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Mar 08

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Roma era ferma, verso le otto di sera, ad aspettare il calcio d’inizio. Allora ho deciso di trovarmi una nicchia confortevole e lontana, approfittando della stasi e benedicendo la capienza dell’Olimpico. Sono andato al cinema. Ho scelto il film - Nord - soltanto per il titolo, volevo andarmene. Non conoscevo nulla: trama, attori, regista, niente di niente, ho semplicemente puntato la bussola.

La porta d’ingresso verso l’estremo e lontano luogo che avevo voglia di visitare: il Nuovo Sacher.

Ho esattamente voluto quello che desideravo. Il film è stato bello, mi ha portato con sé proprio dove avevo bisogno di andare: nel bianco della neve di Norvegia a inseguire una cura per la solitudine. Il cinema era il posto dove volevo stare: una sala comoda, con poltrone comode - e con un certo spazio per le gambe - una piccola libreria, un caffè. Un ambiente piacevole, insomma, che incarna ciò che vorrei sia un cinema.

Altri romani, come me, hanno avuto l’idea di andare al Nuovo Sacher sabato scorso. Forse non avevano un grande interesse per la partita. Forse alcuni di loro erano esperti conoscitori del cinema scandinavo. Chi sa altri ancora volevano solo andare al Nuovo Sacher di sabato sera. Credo però che tutti, sabato scorso al Nuovo Sacher ci siamo stati perché avevamo bisogno di una nicchia confortevole e lontana dallo stadio. Tutti noi abbiamo sentito la necessità di non rimanere coinvolti e andare a guardare alla finestra una storia norvegese sembrava un ottimo diversivo.

Il Nuovo Sacher era un rifugio, quasi fossimo stati tutti alpinisti, in fuga dalle valli, che si ritrovano per passare la notte al riparo dal gelo. Ma le bandiere dello stadio, i colori e gli spalti non hanno fatto molta fatica a intrufolarsi nel rifugio, perché alla fine dello spettacolo dalla piccola porta di un bugigattolo proprio di fronte all’entrata della sala, un televisore riproduceva le bandiere che sventolavano fra i tifosi. Forse lo stadio è entrato addirittura nella sala, durante il film - mentre si era intenti a guardare fuori. Ho sentito, infatti, il trillo di qualche messaggio - un modo per rimanere aggiornati e connessi più contemporaneo della classica radiolina.

Dalle valli giù in basso non si fugge completamente - probabilmente non lo si vuole con sufficiente intensità. Mentre scorrevano le immagini, mi chiedevo se al resto dei clienti del cinema fosse chiaro come a me quanto fossimo falsamente distanti.

Mi sono chiesto se ai Signori e alle Signore del Nuovo Sacher giungessero i cori dello stadio come li sentivo io, se fossero consapevoli di fuggire da qualcosa di cui abbiamo bisogno: il nostro Paese.

Nella mia lontana e confortevole nicchia, sabato scorso, ho visto l’ostentazione artefatta di un insincero disinteresse per il mondo. Nell’illusione di poter continuare a vivere lontano e confortati da se stessi avendo la presunzione di poter far da guida per il mondo, di poter essere un rimedio per i suoi mali.

Mentre mi godevo il film, sabato scorso, non ho potuto fare a meno di ricordare il Giardino dei Finzi Contini - e la rappresentazione cinematografica di De Sica. Mi è sembrato di trovarmi in mezzo a persone che non vogliono o non sanno accorgersi dell’odio che cova attorno a loro e contro di loro. Fra Signori e Signore che giocano ognuno nel proprio giardino, avendo in spregio ciò che ne è al di là ma senza far nulla per cercare di cambiare le cose.

Intorno a me c’era decadenza, camuffata con la tracotanza di chi non vuole ammettere di perdere potere e privilegi.

Volevo fuggire in quel luogo dove l’unica cura dal mondo è il vigliacco palliativo della solitudine. Per fortuna la finestra sulla Norvegia mi ha distolto dalle mie fughe e mi ha ammonito a non farmi affascinare da nessun giardino.

Non voglio che un giorno al campanello si presenti qualcuno che avrei dovuto combattere ma che aprendo la porta non potrei che definire come inopportuno e barbaro invasore, lasciandomi portare via.

