Reportage dal mondo esternoArchivi

Giu 08

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Le città sono organismi complessi, articolati, che cambiano pelle in continuazione, spostando i propri limiti ogni giorno che passa.
Anche Roma, ogni giorno diventa un’altra.

E forse più di altre modifica i propri confini sotto la spinta incoerente e perversa della speculazione edilizia e di una “necessità” abitativa sempre più forte.

Io vivo a Roma, o meglio, vivo sul suo confine, lì dove i palazzinari hanno deciso che fosse l’ultimo limite prima della campagna, quella “terra di nessuno” che separa la metropoli da altri centri abitati, sparsi come pezzi di coccio tra l’”agro romano” e il mare.

Io vivo a Massimina.

Le terre di confine, spesso, sono “brutte” perché “irrazionali”, sgarrupate ed abbandonate. Massimina rientra in questa definizione anche se ha qualche particolarità.
Se da un lato è vero che per buona parte è composta da abitazioni abusive, cresciute senza alcuna logica se non quella del “famose casa”, un’altra parte di questa frazione di Roma è fatta da abitazioni di grande lusso, super ville di ricchi che si ghettizzano in condomini esclusivi.

Per qualche strana ed incomprensibile ragione nel giro di pochi metri convivono un quartiere industriale e proletario e una enclave borghese chiusa in sé stessa.

Naturalmente, come tutte le zone “popolari” e di confine, oggi la popolazione di questa periferia di Roma è multietnica: ci sono molti Rumeni, Moldavi e Polacchi, qualche magrebino, pochi africani ed una nutrita comunità Rom.

E come ogni meltin pot mal riuscito ci sono tanti problemi di integrazione e tensioni tra i propri abitanti.

Questo fine settimana c’è stata la festa di Massimina.

Credo che la parrocchia sia la promotrice e l’anima di questo evento.

La festa di Massimina, come ogni festa di paese che si rispetti aveva le proprie bancarelle, la processione, i fuochi d’artificio finali e le giostre.

Si le giostre, quelle con i “calci in culo”, il pungiball, il pungiball per i calciatori con la palla da calcio e altri giochi per i più piccoli.
Io non ho resistito al richiamo della festa e domenica sera sono andato a farmi un giro alle giostre.

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C’era un sacco di gente: molti bambini con il loro genitori, i nonni ma soprattutto tanti “pischelli” - come si direbbe a Roma -,  con le loro facce allegre e al tempo stesso truci.

Tutti erano rigorosamente tirati a lucido, tutti avevano voglia di mostrarsi, prendendo a pugni una palla di cuoio o andando sempre più in alto seduti dentro a seggiolini traballanti.

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Era come se da quelle case ammassate e compresse dall’abusivismo, dalle roulotte dei nomadi, dai palazzi di nuova costruzione, fossero usciti tutti per andare a “giocare”, a viversi un assaggio di estate.

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E mentre giravo tra quelle giostre mi accorgevo che c’era un energia profonda, una vitalità compressa che aveva bisogno di sfogarsi in qualche modo.

Sono rimasto un’oretta scattando qualche foto, gustandomi qualche siparietto e provando anch’io a dare qualche pugno al pugiball (ma con risultati miserevoli… e questo la dice lunga).

Poi, quando son partiti i primi botti dei fuochi d’artificio, me ne son tornato a casa, con la consapevolezza che io non vivo a Massimina.
Ci abito.

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Alessandro

Mag 25

004.jpgLo sappiamo bene. La nostra proverbiale freddezza, lo humour sofisticato e un minimalismo cronico sposato ad una naturale propensione all’isolamento e al silenzio ci hanno reso fin troppo spesso collocabili in una sfera culturale che potremmo definire, senza ora dover entrare necessariamente nel dettaglio, “nordici”. Pur riconoscendoci in parte in questa descrizione, è proprio pubblicando la foto seguente che vogliamo dare visibilità alla rotondità della nostra natura profonda, e ovviamente voce a tutti coloro che se ne infischiano delle inutili e inconcludenti limitazioni geografiche e definizioni culturali.

