Reportage dal mondo esternoArchivi

Mag 05

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Ho studiato la lingua italiana per puro diletto, come fosse qualcosa da fare senza alcuna ragione, un ritaglio di caos in una vita dedicata esclusivamente a servire il mio Dio, il mio popolo e ad annientare tutti color che si mettessero di mezzo. Compresi voi.

Eppure, nonostante la mia missione, le mie idee, l’anima che il mio Dio mi ha dato fossero spose indefesse della lotta per la Verità, ho studiato l’Italiano, come forse nessuno dei miei familiari ha mai fatto e con un trasporto che non avrei mai sospettato. Per questo credo che questa lingua sia la più adatta per spiegare al mondo come realmente è andata.

Avevo voglia di rinfocolare il mio odio per l’occidente, avevo voglia d’ispirazione per la mia lotta, così mi sono sintonizzato sul matrimonio dell’anno: Kate and William. Non mi sono perso un fotogramma della diretta e all’inizio l’effetto in me si manifestava proprio come desideravo: odio, puro in un giorno di primavera.

Poi è arrivato il culo di Pippa - e forse è anche per questa sovrapposizione semantica fra un nomignolo inglese e un nome italiano che ho scelto di scrivervi nella lingua che state leggendo - dicevo il culo di Pippa: il fondoschiena-sineddocche! L’ho letto sul vostro Corriere della SeraAllora qualcosa in me si è infranto, prima incrinato impercettibilmente, poi ad ogni incedere sinuoso di quella bellissima sineddoche quel qualcosa è andato in pezzi velocemente e con lui tutto l’odio di una vita, la voglia di sangue: tutto sparito nel candore delle chiappe di Pippa.

Tutto mi è apparso per come deve essere: una maschera del declino!

L’Aquila dell’occidente non è più in grado di dominare i cieli e per questo si veste con maschere cangianti e sfarzose, intossicando i propri sudditi e facendo creder loro che le sue istituzioni secolari si sono modernizzate, avvicinate alle gente. Quando al contrario - e ringrazio Pippa per avermelo sinuosamente fatto vedere! - ciò che un tempo era sacro e intoccabile - i Re e i Papi - ora sono solo delle icone pop in cerca della propria finestra di celebrità, effimera, volubile fama. Tutto quel trucco, la mondovisione: debolezza soltanto debolezza. E io che cosa sono? Mi sono chiesto subito dopo che la diretta con William and Kate è finita. Che ruolo ho giocato? La nemesi, il nemico, il pericolo, il terrore. Ma anche io sono debole come una maschera, un canovaccio da commedia dell’arte, sono solo un pezzo di sceneggiatura.

Ho ucciso, ho seminato il terrore fra gli Occidentali ma nel farlo, accostandomi a voi, sono diventato anche io un icona pop, anche io esisto solo se su di me si apre la finestra della celebrità.

Quindi sono uscito di scena. E non mi sono fatto mancare nulla: una morte misteriosa, la conseguente possibilità che sia stato tutto un abbaglio, che sia ancora vivo e pronto a colpirvi, una morte cruenta e una bara d’oceano. Mi sono conquistato il mito e sarò per sempre il vostro uomo nero.

Intanto io, ora finalmente libero dalla maschera dell’odio oscuro per voi deboli marionette, potrò andarmene in cerca del mio fondoschiena-sineddoche, del mio culo di Pippa, del mio punto di partenza, della mia nuova vita. Con i soldi di quella che ho chiuso in grande stile ovviamente.

Sipario

OBL

Dic 14

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Finalmente materiale di prima mano da riportarvi e non insulsa dietrologia sensazionalista, che pur tanto io amo. Cercherò di adottare uno stile più asettico e almeno parzialmente scevro del mio nobile livore da commentarista, altra cosa per la quale stravedo.  Mattinata burocratica. Sveglia all’alba con l’ingenua presunzione di guadagnare tempo, evitando traffico e, forse, file e persone logore d’attese lì dove ci sentiremo ancora una volta scorati e molli elementi di un ingranaggio in putrefazione, se mai è stato salubre. Ma che ci avevate creduto davvero a questa cosa che sarei stato scarno ed essenziale? Amori miei!

