Pamphlet del genioArchivi

Ott 06

Tenterò qui in diretta per la prima volta sulle pagine di un blog italiano un esperimento di olofrastica estrema. Per inciso, l’olofrastica può essere definita come quella tendenza propria di tutte le lingue naturali, e tipica soprattutto di alcune fasi del loro apprendimento, in cui un’unica parola, spesso anche minima (affermazioni, negazioni, avverbi …) sta a veicolare un’intera frase.

Il passo verso l’olofrastica estrema è breve.

Il mio esperimento consisterà nel condensare all’interno di un’unica parola l’intera costruzione ideologica soggiacente all’argomento di un post e le sue conseguenti riflessioni, analisi ed eventuali conclusioni. Spero di essere stato sufficientemente chiaro.

Il post ed il suo argomento: Walter Veltroni non aveva detto che sarebbe andato in Africa ad aiutare i bambini poveri dopo aver gettato la nostra nazione nel miserevole stato in cui versa?

L’esperimento è qui. [ 00.jpg ]

Attendo reazioni e conferme.

Remo Valanga

Set 14

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La Signora Gelmini, alla quale è toccato in sorte di guidare il sistema scolastico e universitario del nostro Paese in zona FOLA - Fottuto Oltre Limiti Accettabili - rilascia dichiarazioni orribili su Famiglia Cristiana riguardo la lettura della Bibbia nelle scuole italiane.

In prima battuta mi verrebbe da rispondere a tali dichiarazioni ribadendo l’assoluta laicità dello Stato, lo farei con uno stile duro, gridando alla Signora Gelmini la contraddizione enorme, disonesta e pericolosa che va portando avanti - con quella sua maschera da Maestrina dalla penna rossa che tanto piace - contraddizione per cui si porterà il peso della crescente fobia di tutto ciò che non rientri nelle presunte radici cristiane dell’Occindente.

Poi dal mare della Rete emerge anche l’accusa forte e rigorosa della Cei contro il Governo sull’affaire libico. Anche in questo caso sarebbe opportuno rimarcare la differenza fra Stato e Chiesa, sarebbe doveroso e necessario, non fosse per altro per sfogare la frustrazione dovuta a una tirata d’orecchie cosi terribilmente imbarazzante che ci rende ancor più ignobili di quanto già non siamo agli sguardi esterni.

Ma, lasciata sbollire la collera e l’incazzatura per come si insozza e marcisce questo Paese, mi sovviene una parola: Realpolitik.

Ecco dunque che le parole della Signora Gelmini appaiono come il pallido, maldestro tentativo di “leccare il culo” - espressione ormai rinomata in gergo - al mondo cattolico, in particolare a quello più conservatore e reazionario, con lo scopo di mitigare proprio quella volontà politica che sta dietro alla severa voce della Cei e che non fa ormai più alcun mistero della sua intolleranza nei confronti del Governo.

Dunque, la Signora Gelmini rispolvera un bignami di Teocon’s theory beginner ma tutto quello che ottiene è fare incazzare uno come me e spero come voi che leggete. A vederci bene la questione gira esclusivamente attorno all’espressione gergale poc’anzi utilizzata: “leccare il culo”, sia nei confronti del Papato e del mondo cattolico, sia nei confronti del Regime libico.

In entrambi i casi facciamo la figura di molli, meschini umanoidi sui quali si possono sparare proiettili veri o parole più dolorose e mortali dei proiettili stessi.

Lyndon

Set 09

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…mmm… non saprei Saiola (vedi sotto), ti seguo da sempre ma sono più o meno in disaccordo con alcune tue considerazioni, e poi sono in vena di precisazioni…

Partendo dal buon Enrico Ruggeri, senza la i dopo la doppia g (a meno che tu non ti riferissi a luiche però non mi sembra di aver riconosciuto tra i giudici). Non starò qui a magnificare la sua appartenenza nonché leadership di uno dei primi gruppi nostrani riconducibile, seppur con tutti i distinguo e le dovute cautele, al genere noto come “punk”, tra l’altro in concomitanza con la diffusione internazionale di detto filone e non con gli endemici 10-15 anni di ritardo che la produzione musicale di casa nostra, e i conseguenti gusti del pubblico, accumulano rispetto al resto del creato.

