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Gen 24

 

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Ho lavorato tanto che una nottata mi e’ valsa nove scarpe. Ne voglio uscire con qualcosa: 5 milioni, a confronto del macchiamento del mio nome… Mi ha detto: cerca di passare per pazza e racconta cazzate. Lei e’ la sua pupilla, io sono il culo. Ho sempre negato tutto per salvaguardarlo, così a me torna in tasca qualcosa. O sei pronta a tutto, o prendi il taxi e te ne vai. Sembra di stare al Bagaglino, ma è peggio. Mi chiedo, il giorno dopo, come possa fare a lavorare. Adesso sta più di là che di qua. E’ diventato pure brutto, deve solo sganciare. Lavorava con uomini che vomitavano in macchina. L’hanno trovata con droga e un coltello. Gli ho dato di tasca mia 10000 euro perchè aveva delle foto nel telefonino. Aveva bisogno di soldi. Quest’uomo ci ha dato tutto e quello che ci ha dato è soprattutto la riservatezza. Io ne prendo 4 e tu 8, va bene? La Bonasia ha preso possesso di tutto. Pretende tutto. Lui è preso. Amore, mi rivolgo a te, capendo perfettamente che siamo in tante e abbiamo tutte delle esigenze … Praticamente mi ha dato uguale alle altre, pensavo mi distinguesse un attimo. Lei cosa ha avuto? 6 e mezzo, ok? C’e’ quella un po’ più seria, c’è quella via di mezzo, e poi ci sono io che faccio quello che faccio. Mi ha dato il braccialetto d’oro, però, cavolo, con un diamantino piccino. Non c’ho voglia di andarmi a cercare un lavoro da mille euro, coi titoli di studio che ho, se ne guadagno 800 son già tanti. Che palle che sei, quindi bunga bunga, 2 di mattina: ti saluto. Ti metto tutta in oro. Per me può essere mafioso o quello che vuole, l’importante è  che a me mi sta riempiendo di soldi. Comunque mi servono solamente cinquemila euro. Qualcuna ha iniziato a far vedere il sedere e da lì la serata è decollata. Una massa di deficienti che ballano come delle mongoloidi. Sai quanto si diverte lui per una cosa del genere: il finto malato. Se mi dice di aspettare, gli dico che ho aspettato 5 anni, ma basta: ma che siamo sceme? Ci sta costruendo una carriera, pero’ poi bisogna vedere se va in porto ’sta carriera. Ti volevo briffare un attimo, perchè ne vedrai di ogni. E’ il degenero più totale. Se lui se ne va che cazzo mangio più? Ho bisogno di benzina, cazzo. Amo’, non ho i soldi da fare la spesa, che palle. Anzichè fare le signore, qua facciamo la fame, io non lo so … Quello ci risolve tanti problemi a tutti, a mamma, a te e a me. Mia figlia morosa di Silvio? Magari fosse. Tra un po’ dovevo mettermi a piangere per avere quello che ho avuto, e cosa ti ha dato? Cinque? Sei da 17 anni appresso, ti sei vista passare davanti questa e quell’altra, e Giada, Isabella, Cristina … Ma svegliati!

Gen 02

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Mario Proietti è un uomo tendenzialmente puntale, nel senso che tende a non arrivare in ritardo e a eivtare di essere troppo in anticipo.
Arrivare sul posto troppo presto a Mario Proietti procura una spiacevole sensazione di disagio e di vuoto. Da bambino era il nonno ad accompagnarlo a scuola. Cosimo Proietti, dipendente della stamperia dei Fratelli Tebaldi, si alzava molto presto ogni mattina e si presentava a casa di Mario un’ora e mezza prima del suono della campanella. Mario e Cosimo impiegavano  circa dieci minuti a piedi per arrivare ai cancelli della scuola elementare “Giacomo Leopardi”, dove dopo poco Mario rimaneva col bidello in attesa, lunghissima attesa, che si potesse entrare.
Cosimo non poteva far compagnia al nipote, i Tebaldi gli avevano affidato le chiavi del negozio e con esse l’obbligo di arpire il negozio ogni mattina circa mezz’ora prima dell’orario di apertura al pubblico. Mario così restava ad aspettare, osservando l’arrivo alla spicciolata dei suoi compagni inisieme a nonne, madri, padri, zii e qualche nonno.
Quando Cosimo morì, una mattina di domenica intorno alle undici, Mario iniziò ad esserre accompagnato dal Signor Ferris, vicino di casa pensionato e amico di famiglia che aveva l’ossessione di arrivare a ogni appuntamento esattamente un quarto d’ora prima. Per Mario fu una grande conquista, anche perché il Signor Ferris aspettava insieme a lui.