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Manolito ci invia una foto dal suo ufficio di Manaus nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, dal quale, ci racconta, ci segue con costanza ed attenzione. La lettera che accompagna la foto è lunga, in spagnolo come il messaggio della foto e non in portoghese che nessuno di noi qui parla (ma dove le trovate tutte queste informazioni su di noi?), e ci racconta un sacco di cose interessanti. Scanzonata ed allegra come solo il popolo verde oro sa essere, è la migliore dimostrazione per noi di aver valicato tutti gli steccati ed i confini tra popoli, culture e nazioni.

Obrigado Manolito! 

 INTERSETTIVA loca y sambeira

Mag 05

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It would be really nice if someone from Greenland (not necessarily a native - or better, we should say someone connecting from there) would come and take a look to our blog even just for a few seconds. We need to light up the silhouette (it’s not really a map what we see) of this deceptively-named land on the monthly Google Analytics Report.

Please! We do care about it. 

An attempt to a coherent even if  schematic Inuit translation: 

quviasuktittiniq inniatuq timiptingni unikkaaq. nakullavuk

A Danish version (hopefully) of the former request to be intended as a diplomatic gesture. We support Greeland’s Indipendence 

Det ville virkelig være rart, hvis nogen fra Grønland (og ikke nødvendigvis en indfødt) ville komme og tage et kig på vores blog bare et par sekunder. Vi er nødt til at lyse op i silhuet (det er egentlig ikke et kort, hvad vi kan se) af denne bedragerisk-navngivne lande på den månedlige Google Analytics-rapport.
Behage! Vi ligeglad med det. 

By the way, we already have visitors from Denmark, as the GA Report unquestionably shows. Nevertheless the big Greenland body on the Google Analytics Map stays sadly switched off, as the abovementioned two territories would be as many different nations. This goes to demonstrate how, what it is not yet internationally and politically recognized, seems instead to be peacefully acknowledged by the Net. But in the end are these two “powers” really and clearly separated? (Are we your favourite “investigative journalism” blog?)

 Rocco S. Steyvesant 

on behalf of The “statistics eager beaver” Intersective Youth

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Apr 16

Ore 00:41

“L’ultima parola” su Rai Due.

Piccolo processo in diretta.

Testimoni dell’accusa: Maurizio Lupi, Daniela Santanché, Carlo Rossella. Chiamato in causa Vittorio Feltri.

Il pessimo conduttore insinua dubbi e mette in cattiva luce gli imputati, fioccano le recriminazioni, si rinfacciano meriti e responsabilità. Volano asserzioni come “Siete asserviti alla logica padronale del principe” e ”Sei un “fascista”, quest’ultima da un ex missino ad un ciellino.

Ma tu guarda se per dire le cose come stanno a certa gente ci volevano loro due.

S.Patrizio che assiste al fini-mondo.

Apr 12

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Questo post, oltre a esser un reportage dal mondo esterno, è un esperimento mentale, una simulazione.

Sabato scorso, insieme ad Alessandro, abbiamo deciso di venir a contatto con l’Adriano-di-sabato-sera. Cioè ci siam detti che per amore di Scorsese e del suo Shutter Island valeva la pena affrontare la ressa di umani romani provenienti dalla upper class capitolina e attirati dal prestigioso cinema come le api dai fiori. Ci siamo detti che in sella alle due ruote avremmo potuto schivare la massa ben vestita e supponente, ci siam detti che dopotutto non sarebbe stato così drammatico.