Una breve digressione a tal proposito  meriterebbe l’album che il nostro ha pubblicato nel 2004. Sebbene non si possa davvero considerare indimenticabile il lavoro in questione, e lasciandomi pervadere da quelle che sono soprattutto le ragioni del cuore, direi che in fondo poco conta il contenuto di un album dedicato al figlio tra i turbini del ribellismo adolescenziale, se questo è intitolato “Punk prima di te”. In fondo il vertice creativo e poetico è stato già raggiunto nel titolo, no?

Ma dell’un tempo occhialuto cantante (tra i primi n Italia a sottoporsi all’operazione di correzione della miopia, se la cosa può essere di qualche interesse) io apprezzo anche la produzione recentissima, fino a quella “Notte delle fate”  portata all’ultimo San Remo (questo il video ufficiale, ma la versione orchestrata eseguita al Festival era a mio avviso ancora più convincente) e che gli è valsa la quasi immediata esclusione dalla gara proprio in virtù della palese e ostentata fedeltà della canzone alla linea produttiva dell’artista, senza quindi nessun possibile occhieggiamento furbino ai gusti immutabili del festival e a quelli del momento. Proprio questa mi sembra infatti la miglior dote di uno dei nuovi giudici della trasmissione: una coerenza e semplicità musicale che mi fanno riporre in lui la medesima fiducia che ho ovviamente nei confronti di Elio.

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E d’altronde la cosa è già stata ampiamente dimostrata negli 80.000 (vi prego, non pensate seriamente  a cosa voglia dire un numero così esorbitante di persone che ritengano in buona o cattiva fede di poter vivere delle prodezze della propria voce … non ve lo meritate!) provini che i giudici hanno dovuto affrontare quest’anno prima di dare il via alla nuova edizione.

Mi rendo anche conto che a fare da contraltare ad un’indubbia competenza musicale ci siano però anche una serie di terrificanti esperienze come conduttore televisivo, tra l’altro di programmi di incerta collocazione intellettiva,  che non sarebbero giustificabili nemmeno se il buon Enrico si fosse trovato in quei frangenti in grave ambasce economiche. Ci sarà in fondo una ragione se dopo di lui la conduzione di Mistero (ma che dite, a lui l’avevano affidata solo per l’omonima canzone?  L’interrogativo potrebbe essere argomento di una puntata della trasmissione stessa) è stata affidata al maestro Raz Degan, il quale ha creduto, lo si coglieva nel suo sguardo allibito e anche un po’ spaventato, a ognuna delle innumerevoli singole cazzate siano state affrontate nel corso del programma e presentate come incredibili fenomeni dell’occulto e del paranormale.

A lasciarmi perplesso è invece il nuovo meccanismo del talent show, che con quattro giudici porterà di fatto a ricorrenti ipotizzabili situazioni di parità (a meno di un’auspicabile coalizione a larghe intese anti-Tatangelo), dirimibili soltanto con il ricorso all’amato televoto, garanzia di pessima qualità ma di ottimi ascolti, e che depaupererà incontrovertibilmente ogni serietà di giudizio da parte dei giudici.

Mi trovi in leggero disaccordo anche su Katy Perry, che seguo fin dall’esplosione internazionale del 2008 con Hot’n’Cold.  Alcuni ritmi e sprazzi della sua breve produzione, pur riconducendola in sostanza al filone delle Lolite Pop di spearsiana memoria, le donano anche una lieve connotazione Brit (inusuale in un prodotto americano) che non disprezzo totalmente e che me la rendono più facilmente accomunabile ad una tarda “Spice Girl” piuttosto che ad una post Shakira, cosa che, spero vogliate convenire con me, presenta delle differenze non di poco conto.