Mario Proietti si alza presto. Come Cosimo va ad aprire la stamperia. A Mario però è toccato in sorte che la sua stamperia sia assai lontana da casa, circa un’ora. Almeno però è sua. Il negozio è piccolo ma ben posizionato e accogliente. Mario, oltre a stampare la granparte delle tesi di laurea degli studenti della Facoltà di Lettere e Filosofia, ha un passione e una certa qual rara competenza nella rilegatura di libri antichi. Nel retro, infatti, Mario ha costruito un piccolo laboratorio: il suo rifugio e il suo regno.

Più o meno Mario arriva alla sua stamperia un quarto d’ora prima delll’orario d’apertura. Non si tratta mai esattamente di un quarto d’ora, di solito sono 13 o 14 minuti prima. Il fatto è che Mario non ama la puntualità, ama tendere alla puntalità, starci vicino ma non esattamente sovrapposto. Quindi apre la stamperia dalle 9.00 alle 9.05 e la chiude dalle 17.00 alle 17.10. Poi se ne sta a lavorare nel suo laboratorio fino a un’ora imprecisata o meglio fino a quando lo stomaco gli dice che è ora di cena: più o meno attorno alle 19.30.

Sono all’incirca quindici anni che Mario fa questa vita. E’ felice, sposato, si chiama Eleonora, ma non può avere figli. E’ molto legato ai suoi due nipoti, gemelli: Flavio e Valeria Proietti. Il sabato, quando chiude attorno a mezzogiorno, li va a prendere a scuola: la “Giacomo Leopardi”.

Da dieci giorni Mario Proietti si sveglia un minuto prima che il suo orologio gli dica che sono arrivate le 6.30. Alle 6.29 delle ultime dieci mattine Mario apre gli occhi, senza troppa fretta, naturalmente, riposato, pronto ad alzarsi e ad andare alla sua stamperia. E pure aspetta. Aspetta le 6.30. Anche se s’alzasse prima soltanto di un minuto, ne è convinto, arriverebbe troppo presto.
Così se ne sta nel letto a guardare e ad ascoltare per un minuto esatto.

Primo giorno

Gli istanti subito dopo che le palpebre di Mario si sono alzate e gli occhi di Mario si sono posati sulle 6.29 dell’orologio sono di sorpresa, meccanico istinto ad alzarsi, lotta contro quell’istinto perché nel frattempo Mario si è accorto che si sta per alzare un minuto prima.
Se ne è già quasi andato il minuto 29 delle ore 6. Manca poco alla sveglia. Mario si gira e guarda Eleonora dormire. E’ inverno ed è buio ma riesce a distinguerla: il naso, piccolo è un po’ all’in su, le labbra semichiuse e il respiro che sente andare a incastro con i rintocchi dell’orologio in cucina.
Arrivano le 6.30, lei si gira nel sonno su un fianco e Mario prima di alzarsi le sorride.

Secondo giorno

Le 6.29 scoccano all’unisono con lo schiudersi degli occhi di Mario. Questa mattina la sorpresa è quasi inesistente, come se Mario se lo aspettasse di svegliarsi prima. Eleonora non c’è. E’ di guardia all’ospedale. L’orologio in cucina è solo a rintoccare nel buio, quando dal piano di sopra la Signora Galati fa cadere sul pavimento della sua camera da letto degli oggetti, forse di metallo, che picchiano nel buio con dei rimbalzi acuti. Mario pensa a che forma possano avere e poi al marito della Signora Galti, il Tenente Galati, un uomo burbero e reazionario che per fortuna ha lasciato la moglie molto tempo fa. Qualche istante prima della sveglia Mario sente lo scatto dell’ascensore e il rollio delle corde.

Terzo giorno

Eleonora è andata in bagno. Il buio della stanza è segnato da una sottile striscia di luce che cade sulla foto di Flavio e Valeria che Mario ha scattato al mare la scorsa estate. Piove e le gocce cadono con insistenza ma senza tuoni o fulmini. Mario ripensa alla casa al mare e quando ha fatto l’amore con Eleonora la prima volta circa vent’anni fa. Poco prima delle 6.30 Eleonora spegne la luce, entra in stanza si accorge degli occhi svegli di Mario e sorride.

