei giocherelli di cui vi eravate appropriati, e se ancora, nonostante questa situazione, la storia (il tempo, il destino, forze sconosciute o addirittura Dio, qualora voi abbiate deciso, con vostro stesso stupore, di affidarvi a questa superstizione), vi avesse dato una mano relegando gli abitanti di quelle terre, che a voi sembrava stessero lì proprio per l’unica funzione di essere territorio di conquista e devastazione (si sa, noi ragazzi dobbiamo pur sfogarci in qualche modo), al ruolo di umili pulitori di parabrezza, e che ancora foste in fondo riusciti persino ad accettare di buon grado che un paio(1) di questi risibili individui fossero venuti a mietere consensi e pavoneggiarsi nella città straniera (patria di altri bambini che per più di una volta si dimostrarono inaffidabili nei vostri confronti) dove poi aveste deciso di vivere, e che infine all’apice della vostra carriera vi capitasse di essere eletto somma autorità di questa azienda di servizi per la quale sprecate da tempo le vostre pulsioni segrete ed energie (ora questo tipo di società le chiamano più o meno Social Network, e a voi in fondo sarebbe piaciuto anche fare altro, ma c’è pur sempre da dire che, quando avete iniziato voi, la vostra scelta era davvero l’eccellenza del settore), insomma, se dopo tutto questo, vi trovaste in un giorno grigio e piovoso a dover giocare, vestiti da scemi, e con pupazzetti e figurine e assurde filastrocche, e a dover celebrare il trionfo, a voi per altro sospetto, di uno di questi ancestrali catalizzatori delle vostre ire e debolezze profonde, di fronte ad una piazza gremita di un numero spropositato di altri come lui, al rumore di bandiere per voi insulse che garriscono al vento rutilante di un colonnato che improvvisamente vorreste veder brillare infarcito di esplosivo sostituendo l’ora per voi stomachevole odore dell’incenso con quell’antico stridore di guerra (che non vi manca, ma Dio! Come era bello essere giovani e aggressivi!), e che anche l’incrociare lo sguardo del vostro aitante aiutante non riesca a restituire al vostro ghigno un anelito di almeno asettica partecipazione, insomma non credereste anche voi sia normale che, sì, possa, in quel frangente, rodervi profondamente il culo.  

 Intersettiva per Said Baba e per la liberalizzazione del mercato dello spirito e dell’odio

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 Sathya Narayana Raju Ratnakaram?(2)

  • (1) Se il primo è l’indimenticato Zibi Boniek, il secondo chi è?

  • (2) Il Ministro Brunetta nella sua migliore interpretazione del religioso indiano. Trova le differenze!

Dic 14

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Finalmente materiale di prima mano da riportarvi e non insulsa dietrologia sensazionalista, che pur tanto io amo. Cercherò di adottare uno stile più asettico e almeno parzialmente scevro del mio nobile livore da commentarista, altra cosa per la quale stravedo.  Mattinata burocratica. Sveglia all’alba con l’ingenua presunzione di guadagnare tempo, evitando traffico e, forse, file e persone logore d’attese lì dove ci sentiremo ancora una volta scorati e molli elementi di un ingranaggio in putrefazione, se mai è stato salubre. Ma che ci avevate creduto davvero a questa cosa che sarei stato scarno ed essenziale? Amori miei!

Io e la mia dolce metà (si, ne ho una anche io) ci rechiamo al Policlinico Umberto I. Dopo numerosi e vani tentativi di parcheggiare almeno in prossimità dell’edificio nel quale dovremmo entrare, rinunciamo lasciando la macchina in un posto in fondo equidistante rispetto a quello dal quale proveniamo (e non siamo dirimpettai della struttura ospedaliera in questione). E’, ça va sans dire, un posteggio a pagamento. Pazienza!

Dopo circa dieci minuti di attenta ricerca di un parcometro funzionante decidiamo di osare. Rotti gli indugi, abbandoniamo l’autovettura e “hai visto mai?” che la fortuna ci arrida e ci preservi dal flagello dei vigili urbani: con il loro blocchetto di multe si illudono di abbindolarci millantando una inverosimile appartenenza alla specie umana. Lo sappiamo che siete degli infidi alieni! Di certo c’è che si tratta per noi solo di un certificato, dovrebbe in fondo essere cosa breve e indolore. Oh come ci illudemmo!
Dopo aver pagato il ticket per la prestazione medica in termini di succedersi di ere geologiche, lo dico con orgoglio, estremamente contenuti, ci rechiamo, attraverso il dedalo di meandri e anfratti di incompetenza che armonizzano la struttura, lì dove lo studioso di scienze mediche dell’occasione ci attende per espletare abilmente la sua funzione. Oh quelle surprise! Egli non è ancora in sede e, d’altronde è cosa nota, noi non lavoriamo mica e quindi abbiamo tempo da scialare. Una volta giunto, rinunciamo da subito a capire quale è il meccanismo che porta all’avvicendarsi di persone, senzienti o meno, all’interno della sua stanza.