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Concordo invece, come naturale, sull’individuo Facchinetti, essere umano il cui ruolo nell’intelaiatura cosmica continua a sfuggirmi, e verso il quale il mio sgomento e risentimento è aumentato una volta appreso della di lui attuale liason  con Alessia Marcuzzi. Vogliate a tal proposito scorrere questo breve articolo (la cui versione integrale i coraggiosi potranno trovare su Vanity Fair del mese in corso). Ritengo che somma attenzione debba essere tributata alla parte relativa alle ragioni del primo incontro tra i due e che si debba poi procedere velocemente a trovare anche noi altri dei buoni contatti all’interno di Facebook Italia e scaricare invece i soliti all’interno di Facebook Bolivia di cui attualmente disponiamo.

Ma  già, tu hai visto un film con Vaporidis e per questo io ti temo e ti rispetto.

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Per quanto mi riguarda, mi riprometto quest’anno di seguire più attentamente Voyager, rotocalco di conoscenza misteriosa capitanato dal valente Roberto Giacobbo. Sono infatti sicuro che il tenore medio di una puntata del programma, sempre in bilico tra “Dante è stato in Islanda prima di scrivere la Divina Commedia e a questa terra si è spirato nelle sue descrizioni dell’Inferno” e “Ci sono prove inconfutabili dell’esistenza di Batman anche durante il crollo del WTC del 2001” ma anche “Elvis Presley ha rapito gli alieni e  gli ha insegnato il suo maestoso movimento pelvico, per loro letale dopo prolungata esecuzione e ragione per cui nessuno ha mai invaso il nostro pianeta”*…insomma, mi sarà utile per una migliore comprensione della mia, della nostra e della vostra natura ultima.

Ecco, come al solito mi nascondo dietro un filo d’erba, e baratterei volentieri la smania televisiva che mi avvince con un solo barlume di maggior comprensione e speranza per le sorti di questa nazione ferita, le cui tendenze, umane prima che politiche, rifuggono da qualsiasi analisi,  catalogazione o interpretazione semplicistica. O forse questo è l’unico modo per salvarsi?

 Doriano Sampieri  

* Attenzione! Solo una delle precedenti frescacce è frutto della mia fantasia malata. Le altre sono di quella di Giacobbo e di quelle dei suoi collaboratori presumibilmente.

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Lug 29

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Questo post nasce sulle ceneri di un altro post. Una bozza contenente una pletora di idee e pensieri più o meno tutti orbitanti attorno al concetto di “quanto il mensile Wired (o almeno la sua edizione italiana) sia una rivista insulsa, di infimo valore informativo e in perfetta linea con i più gloriosi precetti della spocchia culturale dell’area progressista di casa nostra”. La bozza ha giaciuto lì per diversi mesi, inerme e paziente, prendendo più volte nella mia mente la forma di una spietata invettiva condita di tutta la retorica e la proterva e meschina ironia di cui sono capace. Ma nel frattempo anche io, sprovvisto degli indispensabili gadget hi-tec nonché della facondia contaminata di neologismi desunti dalla gloriosa Arte della Navigazione in Rete, né tantomeno munito di eloquio possibilmente scevro di accento (che volgarità!) di cui il lettore medio della pubblicazione in oggetto non può certo fare a meno, ho avuto una vita. Piuttosto movimentata direi, tra l’altro. E insomma, il destino ha voluto che io me ne fottessi bellamente. Questo per dire, che a voler proprio spaccare il capello (o altro, “come vi piace”), Wired avrebbe anche potuto farmi ricredere. Ammesso e non concesso che qualcuno della sua folcloristica redazione avesse interesse nella cosa. Così però non è stato. E io ora mi sento pronto a riprendere lì dove ho lasciato. Magari nel frattempo lo scenario è un po’ cambiato, nuovi gli elementi di valutazione, rinnovati ma pur sempre all’insegna della gratuita denigrazione i miei pensieri, mettiamoci in fondo anche l’attraversamento di una delle mie cicliche assenze di interesse, volontà e fiducia nella sfera comunicativa. Di una cosa non dovete preoccuparvi. Sarò saccente, ampolloso, violento e naturalmente aporetico come si conviene. Proverò in rari momenti ad essere anche onesto. Non ci saranno link, interni, ad argomenti già ampiamente dibattuti qui su Intersettiva, né tantomeno esterni, alle fonti delle tematiche trattate di seguito. Perché ho deciso così e perché “vedi un po’ se in un panorama mediatico così parziale e pressappochista come il nostro, non posso permettermi io da questo umile blog di dire cose che penso senza doverne verificare veridicità e correttezza”. Un ultimo avvertimento. Non credo parlerò di Wired.