Io e la mia dolce metà (si, ne ho una anche io) ci rechiamo al Policlinico Umberto I. Dopo numerosi e vani tentativi di parcheggiare almeno in prossimità dell’edificio nel quale dovremmo entrare, rinunciamo lasciando la macchina in un posto in fondo equidistante rispetto a quello dal quale proveniamo (e non siamo dirimpettai della struttura ospedaliera in questione). E’, ça va sans dire, un posteggio a pagamento. Pazienza!

Dopo circa dieci minuti di attenta ricerca di un parcometro funzionante decidiamo di osare. Rotti gli indugi, abbandoniamo l’autovettura e “hai visto mai?” che la fortuna ci arrida e ci preservi dal flagello dei vigili urbani: con il loro blocchetto di multe si illudono di abbindolarci millantando una inverosimile appartenenza alla specie umana. Lo sappiamo che siete degli infidi alieni! Di certo c’è che si tratta per noi solo di un certificato, dovrebbe in fondo essere cosa breve e indolore. Oh come ci illudemmo!
Dopo aver pagato il ticket per la prestazione medica in termini di succedersi di ere geologiche, lo dico con orgoglio, estremamente contenuti, ci rechiamo, attraverso il dedalo di meandri e anfratti di incompetenza che armonizzano la struttura, lì dove lo studioso di scienze mediche dell’occasione ci attende per espletare abilmente la sua funzione. Oh quelle surprise! Egli non è ancora in sede e, d’altronde è cosa nota, noi non lavoriamo mica e quindi abbiamo tempo da scialare. Una volta giunto, rinunciamo da subito a capire quale è il meccanismo che porta all’avvicendarsi di persone, senzienti o meno, all’interno della sua stanza.

Noi siamo l’attesa. Noi siamo la sfiducia. Noi siamo l’ira sopita e ahimè non funesta.

Cominciamo a temere che, per quanto il quoziente intellettivo dei vigili sommato a quello degli ausiliari del traffico della zona sia probabilmente inferiore a quello di una comune pianta grassa (e guardate che ad alcune di esse ho visto fare cose davvero ragguardevoli), stiamo davvero offrendo troppo il fianco. Unire al danno del ritardo burocratico quello della beffa di una multa ci sembra insopportabile. Prendiamo una decisione. Sembra che la mia dolce metà sarà la prossima ad entrare nell’antro medico, così io decido di precederla andando a recuperare la macchina per poi aspettarla, plausibilmente in quintupla fila, all’uscita dell’edificio. Fini strateghi siamo.

Progetti e loro attuazione vivono sovente in totale distonia.

Recupero la macchina incolume dagli ultracorpi vigileschi, la conduco in salvo dove convenuto e comincio ad attendere l’arrivo dell’altro componente del mio esercito privato con un occhio rivolto agli specchietti retrovisori. Mai abbassare la guardia. Specie quando si è in ottava fila e in prossimità di un cancello dal quale escono ed entrano anche ambulanze. L’attesa si protrae. Il telefono trilla. Pessime notizie. Il medico deve aver accettato una sfida all’ultimo sangue a parcheesi con il paziente in stanza. Non lo lascerà andare finché non sarà evidente oltre ogni ragionevole dubbio la sua superiorità tattica. Interromperlo sarebbe da parte nostra davvero indelicato.

D’accordo. In fondo abbiamo raggiunto delle posizioni estremamente difendibili. Avverto il comando, ovvero il nostro ufficio, che, nonostante tutto, contiamo di contenere le perdite e riuscire a raggiungere le nostre postazioni in un tempo degno. Ed è allora che si verifica l’accadimento per il quale ho deciso fin qui di tediarvi con il mio racconto.