Noi siamo l’attesa. Noi siamo la sfiducia. Noi siamo l’ira sopita e ahimè non funesta.

Cominciamo a temere che, per quanto il quoziente intellettivo dei vigili sommato a quello degli ausiliari del traffico della zona sia probabilmente inferiore a quello di una comune pianta grassa (e guardate che ad alcune di esse ho visto fare cose davvero ragguardevoli), stiamo davvero offrendo troppo il fianco. Unire al danno del ritardo burocratico quello della beffa di una multa ci sembra insopportabile. Prendiamo una decisione. Sembra che la mia dolce metà sarà la prossima ad entrare nell’antro medico, così io decido di precederla andando a recuperare la macchina per poi aspettarla, plausibilmente in quintupla fila, all’uscita dell’edificio. Fini strateghi siamo.

Progetti e loro attuazione vivono sovente in totale distonia.

Recupero la macchina incolume dagli ultracorpi vigileschi, la conduco in salvo dove convenuto e comincio ad attendere l’arrivo dell’altro componente del mio esercito privato con un occhio rivolto agli specchietti retrovisori. Mai abbassare la guardia. Specie quando si è in ottava fila e in prossimità di un cancello dal quale escono ed entrano anche ambulanze. L’attesa si protrae. Il telefono trilla. Pessime notizie. Il medico deve aver accettato una sfida all’ultimo sangue a parcheesi con il paziente in stanza. Non lo lascerà andare finché non sarà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua superiorità tattica. Interromperlo sarebbe da parte nostra davvero indelicato.

D’accordo. In fondo abbiamo raggiunto delle posizioni estremamente difendibili. Avverto il comando, ovvero il nostro ufficio, che, nonostante tutto, contiamo di contenere le perdite e riuscire a raggiungere le nostre postazioni in un tempo degno. Ed è allora che si verifica l’accadimento per il quale ho deciso fin qui di tediarvi con il mio racconto.

Una di quelle vetture che tutti noi abbiamo imparato a conoscere con l’affettuoso nomignolo di auto blu, una Lancia Lybra dal peso specifico di quattro tonnellate e mezzo con deliziosi vetri fumè, sopraggiunge, incurante di ogni qualsivoglia concezione di intralcio del traffico, accodandosi alla mia macchina (della quale non possiede il contenuto ingombro) e costringendo praticamente ogni vettura di passaggio per la via o in uscita dal detto cancello a tortuose e delicate manovre. Dalla parte anteriore dell’economico mezzo di trasporto escono l’autista e, lato passeggero, un corpulento signore dalle evidenti movenze militaresche che si posiziona, attento e reattivo, di fronte alla porta posteriore sul suo stesso lato. Dallo sportello posteriore sul lato opposto fuoriesce invece una gradevole signora bionda che, ricette mediche e prescrizioni alla mano (ho fatto bene ha farmi installare l’occhio bionico del Colonello Steve Austin, una volta che lui si è ritirato dalle scene del supereroismo, l’ho preso davvero ad un prezzo irrisorio) sgaiattola rapace all’interno dell’ospedale. La curiosità è donna ma anche un po’ uomo, e così comincio voyeuristicamente a sbirciare per cogliere l’identità del personaggio rimasto in macchina. Da dove sono riesco solo a cogliere un incipiente pelata e una vistosa benda su un occhio. Che sia un pirata? Sicuramente lo è, ma chi esattamente? Un istituzionale Sir Walter Raleigh o un sovversivo Long John Silver?