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 Lyndon

Feb 16

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Tutte le mattine, per andare al lavoro, passo circa mezz’ora del mio tempo in motorino. Il motorino, per me, è un pò come il bagno, una sorta di parentesi durante la quale posso permettermi di distrarmi, di pensare con calma ai fatti miei o, più semplicemente, di farmi i fatti degli altri guardando, pigramente, in giro.

In  questi ultimi giorni le strade di Roma sono invase dai manifesti elettorali.

Ce ne sono per tutti i gusti: dal rassicurante, all’enfatico, dall’amichevole, al programmatico, tutti diversi, eppure, tutti accomunati dallo stesso effetto estetico finale che fa apparire tutti i candidati tristemente ridicoli.

Non entro nel merito dei messaggi più imbecilli che, generalmente, sono inversamente proporzionali al peso politico del candidato; credo che sia piuttosto inutile commentare slogan come: “Cicci, uno di noi”, “La mia forza siete voi” e così via in un crescendo di idiozia.

Tralascio anche i manifesti del PD che, solo a vedere quelle facce tra il funereo e il radical-chic, viene da grattarsi con una mano e con l’altra, se fossero veri, spaccargli il naso.

Vorrei soffermarmi in questo post su quelli che, per ragioni diverse, mi hanno colpito di più.

Il mio primo “campione” è Renata Polverini. Che dire? Bravi (mi riferisco ai “creativi”), avete fatto un’opera di maquillage politico-comunicativo eccellente: simboli politici quasi inesistenti, il colore rosso sdoganato, gli sfondi bianchi, messaggi semplici con quel “sicuramente” che mette “tanta tranquillità”. Insomma una campagna pubblicitaria “onesta” nella misura in cui i manifesti non esprimono alcuna connotazione politica, la Polverini non è identificabile con nulla: è il perfetto candidato grigio e senza colore di questi tempi grigi e senza colore.

Al secondo posto metterei Emma Bonino con il suo: “Ti puoi fidare”. Sinceramente faccio fatica a credere che questa campagna sia stata pensata da un pubblicitario, cioè da uno che, di mestiere, viene pagato per convincere le persone a comprare-scegliere qualcosa. Voglio dire, la fiducia non è qualcosa che si conquista in cinque secondi, ci vuole tempo, attenzione, cura. Affermare che ti puoi fidare a cosa serve se non a ricordare quel sottile senso di disagio che si ha ogni volta che ci affidiamo a qualcuno che, al massimo abbiamo visto accanto a Capezzone (scherzo! cioè è vero ma non è più così…).

Concludo con l’UDC: fino a qualche giorno fa il messaggio era sartorial-conciliante, oggi sono apparsi i primi manifesti con “Sosteniamo solo i migliori”.

Dirvi cosa ho pensato quando li ho visti non sarebbe onesto, perchè tutte le riflessioni di carattere politico-comunicativo sono arrivate solo dopo un po’.

All’inizio non ho pensato, ho solo avuto paura.

Alessandro

Feb 12

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Sospensione dal tempo calendarizzato:

Nevica, nevica e non ho più fretta di finire il giorno!

Sono lento insieme ai fiocchi, cadiamo piano

dondola e prendi tempo, scivoliamo.

Quando usciremo da qui non sarà più notte nera

ma bianca, leggera

e la luce non smetterà di cadere.

                                                                                       Roma e neve

Lyndon

Gen 06

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Certe idee sono poco sensate e decidere di cambiare il proprio abbonamento telefonico l’ultimo giorno dell’anno è, sicuramente, una di queste. Così, mosso quasi da un fervente spirito tecno-religioso e convinto come un mulo, vado al negozio, parlo con il solito venditore-truffatore, mi accorgo che ne so più di lui, mi maledico per non aver fatto tutto online ma alla fine mi decido, accetto l’offerta e comincio a tirare fuori tutti i documenti per completare le pratiche.

Purtroppo mi accorgo che la patente non è nel solito posto, inizio a bestemmiare, cerco nelle tasche, la mia ragazza mi incalza, io mi incazzo, perdiamo la pazienza, usciamo dal negozio, andiamo a casa, la mettiamo sottosopra ma nulla, patente sparita, volatilizzata.

Dopo un’ora decido che l’unica soluzione è andare dai carabinieri a fare la denuncia. Penso che, in fondo, nella sfiga mi ha detto bene, di 31 dicembre alle quattro del pomeriggio non ci sarà nessuno e sbrigherò la pratica in pochi minuti.

Così cerco su internet la stazione più vicina da casa mia e mi accorgo che posso fare la denuncia anche on line. Uh! ma che meraviglia, allora non tutto è perduto!