Una di quelle vetture che tutti noi abbiamo imparato a conoscere con l’affettuoso nomignolo di auto blu, una Lancia Lybra dal peso specifico di quattro tonnellate e mezzo con deliziosi vetri fumè, sopraggiunge, incurante di ogni qualsivoglia concezione di intralcio del traffico, accodandosi alla mia macchina (della quale non possiede il contenuto ingombro) e costringendo praticamente ogni vettura di passaggio per la via o in uscita dal detto cancello a tortuose e delicate manovre. Dalla parte anteriore dell’economico mezzo di trasporto escono l’autista e, lato passeggero, un corpulento signore dalle evidenti movenze militaresche che si posiziona, attento e reattivo, di fronte alla porta posteriore sul suo stesso lato. Dallo sportello posteriore sul lato opposto fuoriesce invece una gradevole signora bionda che, ricette mediche e prescrizioni alla mano (ho fatto bene ha farmi installare l’occhio bionico del Colonello Steve Austin, una volta che lui si è ritirato dalle scene del supereroismo, l’ho preso davvero ad un prezzo irrisorio) sgaiattola rapace all’interno dell’ospedale. La curiosità è donna ma anche un po’ uomo, e così comincio voyeuristicamente a sbirciare per cogliere l’identità del personaggio rimasto in macchina. Da dove sono riesco solo a cogliere un incipiente pelata e una vistosa benda su un occhio. Che sia un pirata? Sicuramente lo è, ma chi esattamente? Un istituzionale Sir Walter Raleigh o un sovversivo Long John Silver?

Cinefilo mi perdo ad ammirare le movenze della guardia del corpo. Mi sorprendo a pensare all’attento studio attoriale che Kevin Costner deve aver affrontato per interpretare l’omonimo film (nda - omonimo rispetto alla guardia del corpo e non rispetto a Kevin, d’accordo?) che tra l’altro segnò incontrovertibilmente il suo declino come sex symbol e quello di Whitney Houston come (come che?). In ogni caso il personaggio nell’auto non sembra intenzionato ad abbandonare la sua sicura e protetta condizione.
Mi viene in aiuto il ritorno della sua graziosa emissaria, graziosa come solo alcune donne radical chic sanno essere, dissimulando abilmente attraverso una artefatta sobrietà il loro apparente distacco dal modello di donna procace e insulsa dominante l’immaginario collettivo occidentale. Si avvicina, con in mano quelle che sembrano essere confezioni di medicinali e accessori medicali, allo sportello fino ad allora rimasto chiuso.
Arrivato al dunque sarò breve. Dico davvero. Lo sportello si apre, l’uomo tira fuori le gambe come per scendere ma rimane seduto in macchina. Ora io posso vedere. Sono a pochi metri. Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera. Ha una benda su un occhio. La donna gli consegna le medicine in una bustina, gli restituisce dei fogli. Poi si avvicina e sicura, con piglio da professionista, si approssima alla sua benda, la rimuove velocemente e con della garza in mano esegue quella che può sembrare una blanda medicazione. Tutto dura poco. La benda viene riapplicata. Fausto finalmente si alza, a fugare un qualunque dubbio di una sua presunta incapacità di muoversi con facilità. Saluta e ringrazia la donna con fare giovanilistico (ciaociao, graziegrazie). La donna rientra velocemente nell’ospedale. Il politico e la sua scorta nella lussuosa macchina ripartono velocemente.

Io aspetto ancora per un po’ il ritorno della mia amata metà che, dimenticavo, è incinta.

Uno dei tanti omini, non diamogli meriti o responsabilità troppo grosse, grazie ai quali passiamo amabilmente le nostre vite a fronteggiare il declino. Cosa avrà mai dovuto fare per non poter perdere, settantenne e in pensione per quanto ne sappiamo, un’oretta del suo prezioso tempo. Se solo sapessi che il tutto dipende dalla partecipazione all’ambita finale del torneo di bocce del Centro Anziani di Tor Pignattara, oh quanta poesia in quel gesto, oh quanta requie troverebbe allora la mia anima!

Tutto ciò è avvenuto intorno alle dieci di questa mattina. Chissà se Fausto - attualmente Presidente della Fondazione Camera dei Deputati XVI Legislatura (sic) -, qualora fosse stato ancora parlamentare, si sarebbe recato alla votazione per la fiducia all’attuale maggioranza di governo avvenuta in mattinata. E chissà in verità cosa avrebbe votato. E chissà se la cosa faccia poi alcuna differenza.

Paolo

Giu 08

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Le città sono organismi complessi, articolati, che cambiano pelle in continuazione, spostando i propri limiti ogni giorno che passa.
Anche Roma, ogni giorno diventa un’altra.

E forse più di altre modifica i propri confini sotto la spinta incoerente e perversa della speculazione edilizia e di una “necessità” abitativa sempre più forte.