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Iniziamo dalle banalità. La questione morale. Quella divertente del centro destra, che la vive un po’ come un gadget di credibilità indispensabile (ma dove vai al giorno d’oggi senza un pizzico di questione morale?). E quella atavica del centro sinistra. Che da “questione” diventa presunto “primato” morale, come se stessimo parlando di un traguardo raggiunto e non più perdibile. Comunque sia, a seguire, una serie di domande che possono, ritengo, legittimamente affiorare tra i nostri pensieri: primato raggiunto da chi esattamente? Con che tempo e in che anno? Oppure raggiunto dalla storia collettiva che tutti ci avvolge? E di conseguenza, quali sono le prove e le sfide che si debbono esattamente affrontare e superare per l’investitura? Chi sono quelli che invece hanno fallito ad un soffio dall’agognato obiettivo? Esistono delle medaglie che lo certifichino inconfutabilmente? Perché ci si dovrebbe sentire eredi di un portatore sano di moralità piuttosto che di un altro? Il primato morale è come un virus che si contrae una volta versata la prima quota di iscrizione al partito? E’ necessario un richiamo dopo cinque anni come per un vaccino o si sviluppa una sorta di immunità biologica alla disonestà? Questioni spinose che mi attanagliano.

Non sono in grado di affrontare l’argomento dal punto di vista politico e partitico ma solo da quello personale e civile.

Allora, e intanto, vi racconto una storia. Io ho due amici, che tra l’altro conoscete piuttosto bene anche voi. Rocco Stark Steyvesant e Carolina Scintilla. I due vivono insieme già da un po’. Galeotta fu la nostra redazione. Forse non era questa la sede giusta per rendere pubblica la cosa, e questa non è la rubrica del “Gossip ma per dotti” che noi tutti amiamo, ma la rivelazione ci serve esclusivamente come dato di partenza. Avrei potuto tranquillamente inventare due incolori Signor e Signora Rossi (sono arrugginito, ma me la cavo ancora bene con l’ossimoro) ma poi ho pensato che in fondo, in barba alle iniziali dichiarazioni e al contrario del giornalista medio italiano, io sono davvero onesto intellettualmente e parlo solo di ciò che realmente conosco. Vi vedo, sapete. Ora non ve ne sta fregando niente di quello che dico e siete solo invischiati a fantasticare su quali e quante effusioni si scambiano i due piccioncini. Ma, per favore, andiamo avanti e niente commenti.

Quando Rocco e Carolina si sono conosciuti e hanno deciso di andare a vivere insieme nella bicocca da scapolo di Rocco, dopo qualche mese i due si sono trovati di fronte ad un dilemma, burocratico per un verso, morale dall’altro. Non sto parlando della riorganizzazione degli ammennicoli della garconnière di Rocco. Il punto in questione è che anche la nostra Carolina possedeva una sua piccola e tenera residenza in cui si era, poco prima di conoscere il bell’imbusto,  trasferita e che aveva comprato con grande sacrificio. In ogni caso, e consapevolmente da parte loro, un dilemma da privilegiati in questa buia epoca. La scelta dell’affitto della casa di Carolina sembrò ad entrambi sensata. Ben conoscendo il famelico e moralmente oltraggioso mercato degli affitti della città di Roma dove vivono, i due hanno scelto innanzitutto di fissare una somma che sembrasse sostenibile, umana e non vessatoria ai possibili affittuari. Dopo alterne vicende sono riusciti a trovare una simpatica famigliola con la quale hanno instaurato un rapporto di amicizia e confidenza, tanto che in occasione di alcune difficoltà economiche del capofamiglia, unica fonte di reddito del piccolo nucleo, i nostri colleghi si sono detti disponibili ad abbassare almeno temporaneamente la cifra pattuita inizialmente. La soluzione sembrava la più logica. Così le parti hanno convenuto di fare e il nuovo accordo è tutt’ora in utilizzo.

