Reportage dal mondo esternoArchivi

Mag 05

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It would be really nice if someone from Greenland (not necessarily a native - or better, we should say someone connecting from there) would come and take a look to our blog even just for a few seconds. We need to light up the silhouette (it’s not really a map what we see) of this deceptively-named land on the monthly Google Analytics Report.

Please! We do care about it. 

An attempt to a coherent even if  schematic Inuit translation: 

quviasuktittiniq inniatuq timiptingni unikkaaq. nakullavuk

A Danish version (hopefully) of the former request to be intended as a diplomatic gesture. We support Greeland’s Indipendence 

Det ville virkelig være rart, hvis nogen fra Grønland (og ikke nødvendigvis en indfødt) ville komme og tage et kig på vores blog bare et par sekunder. Vi er nødt til at lyse op i silhuet (det er egentlig ikke et kort, hvad vi kan se) af denne bedragerisk-navngivne lande på den månedlige Google Analytics-rapport.
Behage! Vi ligeglad med det. 

By the way, we already have visitors from Denmark, as the GA Report unquestionably shows. Nevertheless the big Greenland body on the Google Analytics Map stays sadly switched off, as the abovementioned two territories would be as many different nations. This goes to demonstrate how, what it is not yet internationally and politically recognized, seems instead to be peacefully acknowledged by the Net. But in the end are these two “powers” really and clearly separated? (Are we your favourite “investigative journalism” blog?)

 Rocco S. Steyvesant 

on behalf of The “statistics eager beaver” Intersective Youth

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Apr 16

Ore 00:41

“L’ultima parola” su Rai Due.

Piccolo processo in diretta.

Testimoni dell’accusa: Maurizio Lupi, Daniela Santanché, Carlo Rossella. Chiamato in causa Vittorio Feltri.

Il pessimo conduttore insinua dubbi e mette in cattiva luce gli imputati, fioccano le recriminazioni, si rinfacciano meriti e responsabilità. Volano asserzioni come “Siete asserviti alla logica padronale del principe” e ”Sei un “fascista”, quest’ultima da un ex missino ad un ciellino.

Ma tu guarda se per dire le cose come stanno a certa gente ci volevano loro due.

S.Patrizio che assiste al fini-mondo.

Apr 12

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Questo post, oltre a esser un reportage dal mondo esterno, è un esperimento mentale, una simulazione.

Sabato scorso, insieme ad Alessandro, abbiamo deciso di venir a contatto con l’Adriano-di-sabato-sera. Cioè ci siam detti che per amore di Scorsese e del suo Shutter Island valeva la pena affrontare la ressa di umani romani provenienti dalla upper class capitolina e attirati dal prestigioso cinema come le api dai fiori. Ci siamo detti che in sella alle due ruote avremmo potuto schivare la massa ben vestita e supponente, ci siam detti che dopotutto non sarebbe stato così drammatico.

Le mie due ruote le ho parcheggiate lontano dal cinema, in una viuzza laterale che si immette su Piazza Cavour - scavata al centro da un voragine di lavori in corso. Ho tentato un approccio alla massa informe di pneumatici, lamiere, borbottii motoristici, minigonne, capelli-appena-fatti-dal-parrucchiere, occhiali ricercati, pantaloni anche e tutto ciò che si accompagna, accumulandosi alla rinfusa, alle manifestazioni della ricchezza italiana. Ho tentato ma il risultato è stato un totale respingimento. La strada era quasi impraticabile, tanto il traffico pulsava di caos e corpi e macchine si scioglievano in un gorgo indistinto fuoriuscito dalle porte del cinema. Pareva che non vi fossero più demarcazioni fra pedoni, auto, due ruote, bus: tutto si fondeva in un unica passerella affollata e roboante.

“Mai più all’Adriano di sabato sera” mi dice Alessandro appena lo riconosco nel vortice di facce a cui, lo devo ammettere, credo di aver dato in pasto un’espressione alquanto schifata. Non riesco mica a dissimulare il disgusto di solito.

Entriamo, i biglietti già fatti grazie alla preveggenza di Alessandro, in modo da schivare il più possibile e prendiamo a salire per le scale mobili che ci portano alla sala 6. Poco prima di entrare, da una delle finestre guardiamo giù in strada, che è ancora immersa nella gelatina di cui sopra. Alessandro mi fa notare una minicar blu parcheggiata al centro della strada, quasi volesse entrare direttamente al cinema sulle sue quattro ruote.

Oggi leggo di quest’altra minicar e apprendo anche della fine del nipote di Amintore Fanfani, Jacopo. Cerco allora di capire cosa porta a parcheggiare in mezzo alla strada, cosa ti dice la testa, cosa diavolo stai facendo con quella minicar!?!

Non ci riesco a capirlo, riesco solo a disprezzare, a dare in pasto la mia faccia più schifata e indignata. Non riesco affatto a comprendere, a cercare di mettersi nei panni di questi altrui umani motorizzati. Vedo solo egoismo, incapacità a riconosce anche il pur minimo contesto civile. Per non parlare dell’assenza totale di coscienza/conoscienza delle regole che dovrebbero impedire la creazione spontanea di ammassi globulari di membra umane accoppiate alle proprie macchine in coaotico e imperituro giro - se state pensando a Dante fate bene, non fosse per altro che per aver un po’ di sollievo estetico!