Le mie due ruote le ho parcheggiate lontano dal cinema, in una viuzza laterale che si immette su Piazza Cavour - scavata al centro da un voragine di lavori in corso. Ho tentato un approccio alla massa informe di pneumatici, lamiere, borbottii motoristici, minigonne, capelli-appena-fatti-dal-parrucchiere, occhiali ricercati, pantaloni anche e tutto ciò che si accompagna, accumulandosi alla rinfusa, alle manifestazioni della ricchezza italiana. Ho tentato ma il risultato è stato un totale respingimento. La strada era quasi impraticabile, tanto il traffico pulsava di caos e corpi e macchine si scioglievano in un gorgo indistinto fuoriuscito dalle porte del cinema. Pareva che non vi fossero più demarcazioni fra pedoni, auto, due ruote, bus: tutto si fondeva in un unica passerella affollata e roboante.

“Mai più all’Adriano di sabato sera” mi dice Alessandro appena lo riconosco nel vortice di facce a cui, lo devo ammettere, credo di aver dato in pasto un’espressione alquanto schifata. Non riesco mica a dissimulare il disgusto di solito.

Entriamo, i biglietti già fatti grazie alla preveggenza di Alessandro, in modo da schivare il più possibile e prendiamo a salire per le scale mobili che ci portano alla sala 6. Poco prima di entrare, da una delle finestre guardiamo giù in strada, che è ancora immersa nella gelatina di cui sopra. Alessandro mi fa notare una minicar blu parcheggiata al centro della strada, quasi volesse entrare direttamente al cinema sulle sue quattro ruote.

Oggi leggo di quest’altra minicar e apprendo anche della fine del nipote di Amintore Fanfani, Jacopo. Cerco allora di capire cosa porta a parcheggiare in mezzo alla strada, cosa ti dice la testa, cosa diavolo stai facendo con quella minicar!?!

Non ci riesco a capirlo, riesco solo a disprezzare, a dare in pasto la mia faccia più schifata e indignata. Non riesco affatto a comprendere, a cercare di mettersi nei panni di questi altrui umani motorizzati. Vedo solo egoismo, incapacità a riconosce anche il pur minimo contesto civile. Per non parlare dell’assenza totale di coscienza/conoscienza delle regole che dovrebbero impedire la creazione spontanea di ammassi globulari di membra umane accoppiate alle proprie macchine in coaotico e imperituro giro - se state pensando a Dante fate bene, non fosse per altro che per aver un po’ di sollievo estetico!

Quindi ho pensato: faccio un esperimento mentale, mi metto nella testa di chi frequenta l’Adriano-di-sabato-sera.

Accendo il motore, forse truccato o forse no, della mia minicar, esco dal box, esco dal comprensorio signorile, entro in strada: è mia, penso, come il comprensorio e il box e la cameretta e tutto ciò che possiedo. Ma c’è una differenza: la strada la posso calpestare, me ne posso fregare. Così entro in strada. Obiettivo: il comprensorio signorile di lei. Speranza: che si metta quella gonna che le fa due chiappe da stupro. Oppure quella maglietta trasparente. Se poi si mette il rossetto si sabato scorso ci provo stavolta a farmelo ciucciare.

Ora in macchina siamo insieme, la strada la calpesto ancora di più. A lei devo far vedere che la possiedo. Ha la minigonna, la maglietta trasparente ma non lo stesso rossetto, fa differenza? Ma che, io ci provo lo stesso!

Cazzo che palle il parcheggio, sto in ritardo e il film inizia tra poco. La schiaffo qui, che mi frega.

Guarda come esce dalla macchina!

Ora in sala siamo insieme e le ho già messo le mani addosso. La possiedo.

Esco, la macchina è ancora là eppure se l’avessero portata via mi prendevo un taxi. Obiettivo: farmelo ciucciare.

Lei mi fa: “Amore, hai visto quello all’entrata che t’ha guardato come fossi un criminale?”

Le rispondo: “No. Andiamo da me?”

Torno nel comprensorio signorile, nel box . Salgo in camera e me la faccio.

Domani ho la processione per quella deficiente che s’è schiantata. Era compagna di scuola di lei, ci devo andare altrimenti addio pompini e tutto il resto.

Mi sa che me la cambio la car. Il blu mi ha stancato.

 

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Lyndon

intersettiva.it