Ma subito dopo aver trovato gli inquilini per la casa di Carolina, un altro scoglio si è presentato alle menti creative ed indefesse dei due. Un affitto è pur sempre un introito, ed un introito deve essere dichiarato e legale a livello fiscale. Ovvero, occorre pagare delle tasse. Ancora una volta i due, pur immaginando i possibili esiti di questa loro intuizione, non si sono persi d’animo. Attraverso il folle ingranaggio burocratico hanno prima dichiarato regolarmente il contratto d’affitto, pagandone le relative tasse, e addirittura certificando l’idoneità alloggiativa dei locali che stavano per essere abitati da nuove persone. Poco importa ai nostri se nel farlo sono stati guardati come alieni dagli stessi dipendenti preposti all’uopo di una circoscrizione della loro città, guarda caso una di quelle dove la sinistra radicale (magari lo fosse davvero!) che la gestisce espone, come consuetudine, i suoi mille buoni propositi ed i conseguenti mille e uno lori inadempimenti. Poi i due hanno atteso.

Atteso ciò che sapevano. Ovvero che il reddito dichiarato con l’affitto si sarebbe sommato a quello che Carolina percepisce annualmente grazie all’aureo stipendio Intersettivo (speriamo che questo non provochi un’ondata di Curriculum in redazione, tra l’altro la cosa vale solo per gli stipendi delle giornaliste, mentre noi maschietti siamo sfruttati e sottopagati vigendo nell’universo Intersettivo un regime di matriarcato e segregazione sessuale ai danni dell’uomo…). Risultato un consistente aumento per la nostra Carolina delle tasse annuali in seguito alla dichiarazione dei redditi. Tasse per questo Stato che sembra al momento ben lungi dal restituirgliele sotto forma di servizi.

Ma i nostri amici preferiscono così. A loro piace dormire tranquilli e beati nel lettone modello Imperial a forma di cuore e foderato di velluto rosso.

Ma Rocco e Carolina non sono però certo dei santi. E spesso, come tutti, cercano solo di salvarsi dal mondo che li circonda. Sperano solo di accorgersi sempre in tempo di quando la loro naturale propensione alla difesa stia diventando lesiva nei confronti di qualcun altro o peggio, perché meno manifesto, dell’intera collettività. Loro almeno ci provano.

Tutto questo per dire (che non so mai quanto i miei esempi siano comprensibili per chi non conosce tutti noi e questo in fondo, con scarso rammarico da parte mia e, suppongo, anche da parte dei miei fantomatici lettori) che la moralità, la correttezza intellettuale e civile, la vera e propria educazione, sono in realtà, dopo milioni di anni di evoluzione biologica e pochi spiccioli di tempo di evoluzione culturale, delle eteree chimere, dei punti fermi davvero scivolosi. Noi non siamo fatti per essere davvero onesti fino in fondo. Noi siamo fatti per trarre il massimo giovamento, se possiamo con il minimo sforzo, ma soprattutto senza ricevere danno. La battaglia per la moralità collettiva inizia con la battaglia costante e sanguinosa con la moralità individuale. Essere spietati è l’unico antidoto. Intransigenti con se stessi prima che con gli altri. Se possibile non dovremmo nemmeno passare avanti in un una fila all’ingresso di un concerto solo perché ci aspetta un nostro amico che - telefonino alla mano - “Oiiii, mi vedi, si, sto arrivando, eh, ho fatto tardi, c’era un traffico! Scusate permesso, no, si , guarda no, il biglietto ce l’ho già, si, sto solo raggiungendo un mio amico che sta in fila più avanti eh, scusa eh, grazie…” o incepparci nel ben più vituperabile “ma si guarda, se mi dai il tuo curriculum, lo do ad una persona a cui sicuramente può interessare, no, questa non è una raccomandazione, è una segnalazione, io sono contrario alle raccomandazioni e poi se non ci aiutiamo tra noi che valiamo qualcosa…”.

