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Ago 03

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Immàginati di essere parte di quei nomi che giudicano – novelli censori – le capacità degli Stati di contrarre debiti. Immàginati di essere parte di Standard and Poor’s o di Moody’s, insomma di lavorare per quegli spauracchi senza identità che sembrano essersi ritagliati per sé il ruolo di arbitri assoluti e incontestabili della nostra piccola felicità personale.

Guàrdati in mezzo a carte piene di proiezioni, modelli di crescita, previsioni di perdita, fluttuazioni, funzioni, rapporti, numeri, cifre, dati, etc. con gli occhi secchi, le tempie pulsanti e il monitor che ti sputa luce artificiale in faccia da ore. Poi, ecco un collega emergere da tutto questo con un’espressione che non riesci a mettere a fuoco completamente ma che dovrebbe essere ironica dal tono della sua voce: ti ho mandato un link, sveglia!

Allora, di nuovo occhi al monitor, leggi: nonostante gli zelanti sforzi del Pd di accorciare le ferie dei parlamentari italiani di una decina di giorni, i rappresentanti della Repubblica del Bel Paese andranno in ferie dal 3 di agosto al 12 di settembre. E proprio verso la fine di questo meritato periodo di riposo – e l’ironia del collega che ritorna, ora più chiara – cento deputati della Camera, sia di maggioranza sia di opposizione, se ne andranno qualche giorno in Terra Santa, in pellegrinaggio.

Vai oltre il solito sfottò per le tue origini italiane, per la tua abitudine di mangiare spaghetti e di amare la famiglia incondizionatamente, oltre, e poi ti ricordi della riunione del pomeriggio di ieri sui mercati europei, sul debito dell’eurozona e il capo in tailleur nero e camicia bianca che ti guarda dritto negli occhi per un istante, forse quasi con riprovazione, quando scorrono i dati italiani. Con tutto questo in testa rileggi il virgolettato “valutazione seria” e pensi che, mai quanto adesso, illudersi è il migliore antidolorifico per evitare di vedere come va in pezzi la tua piccola felicità personale.

Lyndon

Giu 21

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In metropolitana ho iniziato a sentirmi gli sguardi addosso già dai primi giorni.

Siamo pochi, noi ministeriali padani, per ora di ministeri al Nord non se ne parla, solo qualche ufficio di rappresentanza, come il mio.
Ho lavorato per vent’anni a Roma, ci sono nato, cresciuto. Ho conosciuto mia moglie a Roma: Monica, anche lei ministeriale. Ora la vedo solo nei week-end, lei è rimasta insieme ai miei due figli: Marco e Valerio.
Lei è nata qui, parla come la gente di qui ma non è proprio la stessa cosa.

Credo che si siano accorti che non sono come loro perché al ritorno a casa io non ci sono, sono già uscito. Forse qualcuno ha potuto pensare che fossi di quelli che entrano presto e vanno via tardi: uno stacanovista. Ma ne dubito. Qui si è fatto un gran parlare degli uffici ministeriali di rappresentanza e uno come me lo fiutano a naso.
Delle mattine, a volte, mi capita di incrociare uno sguardo diverso – solo per un attimo perché qui non ci si guarda negli occhi troppo a lungo – e mi accorgo che non c’è disprezzo, disgusto ma invidia.
Sinceramente non so di cosa preoccuparmi di più.

I colleghi mi dicono che sono paranoico, che quello coi pregiudizi sono io perché ancora credo al mito del Nord operoso e produttivo. Bisceglie, un uomo basso, scuro e prossimo alla pensione con cui divido la stanza in ufficio, mi ripete sempre che qui sono Italiani, come a Roma, con tutto il marcio del caso. L’unica differenza è che qui la dissimulano in modo diverso la propria italianità, bisogna solo tarare sulle loro frequenze la nostra innata capacità di far finta di non essere italiani.

Per quanto mi riguarda, Bisceglie la fa troppo semplice e cinica.

Ieri ho incontrato una camicia verde, credo fosse della ronda di quartiere, alla cintura aveva uno spray al peperoncino. Camminava tronfio e pingue al centro del vicolo, con la mano destra paffuta e sgraziata che accarezzava la punta dello spray. Sembrava uno scout che cerca di fare il duro.
Ho pensato: se mi chiede qualcosa, anche solo da accendere, gli salto addosso e gli infilo lo spray tutto su per il…
Poi ondeggiando verso il bordo del vicolo mi sono accorto che dietro di lui una donna passeggiava un po’ svampita, portando una gonna leggera e sottile che le danzava attorno ai fianchi ipnoticamente. La camicia verde non esisteva più.