Cinefilo mi perdo ad ammirare le movenze della guardia del corpo. Mi sorprendo a pensare all’attento studio attoriale che Kevin Costner deve aver affrontato per interpretare l’omonimo film (nda - omonimo rispetto alla guardia del corpo e non rispetto a Kevin, d’accordo?) che tra l’altro segnò incontrovertibilmente il suo declino come sex symbol e quello di Whitney Houston come (come che?). In ogni caso il personaggio nell’auto non sembra intenzionato ad abbandonare la sua sicura e protetta condizione.
Mi viene in aiuto il ritorno della sua graziosa emissaria, graziosa come solo alcune donne radical chic sanno essere, dissimulando abilmente attraverso una artefatta sobrietà il loro apparente distacco dal modello di donna procace e insulsa dominante l’immaginario collettivo occidentale. Si avvicina, con in mano quelle che sembrano essere confezioni di medicinali e accessori medicali, allo sportello fino ad allora rimasto chiuso.
Arrivato al dunque sarò breve. Dico davvero. Lo sportello si apre, l’uomo tira fuori le gambe come per scendere ma rimane seduto in macchina. Ora io posso vedere. Sono a pochi metri. Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera. Ha una benda su un occhio. La donna gli consegna le medicine in una bustina, gli restituisce dei fogli. Poi si avvicina e sicura, con piglio da professionista, si approssima alla sua benda, la rimuove velocemente e con della garza in mano esegue quella che può sembrare una blanda medicazione. Tutto dura poco. La benda viene riapplicata. Fausto finalmente si alza, a fugare un qualunque dubbio di una sua presunta incapacità di muoversi con facilità. Saluta e ringrazia la donna con fare giovanilistico (ciaociao, graziegrazie). La donna rientra velocemente nell’ospedale. Il politico e la sua scorta nella lussuosa macchina ripartono velocemente.

Io aspetto ancora per un po’ il ritorno della mia amata metà che, dimenticavo, è incinta.

Uno dei tanti omini, non diamogli meriti o responsabilità troppo grosse, grazie ai quali passiamo amabilmente le nostre vite a fronteggiare il declino. Cosa avrà mai dovuto fare per non poter perdere, settantenne e in pensione per quanto ne sappiamo, un’oretta del suo prezioso tempo. Se solo sapessi che il tutto dipende dalla partecipazione all’ambita finale del torneo di bocce del Centro Anziani di Tor Pignattara, oh quanta poesia in quel gesto, oh quanta requie troverebbe allora la mia anima!

Tutto ciò è avvenuto intorno alle dieci di questa mattina. Chissà se Fausto - attualmente Presidente della Fondazione Camera dei Deputati XVI Legislatura (sic) -, qualora fosse stato ancora parlamentare, si sarebbe recato alla votazione per la fiducia all’attuale maggioranza di governo avvenuta in mattinata. E chissà in verità cosa avrebbe votato. E chissà se la cosa faccia poi alcuna differenza.

Paolo

Nov 17

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Devo dire di essere in disaccordo con le considerazioni espresse da Lyndon nel post precedente, o almeno con le sue conclusioni. E così è anche per il successivo commento di S.Patrizio, freschissimo e che leggo proprio mentre scrivo (riesco, con mia sorpresa, a fare le due cose in simultanea ma non so con quali risultati). Mentre, per altri versi, i ragionamenti del Santo mi vedono concorde, come sempre. Ma questo vale anche per l’impianto della riflessione di Lyndon, come è ovvio condividendo noi tutti questo piccolo spazio espressivo. I motivi sono molteplici e non tutti interessanti. Parto dai più semplici.

La narrazione artefatta e poco spontanea di Saviano di solito non attira molto la mia attenzione,  ritmi e appigli che la caratterizzano non sono poi così lontani da quelli di una fiction e  vendite e tipologia di acquirente di Gomorra starebbero a dimostrare che, più o meno, l’attenzione e la curiosità con cui vengono letti i suoi crudi passaggi sono le stesse di quelle tributate dai più alla lettura di rotocalchi scandalistici come “Visto” e “Chi”. Ovviamente la colpa non è in alcun modo ascrivibile allo scrittore ma, come dato, sembra emergere l’esistenza di un genere, di cui egli è suo malgrado rappresentante di spicco, il quale abbia bisogno di una serie solida e schematica di topos per essere efficace, così come qualsiasi altro genere narrativo. E parlando di denuncia e attualità politica, la cosa non può che essere foriera di ulteriori considerazioni. Tutte negative. Chi ascolta un resoconto di Saviano è attratto dalla perizia, dalla crudezza con cui vengono raccontate nefandezze, atrocità, il consolidamento del potere e delle ricchezze. Mediamente i “valori” veicolati, anche se visti e decodificati in chiave diametralmente opposta, sono gli stessi di quelli che costituiscono l’ossatura portante dell’attuale governo, del culto della personalità berlusconiano, ma anche, ahimè (e non riesco a trovare motivi per non interpretarla così) dell’intera realtà culturale, politica e civile del popolo italiano. Il successo, il potere, la violenza, i corpi turgidi femminili e talvolta maschili come pietre miliari, tasselli, occulti o meno, perseguiti o combattuti (con volontà o a livello inconscio in ambo i casi) sono riscontrabili in entrambi i paradigmi che sembrano fronteggiarsi in questo momento nella nostra nazione. Ma il problema sta tutto in quel “sembrano”. L’occhio voyeur della massa mediocre televisiva guarda le cose con il medesimo approccio e  la questione non è allora puramente stilistica, considerando che il modo in cui si espongono o raccontano le storie e quali storie e racconti gli altri stiano mediamente a sentire è, a mio avviso, una cartina tornasole estremamente affidabile della condizione di salute culturale e civile di un popolo. Poco interessante mi pare a quel punto la consueta giustificazione che “Saviano scrive per far capire alla Gente” (si, proprio quella con la G maiuscola, spesso disinteressata e atarassica se nessuno la stimola a vedere dove altri non vogliono si guardi), proprio perché quella è la stessa gente che, in forza alla propria mediocrità,  cinque minuti dopo essersi commossa per “la storia del ragazzo che vive sotto scorta perché ha sfidato la camorra” può tranquillamente cambiare idea se chi in quel momento gli parla è così bravo e convincente da toccare le corde giuste. Il punto è: siete sicuri di voler convincere questo pubblico?