E’ una battaglia, ed è dolorosa, violenta e perenne. Niente tregue. Ne siamo tutti colpiti indistintamente: essere onesti è faticoso.

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Al primo impatto potrebbe sembrare fuori luogo, ma vorrei continuare provando qui di seguito a tratteggiare un piccola descrizione di quello che è il mio capo, ma che in fondo potrebbe essere un capo qualsiasi di chiunque di noi. In lui ogni scelta ed azione è figlia di una competenza mai comprovata o messa in discussione e comunque non guadagnata, ma ereditata immeritatamente per appartenenza di classe e censo. E’ scarsa se non assente una qualunque propensione al miglioramento o l’umana curiosità nei confronti dell’innovazione, di qualunque genere e portata essa possa essere. Mi appare come divorato dalla costante brama irrefrenabile per un potere, che vorrebbe assoluto, e che una volta raggiunto esercita in maniera mediocre. Eppure, ne sono quasi convinto, avverte un forte primato morale nei confronti del mondo circostante. Voi ci capite qualcosa?

 [Intervallo] 

Se ti sei rotto il cazzo a leggere questo post e, credimi, io ti capisco, scarica la versione stampabile [every-word-was-once-an-animal.pdf]. E’ formattata male, è un volgare pdf senza immagini, te lo devi salvare in una cartella e non si aprirà in un avveniristico pop-up (Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, inorridirebbe al solo pensiero) ma sostanzialmente dice le stesse minchiate che vedi sul monitor. O magari potresti volertelo incorniciare vicino al tuo comodino…

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Ora, tanto per cambiare, mi contraddico. Wired. Avete presente quei temibili editoriali autocelebrativi e scritti con una disposizione grafica che all’occorrenza anche un bambino dell’asilo saprebbe migliorare. Tono paternalistico e di non esclusione e solidarietà con chi, pensate un po’, non “tweetta” o non sappia cosa sia un “app”. L’odiosa storia della candidatura “per noi” di Internet a Premio Nobel per la Pace - fa anche piuttosto ridere a scriverlo e leggerlo così. “Hei ragazzi, il mese scorso non c’ero! Ero per voi ad Oslo a candidare Internet a premio Nobel per la Pace! E’ stato fantastico!”. Capite? Lui ha candidato per noi - che non glielo abbiamo chiesto, o almeno io non sono stato avvertito da nessuno - il suo amico fichissimo Intenet a premio Nobel per la Pace! E per far questo è andato niente poco di meno che a Oslo. Per noi, capite? Noi bimbi indifesi. Lui e  quella sagoma del suo amico Internet ad Oslo? Ci capiamo? E perché ce lo dice? Ci è forse andato a piedi ad Oslo, emulo del compianto Ambrogio Fogar? E io che pensavo che lui fosse uno tutto teleconferenze e realtà virtuale se non addirittura teletrasporto! Invece avrà viaggiato su un banalissimo aereo.

Oppure potremmo parlare dell’altrettanto temibile momento magico dei suoi rapporti e delle sue ambasciate, sempre per noi si intende (che lui ci avrebbe davvero altri cazzi da fare, invece ci siamo sempre noi a chiedere, chiedere, chiedere…), presso le alte sfere istituzionali, comprensive e accorte nei confronti del nuovo che avanza. Riesce addirittura a favoleggiare di tanto in tanto di parlamentari che lo implorano di spiegargli questa nuova favolosa realtà tecnologica, sentendosi minacciati e in procinto di essere esclusi da quel popolo giovane che tanto amano e che vogliono capire fino in fondo. Imperdibile! Ma in fondo Riccardone è magnanimo, non vuole escludere a priori chi non ha nemmeno uno smartphone in tasca, e seppur ne capisce assai di Netsusuku, lo sai che ti dico: secondo me adora il suo vecchio Vespino 50 cavalli dal faro tondo.     