Monica di solito porta gonne proprio di quel genere. Ricordo che la prima volta che la vidi ne portava una colorata di toni di verde chiaro con dei piccoli gigli di verde più scuro. In quel corridoio enorme e alto i suoi tacchi battevano il pavimento come se danzassero. Era estate, di mattina, e la luce entrava di taglio quasi avesse voluto alzarle la gonna. Ci guardammo, lei mi sorrise e mi disse buongiorno.

La camicia verde deve lavorare in comune o in qualche altro posto pubblico, ho cambiato vagone della metropolitana ultimamente e sono ormai un paio di settimana che lo vedo sia all’andata sia al ritorno. Quasi non lo riconoscevo.

Domani Monica e i ragazzi vengono a trovarmi, andiamo dai genitori di Monica in campagna.
Ancora non so come dirle che non voglio più tornare in ufficio.

Lyndon

Mar 07

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Tripoli, inizio novembre 2012

A volte mi chiedo perché hanno costruito una prigione in riva al mare, forse, come mi hai scritto qualche mese fa, prima della rivoluzione questo era un hotel.

I prigionieri in isolamento ormai non gridano più, soltanto quel bastardo della cella 56 di notte urla: vuole annegare in mare.

La mensa fa schifo e i dolci che mi hai fatto sono un dono di Dio: grazie, di cuore.

La scorsa notte l’abbiamo quasi annegato a quello della 56. Ma non in mare, nel cesso. Per qualche notte non si è sentito, poi ieri ha ripreso. Un urlo solo, forte e acuto. Ero di guardia ai monitor, l’ho visto sfasciarsi la testa sul cesso: l’ha spaccato a metà ma non ce l’ha fatta lo stronzo ad ammazzarsi. E’ in infermeria adesso.

Scusami se mi sfogo ma non saprei a chi dirle queste cose.

Ho visto che questa volta mi hai spedito qualcosa fatto da tua madre, me lo tengo per le notti di guardia.

Ti ricordi a Benghazi i primi giorni della rivoluzione? Ti ricordi vedemmo dal balcone uno dei mercenari del raìs colpire con un bastone in pieno volto una bambina, farla volare come un cuscino – solo che al posto delle piume c’era un sangue denso e scuro. Sono un paio di notti che me la sogno quella scena. Credo di averlo rivisto l’altro ieri a quello, col carico dei nuovi arrivati. Più magro e malaticcio ma una faccia di merda come la sua non me la scordo.

Ti bacio

Abdul

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Tripoli, fine novembre 2012

Era lui lo sai? Lo stronzo bastardo di Benghazi. Ora è nella cella 56. Non urla, non dà problemi: un prigioniero modello. Ho sparso la voce fra i colleghi ma non riusciamo a provocarlo.
Devi aver ragione, è uno che prima stava al posto mio e ne sa molto più di me su come si lavora in una prigione.

Ci hanno consegnato proprio oggi dodici casse d’equipaggiamento antisommossa. I nuovi manganelli sono più belli e maneggevoli, scuri non grigiognoli come quelli vecchi. Anche le divise sono migliori, ti allego una foto così mi dici che ne pensi.

Sai, armati così non avremmo alcuna difficoltà ad ammazzarli tutti a questi bastardi servi del raìs, compreso quello della 56. Ci basterebbe solo un pretesto, un modo per aizzarli, una ribellione ecco sì una ribellione e poi gli faremmo il culo.

Ma ci risiamo, non dovrei parlarti di queste cose. Scusami. Il dolce di tua madre era ottimo, ringraziala da parte mia, dàlle un abbraccio.

Ti bacio

Abdul

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Maria Mirelli si alzò d’improvviso svegliata dal trillo del telefono sul comodino. Sognava del massacro di Benghazi.
La voce al telefono non l’aveva mai sentita, era un funzionario di Polizia Penitenziaria, diceva di essere un superiore di Abdul Al Said, suo marito.
Maria riattaccò senza dire una parola, andò in cucina, accese il televisore e le immagini da Tripoli del carcere in fiamme per prigionieri di guerra le tolsero l’espressione bloccata che aveva preso il suo viso dopo aver parlato col funzionario.
Pianse Maria, in silenzio e dal frigo tirò via la foto di Abdul in tenuta antisommossa, la strappò e spense il televisore.