Mentre fantastico su scenari futuribili, possibili post di speranza da scrivere su intersettiva, mi accorgo che: la denuncia si può fare on line ma è necessario andarla a firmare nella “più vicina” stazione dei carabinieri.

Ah! vedi la firma, non ci avevo pensato… però c’è la corsia preferenziale…

Va beh, prendo la macchina (tranquilli, non guidavo io) e vado dai carabinieri.

La stazione è dedicata alla Madonna e si trova in una via intitolata ad un cardinale spagnolo del ‘300 che ha partecipato alla cacciata dei mori dalla Spagna.

Penso che, in fondo, è naturale, siamo a due passi dal Vaticano e più o meno tutti i palazzi nei dintorni sono di proprietà dei preti.

Arrivato davanti al cancellone di metallo suono, mi aprono, seguo un vicoletto angusto ed arrivo nella sala d’aspetto. La stanzetta è piccola o meglio, è un ingresso adattato a sala d’attesa; ci sono quattro poltrone di pelle scure e su tutto troneggia una mega riproduzione di Salvo D’Acquisto ritratto poco prima di esser fucilato.

Salvo D’Acquisto, certo, in fondo è stato ammazzato a pochi Km da qui e poi anche lui era un fervente cristiano, insomma mi sembra sensato, coerente.

Sotto al quadro c’è un piccolo tavolino con alcune “riviste”. Ne prendo distrattamente una: “Il carabiniere”. La sfoglio ma il contenuto legale-amministrativo-professionale mi annienta dopo poche righe, così decido di lasciarla e prendere l’altra dal titolo curioso: “Giona”.

“Giona” è il mensile della parrocchia e sul tavolino ce ne sono diverse copie.

“Giona” chi era Giona? quello della balena, si quello del film ma Giona non era anche quello della “la mano destra dalla sinistra”, la metafora del bene, del male, la giustizia, l’esercizio del potere.

Faccio fatica ora a trovare il nesso, a capire perché in una stazione dei Carabinieri ci sono diverse copie del giornale parrocchiale ma alla fine mi dico, ancora una volta che “tutto si tiene”, che in fondo la cultura di questo paese, si insomma, la religione, eh la religione… no, non riesco a trovare una giustificazione sensata, la logica arretra ma, per fortuna, mentre penso al mio amico Lyndon, a quanto si sarebbe incazzato di fronte a tutto questo, quando tutto sta per crollare, arriva il mio turno.

Entro nel piccolo ufficio, l’arredamento è sempre brutto, gli spazi sono angusti ma il carabiniere che ci accoglie ha una faccia da brav’uomo è sorridente, accogliente e l’operatività mi distoglie dal rischio di svenimento laico sfiorato qualche secondo prima.

Ci metto poco a spiegare al brav’uomo cosa mi è successo e velocemente le sue dita cominciano a battere sulla tastiera registrando i miei dati.

Non ho più bisogno di guardarlo in faccia perché il suo sguardo è rapito dallo schermo così io posso vagabondare con gli occhi per l’ufficio rispondendo alle sue domande.

Il mio vagabondare è breve, un paio di secondi, giusto il tempo di alzare lo sguardo e trovare davanti a me un crocifisso con il consueto ramo di ulivo appeso e rinseccolito.

Penso a quanto successo pochi mesi fa a proposito del crocifisso nelle scuole ma è un pensiero fugace, perché, a ribadire un’appartenenza, a sottolineare una differenza, a rimarcare una trincea, immediatamente sopra al crocifisso trovo l’immagine della madonna.

Penso a Lyndon, lui si sarebbe incazzato, mi avrebbe spiegato, perché lui è bravo a spiegare, a trovare i nessi, i collegamenti.

Mi manca Lyndon perché io non sono bravo a spiegare e quando intuisco che c’è qualcosa che non va mi chiudo, sento lo stomaco che si rigira e non dico più nulla.

Terminate le operazioni necessarie per completare la denuncia di smarrimento il carabiniere, con fare gentile, ci saluta e ci augura buon anno.

Io lo ringrazio, contraccambio gli auguri ed esco con lo stomaco chiuso e con la speranza che i festeggiamenti di questa sera, il vino, le lenticchie e il cotechino possano aiutarmi a togliermi di dosso questa asfissiante sensazione di “coerente e solida prigionia”.

Alessandro

intersettiva.it