Ogni tanto, solo ogni tanto, si ha la sensazione di sbagliarsi, ci si trova di fronte ad un articolo stranamente ben scritto, dal taglio tecnico, corredo fotografico eccellente, nessuna parvenza di sottostare alle legge editoriale secondo la quale più di mezza colonna di tecnicismi ed analisi approfondita di un argomento (senza parabole o storie strabilianti sulle leggendarie vite di chi è in esso coinvolto) possa indurre il mediocre lettore da tazza del cesso ad abbondante disgustato l’articolo. Eccolo lì, si arriva alla fine e con poche possibilità di errore scopriremo che è un articolo importato da un’edizione straniera della rivista.

Le vette del sublime ovviamente si possono toccare con il piccolo glossario mensile delle parole wired, in cui ci viene doviziosamente impartita l’etimologia, spesso di dubbia provenienza, il corretto utilizzo, spesso di dubbia importanza, e soprattutto la tendenza del momento per quel particolare neologismo di natura hi-tec  (in o out, anche “Verissimo” di canale 5 ha una rubrica simile, dedicata ai VIP certo, ma sostanzialmente di questo si tratta). Quest’ultima categoria sempre di dubbia intelligenza.

Cotante piroette giornalistiche hanno valso l’ingresso a pieno titolo della rivista nella rassegna stampa notturna del TG5. Traguardi. Avranno incorniciato l’attestato in redazione? O avranno fatto una cornice digitale touch screen? Propendo per la seconda ipotesi, ma sembra sia stata un’esigenza più che un vezzo. Non hanno trovato nessuno in grado di appendere un chiodo in ufficio.

Discorso a parte merita la rubrica di Matteo Bordone, ex giudice illuminato di XFactor, dedicata alla prova di utilizzo e successiva recensione di alcuni indispensabili e nuovi elettrodomestici adatti, si direbbe, al piccolo lettore di Wired. Vorrei parlarne male, ma credo che chi ha fatto, consapevolmente o meno, del proprio principale obiettivo nella vita quello di assomigliare a quarant’anni ad una copia imbolsita e con la barba di Ataru Moruboshi, beh, forse, il castigo se lo è già scelto da solo.

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Vi lascio con un ultima digressione.

Un avvenimento che ha destato la mia curiosità negli ultimi tempi è il plauso di solidarietà e ammirazione che ha accompagnato la presa di posizione e il conseguente allontanamento dalla testata televisiva della giornalista Rai Marialuisa Busi. Indignata, giustamente - dico sul serio -, per il pietoso stato in cui versa la nostra pubblica istruzione (tanto da dover comprare in prima persona la carta igienica per il bagno della scuola delle figlioletta futura giornalista), si discosta temerariamente dalla linea editoriale a base di chiappe e consigli ludici pre-estivi del TG di Minzolini.

Ovviamente non è in discussione il possibile apprezzamento nei confronti del gesto coraggioso da parte del mezzobusto, tenuto comunque conto della possibilità di fregiarsi di tale temerarietà vista la posizione lavorativa (e a chi sciopera o occupa una fabbrica? Gli diamo il David di Donatello o il Leone d’Oro?). A lasciarmi perplesso è l’osanna acritico e compulsivo dell’elettorato medio del centro sinistra pronto - come sbagliarsi - ad una nuova serie di girotondi di protesta e ad eleggere una novella Pasionaria che possa contrastare il demonio. Purché questo non contrasti con i progetti di vacanze estive nella casa al mare di Capalbio. Sembra più che altro un errore ricorsivo o una tendenza masochista visti i precedenti con Santoro, Luttazzi e via dicendo. Solo la prossima stagione televisiva saprà infine dirci la verità.

Tra l’altro la protagonista dell’episodio è anche bionda, certo un po’ in là con gli anni rispetto alla media, e allora chissà che non ci sia in arrivo per lei un posto alla corte del riccioluto presentatore. Vedremo. In ogni caso c’è sempre l’opzione europarlamentare, che non passa mai di moda. E Bruxelles, borgo provinciale che in pochi anni è passata da cittadina dalle oltre cento birre locali alla finta metropoli dalle migliaia di immigrati politici di alto rango e scarsa predisposizione all’apprendimento delle lingue e della civiltà (altrui e tout court), è così accogliente e romantica in autunno. I bagni lì saranno sicuramente straripanti di carta igienica morbida e profumata.