Io vivo a Roma, o meglio, vivo sul suo confine, lì dove i palazzinari hanno deciso che fosse l’ultimo limite prima della campagna, quella “terra di nessuno” che separa la metropoli da altri centri abitati, sparsi come pezzi di coccio tra l’”agro romano” e il mare.

Io vivo a Massimina.

Le terre di confine, spesso, sono “brutte” perché “irrazionali”, sgarrupate ed abbandonate. Massimina rientra in questa definizione anche se ha qualche particolarità.
Se da un lato è vero che per buona parte è composta da abitazioni abusive, cresciute senza alcuna logica se non quella del “famose casa”, un’altra parte di questa frazione di Roma è fatta da abitazioni di grande lusso, super ville di ricchi che si ghettizzano in condomini esclusivi.

Per qualche strana ed incomprensibile ragione nel giro di pochi metri convivono un quartiere industriale e proletario e una enclave borghese chiusa in sé stessa.

Naturalmente, come tutte le zone “popolari” e di confine, oggi la popolazione di questa periferia di Roma è multietnica: ci sono molti Rumeni, Moldavi e Polacchi, qualche magrebino, pochi africani ed una nutrita comunità Rom.

E come ogni meltin pot mal riuscito ci sono tanti problemi di integrazione e tensioni tra i propri abitanti.

Questo fine settimana c’è stata la festa di Massimina.

Credo che la parrocchia sia la promotrice e l’anima di questo evento.

La festa di Massimina, come ogni festa di paese che si rispetti aveva le proprie bancarelle, la processione, i fuochi d’artificio finali e le giostre.

Si le giostre, quelle con i “calci in culo”, il pungiball, il pungiball per i calciatori con la palla da calcio e altri giochi per i più piccoli.
Io non ho resistito al richiamo della festa e domenica sera sono andato a farmi un giro alle giostre.

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C’era un sacco di gente: molti bambini con il loro genitori, i nonni ma soprattutto tanti “pischelli” - come si direbbe a Roma -,  con le loro facce allegre e al tempo stesso truci.

Tutti erano rigorosamente tirati a lucido, tutti avevano voglia di mostrarsi, prendendo a pugni una palla di cuoio o andando sempre più in alto seduti dentro a seggiolini traballanti.

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Era come se da quelle case ammassate e compresse dall’abusivismo, dalle roulotte dei nomadi, dai palazzi di nuova costruzione, fossero usciti tutti per andare a “giocare”, a viversi un assaggio di estate.

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E mentre giravo tra quelle giostre mi accorgevo che c’era un energia profonda, una vitalità compressa che aveva bisogno di sfogarsi in qualche modo.

Sono rimasto un’oretta scattando qualche foto, gustandomi qualche siparietto e provando anch’io a dare qualche pugno al pugiball (ma con risultati miserevoli… e questo la dice lunga).

Poi, quando son partiti i primi botti dei fuochi d’artificio, me ne son tornato a casa, con la consapevolezza che io non vivo a Massimina.
Ci abito.

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Alessandro

Mag 25

004.jpgLo sappiamo bene. La nostra proverbiale freddezza, lo humour sofisticato e un minimalismo cronico sposato ad una naturale propensione all’isolamento e al silenzio ci hanno reso fin troppo spesso collocabili in una sfera culturale che potremmo definire, senza ora dover entrare necessariamente nel dettaglio, “nordici”. Pur riconoscendoci in parte in questa descrizione, è proprio pubblicando la foto seguente che vogliamo dare visibilità alla rotondità della nostra natura profonda, e ovviamente voce a tutti coloro che se ne infischiano delle inutili e inconcludenti limitazioni geografiche e definizioni culturali.

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Manolito ci invia una foto dal suo ufficio di Manaus nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, dal quale, ci racconta, ci segue con costanza ed attenzione. La lettera che accompagna la foto è lunga, in spagnolo come il messaggio della foto e non in portoghese che nessuno di noi qui parla (ma dove le trovate tutte queste informazioni su di noi?), e ci racconta un sacco di cose interessanti. Scanzonata ed allegra come solo il popolo verde oro sa essere, è la migliore dimostrazione per noi di aver valicato tutti gli steccati ed i confini tra popoli, culture e nazioni.

Obrigado Manolito! 

 INTERSETTIVA loca y sambeira

intersettiva.it