Le città sono organismi complessi, articolati, che cambiano pelle in continuazione, spostando i propri limiti ogni giorno che passa.
Anche Roma, ogni giorno diventa un’altra.
E forse più di altre modifica i propri confini sotto la spinta incoerente e perversa della speculazione edilizia e di una “necessità” abitativa sempre più forte.
Io vivo a Roma, o meglio, vivo sul suo confine, lì dove i palazzinari hanno deciso che fosse l’ultimo limite prima della campagna, quella “terra di nessuno” che separa la metropoli da altri centri abitati, sparsi come pezzi di coccio tra l’”agro romano” e il mare.
Io vivo a Massimina.
Le terre di confine, spesso, sono “brutte” perché “irrazionali”, sgarrupate ed abbandonate. Massimina rientra in questa definizione anche se ha qualche particolarità.
Se da un lato è vero che per buona parte è composta da abitazioni abusive, cresciute senza alcuna logica se non quella del “famose casa”, un’altra parte di questa frazione di Roma è fatta da abitazioni di grande lusso, super ville di ricchi che si ghettizzano in condomini esclusivi.
Per qualche strana ed incomprensibile ragione nel giro di pochi metri convivono un quartiere industriale e proletario e una enclave borghese chiusa in sé stessa.
Naturalmente, come tutte le zone “popolari” e di confine, oggi la popolazione di questa periferia di Roma è multietnica: ci sono molti Rumeni, Moldavi e Polacchi, qualche magrebino, pochi africani ed una nutrita comunità Rom.
E come ogni meltin pot mal riuscito ci sono tanti problemi di integrazione e tensioni tra i propri abitanti.
Questo fine settimana c’è stata la festa di Massimina.
Credo che la parrocchia sia la promotrice e l’anima di questo evento.
La festa di Massimina, come ogni festa di paese che si rispetti aveva le proprie bancarelle, la processione, i fuochi d’artificio finali e le giostre.
Si le giostre, quelle con i “calci in culo”, il pungiball, il pungiball per i calciatori con la palla da calcio e altri giochi per i più piccoli.
Io non ho resistito al richiamo della festa e domenica sera sono andato a farmi un giro alle giostre.
C’era un sacco di gente: molti bambini con il loro genitori, i nonni ma soprattutto tanti “pischelli” - come si direbbe a Roma -, con le loro facce allegre e al tempo stesso truci.
Tutti erano rigorosamente tirati a lucido, tutti avevano voglia di mostrarsi, prendendo a pugni una palla di cuoio o andando sempre più in alto seduti dentro a seggiolini traballanti.
Era come se da quelle case ammassate e compresse dall’abusivismo, dalle roulotte dei nomadi, dai palazzi di nuova costruzione, fossero usciti tutti per andare a “giocare”, a viversi un assaggio di estate.
E mentre giravo tra quelle giostre mi accorgevo che c’era un energia profonda, una vitalità compressa che aveva bisogno di sfogarsi in qualche modo.
Sono rimasto un’oretta scattando qualche foto, gustandomi qualche siparietto e provando anch’io a dare qualche pugno al pugiball (ma con risultati miserevoli… e questo la dice lunga).
Poi, quando son partiti i primi botti dei fuochi d’artificio, me ne son tornato a casa, con la consapevolezza che io non vivo a Massimina.
Ci abito.
Alessandro