Il tutto in un tempo in cui probabilmente, turisti nella tentacolare terra d’America, non sareste nemmeno accolti dal macchiettistico perpetrarsi dell’estensione dello stereotipo pressappochista (ripetere 10 volte a mò di mantra la riga precedente per il raggiungimento di una profonda pace interiore)  “Pizza! Mandolino! Baffi neri! Soffia Laren!”… ma invece da una ben più triste, e chi lo avrebbe mai detto, sostituzione del tipo “Ittalliano! Ciglia deppilate! Berluscone! Lizzabetta Cannallis!” (ripetere 10 volte in litania la frase virgoletta per il raggiungimento di una beata incazzatura). Insomma, ci dice di bene in meglio, no?

Fortuna che a bilanciare, morale o meno che sia, arriva l’eterno binomio “puttane & cocaina”, anche in questo caso vissuto come accadimento del tutto scisso dalla volontà del singolo. 

La cocaina, questa infingarda, continua a mietere vittime sul viale del successo.  Io non ci credevo, eppure è così: l’attimo prima sei lì seduto a sciorinare il rosario ed ammonire in tono bonario ma vigile la lunghezza della gonna di tua moglie “cara, ti si vede il polpaccio!”(si intende tua moglie dopo l’annullamento dei tuoi tre precedenti matrimoni in seguito a sentenza della Sacra Rota) e l’attimo dopo eccoti lì, strafatto di crack, polvere bianca e caviale, con la cravatta buona annodata in fronte, sudato, a strusciarti fuori tempo ad una diciannovenne siliconata con sincere e valide aspirazioni artistiche in piedi sul tavolino di un locale alla moda di cui è proprietario un calciatore. Molti dei miei migliori amici se ne sono andati così. Che Iddio li abbia in gloria!

Ma soprattutto “è importante non dare il segnale che chi fa uso di stupefacenti ha successo” dice il Sindaco di Sanremo”. Meglio demonizzare chi è intelligente, aggiungo io.

Fortunatamente sono solo 8 i numeri che mancano al termine del mio abbonamento a Wired.

Nella prima versione di questo post avevo scritto, non so più il perché, “Passo e chiudo”. Ora non chiudo più, e passo solo per poco. Sono qui per criticare senza costruire. E ridere di voi.

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Hanno collaborato a questo post:

Il Doge di Casa Micciola - reduce da un tour internazionale di conferenze sul tema “Il ritorno dell’oligarchia e la Settimana Enigmistica come strumento per dirimere le controversie” si dice favorevole alla legge bavaglio purché non contravvenga allo ius primae noctis che lui esercita indistintamente su coppie etero ed omosessuali residenti nel suo feudo sperduto tra i boschi dell’Appennino Tosco-emiliano.

Carolina Scintilla - vive tra Dunedin in Nuova Zelanda e il Casilino a Roma e quindi presumibilmente all’altezza del Mar delle Laccadive. Si nutre esclusivamente di zenzero e spuntatura di maiale. Di prossima pubblicazione per i tipi delle Edizioni Paoline la sua autobiografia romanzata “Rockin’ with Rocco - The uncensored truth”, bandito in 43 paesi.

Leonardo Tramezzi - ha fatto finta per noi di essere un rampante ed integrato sostenitore dell’intellighenzia progressista capitolina andando a fare spesso e volentieri aperitivi serali nel noto quartiere trendy e di sinistra del Pigneto a Roma. Pur padroneggiando splendidamente il dialetto alto calabrese come arma non convenzionale di difesa in situazioni estreme, non ha, ad oggi, finito di vomitare. Non metaforicamente e non per ciò che ha ingurgitato in quelle sere.

Rocco Stark Steyvesant - ha rubato per noi le foto di questo articolo senza pagare un centesimo ma con il massimo rispetto per il lavoro di tutti. Ha in preparazione un comunicato stampa ufficiale per rassicurare tutte le sue fan, specie quello dei vari reparti geriatrici che frequenta, sul suo rimanere, almeno dal punto di vista mentale, un eterno single.

Ramon de la Cernia - ama esserci, anche quando non fa una ceppa.

 

Paolo

intersettiva.it