Quarto giorno

La Signora Galati cade con un tonfo sordo dal letto, esattamente alle 6.29, e trascina con se qualcosa di molto rumoroso che sveglia Eleonora. Mario la guarda preoccupato, si alzano e vanno a bussare alla Signora. Hanno le chiavi e la trovano morta, immersa fra le sue lenzuola di seta accanto al lato del letto che fu di suo marito e con i gioielli del matrimonio tutti sparsi per il pavimento.

Quinto giorno

Mario va alla finestra e pensa alla Signora Galati. Oggi ci saranno i funerali e non andrà a lavoro se non nel pomeriggio. La sveglia non sta per suonare ma lui ha comunque aperto gli occhi alle 6.29. Fuori il traffico è quasi inesistente c’è solo un uomo che cammina a passo sostenuto in direzione della fermata del tram. Eleonora si alza e in silenzio si avvicina, gli accarezza la nuca e lo bacia.

Sesto giorno

Eleonora è ancora di guardia. Mario affonda la testa nel cuscino di lei e rimane lì ad annusare l’odore dei suo capelli fino al suono della sveglia e muove il piede sinistro insieme ai rintocchi dell’orologio in cucina.

Settimo giorno

Eleonora è sveglia e osserva gli occhi di Mario aprirsi esattamente alle 6.29. “Un esperimento” gli sussura nell’orecchio “volevo davvero vedere se ti svegliavi esattamente un minuto prima come mi hai detto ieri sera”. Mario la guarda e passa tutto il tempo prima della sveglia a farle il solletico.

Ottavo giorno

Nevica e Mario sveglia Eleonora. Vanno alla finestra, c’è lo stesso uomo del giorno dei funerali della Signora Galati che cammina, stamattina più lentamente, verso la fermata del tram. I fiocchi cadono veloci e pieni di bianco. Passa il tram col tetto innevato e l’uomo alla fermata, proprio qualche istante prima della sveglia, salendo guarda in su verso il cielo e viene investito da una soffice e grossa manciata di neve che cade dal tetto del tram. Mario, Eleonora e l’uomo ridono.

Nono giorno

Mario si sveglia pensando agli occhi di uno studente che il giorno prima, coperto di neve, è venuto a prendersi la tesi. Erano gli occhi più felici che avessero varcato la soglia della sua stamperia. Il lavandino del bagno prende a gocciare inspiegabilmente e distrae Mario che rimane ad ascoltare nel silenzio l’incastro delle gocce in bagno e dei rintocchi dell’orologio in cucina.

Decimo giorno

Alle 6.29 Eleonora dichiara morta una giovane donna, arrivata al pronto soccorso dopo essere stata investita da una macchina la sera prima. Pensa a come affronterà gli occhi del ragazzo che la sta aspettando al piano di sotto, stringendo forte un cappello di lana, inumidito dalla neve e macchiato di sangue, e a Mario che si sta svegliando proprio ora, senza di lei.

Lyndon

Nov 11

Mi riferisco al post precedente, e considerando che questa è solo la punta dell’iceberg della mia babelica collezione…

Mi pregio nell’occasione di allegarvi anche questo delizioso filmato. Nulla cambia mai. E ci permette anche di ricordare capolavori ingiustamente sottovalutati come “Howard the Duck”, ovvero quando per fare un film inguardabile bastava una maschera da coglione e non lo spreco di 300 milioni di euro. Adesso come minimo un urlo come quello di Wilhelm viene a costare sui 120.000 euro, IVA e montaggio esclusi…fate un po’ voi…

Almiero Vuberti

Nov 10

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Si tratta di una nuova formula magica, un nuovo sortilegio o, se volete, di un efficacissimo strumento contro l’implosione sempre più ridicola e asfissiante della realtà tutta intorno.

Immagini di dirompente follia che sanino il veleno nei nostri occhi. Qualcosa che ci faccia saltare fuori dall’ordinaria anestesia. Qualcosa che ci strappi un sorriso di impaziente esaltazione.

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 La redazione di Intersettiva lancia dunque la sfida ai lettori suoi più accaniti e aggueriti.

Cercate immagini che ci diano la possibilità di tuffare i nostri occhi lontano da tutto questo.

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