Quindi ho pensato: faccio un esperimento mentale, mi metto nella testa di chi frequenta l’Adriano-di-sabato-sera.

Accendo il motore, forse truccato o forse no, della mia minicar, esco dal box, esco dal comprensorio signorile, entro in strada: è mia, penso, come il comprensorio e il box e la cameretta e tutto ciò che possiedo. Ma c’è una differenza: la strada la posso calpestare, me ne posso fregare. Così entro in strada. Obiettivo: il comprensorio signorile di lei. Speranza: che si metta quella gonna che le fa due chiappe da stupro. Oppure quella maglietta trasparente. Se poi si mette il rossetto si sabato scorso ci provo stavolta a farmelo ciucciare.

Ora in macchina siamo insieme, la strada la calpesto ancora di più. A lei devo far vedere che la possiedo. Ha la minigonna, la maglietta trasparente ma non lo stesso rossetto, fa differenza? Ma che, io ci provo lo stesso!

Cazzo che palle il parcheggio, sto in ritardo e il film inizia tra poco. La schiaffo qui, che mi frega.

Guarda come esce dalla macchina!

Ora in sala siamo insieme e le ho già messo le mani addosso. La possiedo.

Esco, la macchina è ancora là eppure se l’avessero portata via mi prendevo un taxi. Obiettivo: farmelo ciucciare.

Lei mi fa: “Amore, hai visto quello all’entrata che t’ha guardato come fossi un criminale?”

Le rispondo: “No. Andiamo da me?”

Torno nel comprensorio signorile, nel box . Salgo in camera e me la faccio.

Domani ho la processione per quella deficiente che s’è schiantata. Era compagna di scuola di lei, ci devo andare altrimenti addio pompini e tutto il resto.

Mi sa che me la cambio la car. Il blu mi ha stancato.

 

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Lyndon

Mar 08

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Era piuttosto prevedibile. Intersettiva cresce costantemente e così fanno i suoi seguaci e sostenitori, o semplicemente i suoi amici, come amiamo chiamarli qui in redazione. Sta di fatto che il piccolo progetto partito in sordina, dopo aver oltrepassato di un balzo tutti gli steccati e le barriere che circondano le nostre menti, ha valicato anche i più prosaici patri confini. Prova ne sono le numerosissime vostre comunicazioni (è arrivato anche un messaggio in bottiglia … Lyndon l’ha issato a bordo della nostra sede da uno degli oblò della stiva che affacciano sul mare di Bering, è un asso con la fiocina … e niente domande) che in queste settimane hanno inondato le nostre caselle postali, virtuali e fisiche, e provenienti dai quattro angoli del globo terraqueo. Per lo più contenenti messaggi di stima e affetto, ma anche critiche fondate e suggerimenti, le lettere hanno preso via via a contenere anche simpatiche foto che vi ritraggono in giro per il mondo (perchè siete andati in vacanza o perchè avete abbandonato questa nave che affonda ci piacerebbe ce lo raccontaste) e nelle pose più curiose. Alcune di esse, forse per attestarne l’autenticità, anche indossando le magliette con il nostro logo (l’ultima tiratura era andata letteralmente a ruba e vi ricordiamo che è in preparazione il servizio di piatti 24 pezzi con posate e tovaglia ricamata a mano inclusa e griffato Intersettiva così come la linea di manubri da mountain bike personalizzati Saiola).

Comunque sia, è tra quest’ultime che abbiamo pescato per dimostrarvi quanto siamo orgogliosi di voi e quanto la voglia di continuare a rappresentare un piccolo angolo di informazione e riflessione o semplicemente un luogo di incontro e intimità culturale, cresca di giorno in giorno in concomitanza con ogni nostro e vostro piccolo cenno di riscontro.

P vive a Liverpool ormai da qualche tempo. Di origine italiane ma votato all’apolidismo, ci ha chiesto di camuffare i suoi connotati giacché è piuttosto conosciuto nella città dei Fab Four. Lavora, come ci si potrebbe aspettare, nel campo della musica e un contenzioso aperto con una casa discografica non gli permette per il momento di fare un uso pubblico della sua immagine. P ci scrive: “Ora che so chi è Intersettiva, so chi sono io”. Noi lo ringraziamo. P ci ha promesso di tenerci aggiornati su quanto succede nel porto inglese e per quanto gli sarà possibile nelle terre di Sua Maestà. Magari con qualche “reportage dal mondo esterno”. Se lui vorrà noi saremo qui ad aspettarlo. 

E voi cosa aspettate ad uscire dal guscio. Siete bellissimi e numerosi. E diversi. E allora forza, vi diciamo, dalla prua di questa bagnarola che non affonderà: let’s go INTERSECTIVE! 

INTERSETTIVA all around the world

intersettiva.it