Lyndon
 

Mar 02

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Il venerdì è giorno di navigazione. Non osate mai metterlo in dubbio. E così Oloferne è seduto accanto a me tra le risme di carta e i trasformatori di corrente elettrica. Se la ride di gusto.

Guardiamo la macchina affondare. Se non avessi fatto installare quel rostro a prua ora saremmo di sicuro incagliati tra le griglie di protezione del ponte che non vedete. Ma la cosa ha funzionato. Ciò che non era invece previsto è questa creatura bionda, disincagliatasi da qualche meandro del vano motore quando l’impatto con l’acqua ha fatto saltare via il cofano. Sembra piuttosto confusa. Ma suppongo sia principalmente imputabile alla odiosa camicetta in gabardine a fiori che indossa.

Oloferne dovrebbe smetterla con queste puerili perversioni.

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Abbiamo deciso di proseguire a piedi. E non avremmo dovuto, soprattutto perché Oloferne si ostina a portare quei consunti doposci di pelliccia d’orso bianco, souvenir di un suo recente viaggio in Groenlandia. Io indosso invece questo mini-kilt in tartan plissettato che, devo ammetterlo, lascia davvero poco spazio all’immaginazione. Se non avessi la piena consapevolezza di avere 63 anni e di essere un uomo, per giunta dal discutibile sex appeal, probabilmente mi farei la corte. Non avete tra l’altro ancora visto il mio strabiliante profilo sinistro. Sono miracolosamente riuscito a salvare dal naufragio la mia irrinunciabile borsa porta ruota di scorta.

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Ma le cose con Oloferne non vanno certo meglio. Si è voluto fermare a tutti costi per vedere questo film che a me sembra idiota. Ma almeno abbiamo trovato compagnia nel cinema. E Oloferne non ha perso tempo. Qualcosa può dirla l’espressione basita della ragazza sulla sinistra, con il suo adorabile caschetto fulvo scuro. Deve aver cominciato a sentire il sommesso e ininterrotto borbottio che Oloferne produce, non so bene come, ogni volta che entra in un cinema. Fosse per me lo farei cacciare a pedate. Inoltre, non è ben chiaro in che modo, proprio in questo momento Oloferne sta fragorosamente prosciugando la bevanda gasata della ragazza dalla maglia rossa. La cannuccia sembra una tubatura sotto pressione tanto la sua aspirazione è violenta e continua. Cerco di farlo desistere.

La cosa, lo so, avrà effetti devastanti sul suo stomaco.

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Oloferne, nel suo forbito cinese mandarino, dice allora ciò che davvero pensa di me:

 我覺得你很遠,與事實不符,因為我們通常所理解 

E io devo dire che, pur aspettandomelo, ci rimango piuttosto male. Certo non ha la minima intenzione di lasciarmi insultare così e allora ricamo un distratto:

“Ma lo sai credo tu abbia ragione! E ti dico di più! Ho motivo di ritenere che anche tua madre la pensi allo stesso modo. O almeno, così mi sembra di poter desumere dai numerosi, energici e ritmati, quasi spasmodici, segni di assenso che continuava a ripetere ossessivamente oggi pomeriggio sul divano a casa sua mentre giustappunto di questo argomento discutevamo. Coincidenze …”

La cosa non sembra scalfirlo. E’ ipnotizzato dalla pelliccia in volpe artica indossata dall’attrice sullo schermo, irrinunciabile complemento predestinato a fare pendant con i suoi doposci.

So già quale sarà la nostra prossima tappa. E dio non voglia gli venga in mente di sfilarsi quelle trappole dai piedi dopo ore di cammino sotto il sole cocente.

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Non abbiamo trovato ciò che cercavamo. Oloferne mi ha giurato vendetta. La cosa può far sorridere solo chi non conosce Oloferne.

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Ti ricordo comunque che un’opzione è la morte e che ritengo sarei stato un buon anglosassone.

R.S.S.

intersettiva.it