L’informazione, è ovvio oltre ogni dubbio, in Italia non ha più fruitori, ma solo consumatori.

Lo sa bene Bersani ospite di Fazio (e non potrebbe essere diversamente giacché “La Coop sei tu, chi può darti, chi può darti di più?). Lo sa  altrettanto bene Mentana e il suo TG “on demand”. Conosce i gusti informativi del suo pubblico come quelli del suo gelato preferito: “Siete stanchi di sentir parlare di un litigio finito male tra cugini in apertura a tutti i notiziari? Allora noi vi parleremo prima della politica nazionale e poi del perché gli altri vi parlano tanto di una lite tra cugini finita male, parlandovi anche un po’ di una lite tra cugini finita male (che a me il gusto pistacchio non piace, ma poi arriva sempre il solito stronzo al bancone che  te lo chiede…). Il consumatore chiede e viene amorevolmente ricompensato dal suo commerciante di idee.

E non sto dicendo che il folle attacco condotto da Maroni, da una carica istituzionale, descritto da Lyndon sia cosa da far passare sotto silenzio. E infatti anche Lyndon parla di reazione biliosa di Maroni davanti all’arena televisiva, perché pesa di più la brutta figura davanti al proprio pubblico piuttosto che le accuse mosse. Ma il punto è che anche al pubblico (altrimenti le cose cambierebbero davvero) interessa più la reazione di Maroni piuttosto che la verifica o la smentita delle accuse formulate. Il pubblico ride di Cetto La Qualunque e il pubblico vota Cetto La Qualunque. Tutto il pubblico. Di destra e di sinistra. Perché i Cetto La Qualunque sono davvero bipartisan. Dobbiamo farci i conti con questa cosa.

Voglio dire che attualmente in Italia per la quasi totalità delle persone, mi ci metto in mezzo se ciò riesce a dare più chiarezza alla cosa (e perché, nonostante i nostri sforzi, siamo tutti già più vittime del meccanismo di quanto non ci piaccia ammettere) è possibile simpatizzare, senza troppa fatica, per il ragazzo dagli occhi buoni che ci ha disvelato una volta di più gli orrori della criminalità organizzata (ma non ci sentiamo già idioti per una tale considerazione?) e cinque minuti dopo per un altro ragazzo figlio di camorrista che cerca il riscatto tra le mura di un reality show. Gli occhi che guardano sono gli stessi. Quando si arriva sul bordo del baratro si deve avere il coraggio di guardarci dentro e non di pensare che, quando eravamo due metri più indietro, il rischio di cadere era minore. Quello che dico è che, tutto sommato, meglio culi e tette se il nemico è solamente uno a cui quella sera non andava di vedere culi e tette.

Paolo

Ott 06

Tenterò qui in diretta per la prima volta sulle pagine di un blog italiano un esperimento di olofrastica estrema. Per inciso, l’olofrastica può essere definita come quella tendenza propria di tutte le lingue naturali, e tipica soprattutto di alcune fasi del loro apprendimento, in cui un’unica parola, spesso anche minima (affermazioni, negazioni, avverbi …) sta a veicolare un’intera frase.

Il passo verso l’olofrastica estrema è breve.

Il mio esperimento consisterà nel condensare all’interno di un’unica parola l’intera costruzione ideologica soggiacente all’argomento di un post e le sue conseguenti riflessioni, analisi ed eventuali conclusioni. Spero di essere stato sufficientemente chiaro.

Il post ed il suo argomento: Walter Veltroni non aveva detto che sarebbe andato in Africa ad aiutare i bambini poveri dopo aver gettato la nostra nazione nel miserevole stato in cui versa?

L’esperimento è qui. [ 00.jpg ]

Attendo reazioni e conferme.

Remo Valanga

intersettiva.it