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Nov 18

Oggi è una domenica di metà novembre.  Il primo pensiero che ho, dopo un risveglio indotto dal “è tardi” di mia madre, è: oggi è già domani.
Così la giornata nasce come un conto alla rovescia e mi sento in dovere di non sciupare niente prima che sia finito.

Non fa freddo e il sole è velato da alte nuvole grigiognole al centro e biancastre ai bordi. Purtroppo mi faccio ingannare e scelgo di non indossare gli occhiali scuri. Così in macchina mentre mi trasportano a un centro commerciale della periferia Nord di Roma, rimpiango i mie bellissimi occhiali da sole, appena comprati, rimasti sulla piccola libreria che mi fa da comodino – non proprio una libreria né propriamente un comodino.
Mi viene in mente la parola “albume” mentre ho gli occhi affetti da un doppio attacco: la nostalgia del tepore del letto e la luce diffusa, ma non per questo meno grave, tutta intorno.
Il cielo ha il colore dell’albume quando sulla padella arroventata si cuoce attorno al tuorlo dell’uovo.
Si tratta di un fastidio tale da farmi avere la sensazione di due dita pressate, né troppo forte né troppo piano, sugli occhi.

Parcheggiamo con pilotata facilità e appena scendo, l’odore di tanti parcheggi facili e pilotati ha più o meno saturato l’aria che mio fratello, mio padre ed io respiriamo.
Un centro commerciale – non mi sento di usare articoli determinativi o tanto meno nomi di cosa particolari per apostrofarlo un centro commerciale – è una fiera perenne. Alcuni commercianti hanno realizzato il sogno di prolungare senza fine una fiera e ciò che si ripeteva una volta ogni anno – o comunque con intervalli regolari – in un centro commerciale c’è sempre ed è sempre a portata di mano. Non si tratta di un agglomerato di negozi e divertimenti, si tratta di una fiera, lo ripeto. La differenza sta nel fatto che se si avesse a che fare soltanto con tanti negozi messi insieme la gente non fiuterebbe l’affare, il risparmio, tipico invece dei grandi mercati all’aperto, delle fiere, appunto, in cui si raggruppano tutti i commercianti di una zona più o meno estesa.
A un centro commerciale riesce questa magia: far sentire il cliente – qui ancora voglio usare l’articolo determinativo ma forse solo per presunzione – in una condizione perenne di occasione affaristica, di guadagno a ogni costo assicurato.
Questa è la forma di vendita più adatta alla società di massa, meglio: a una massa indeterminatamente grande di potenziali consumatori.

Di solito amo usare le mie gambe ma per salire al punto-di-raccolta-Decathlon – dimenticavo, oggi si va da Decathlon! – bisogna per almeno un tratto prendere dei tapis roulant. Sinceramente scale mobili e altri simili amplificatori servizievoli della deambulazione bipede mi hanno da sempre messo paura. Le scale soprattutto mi sembrano delle bocche di metallo in serie pronte a mangiare piedi e quanto segue di ogni sventurato passeggero.
I tapis roulant invece sono per gente pigra. E io cerco di non essere pigro.

Al centro del punto-di-ritrovo-Decathlon c’è un albero di natale, un cono verde-pino di plastica, con delle piccole luci, mi avvicino meglio: sono blu.
L’albero è spento e la gente gli passa accanto, gli fuma accanto, gli trascina accanto i carrelli del supermercato. A proposito, mai sentito – alla distanza giusta ovviamente – il suono delle piccole rotelline dei carrelli dei supermercati su un pavée? Io l’ho fatta oggi questa esperienza: qualcuno sta applaudendo in un sala non troppo lontana e con una composta moderazione. Giuro, per un attimo ci ho davvero creduto, poi un signore e sbucato da dietro l’albero di natale spento e ho smesso si sentire gli applausi.

Ho fatto il mio dovere: ho comprato ciò di cui avevo bisogno e ciò di cui non avevo bisogno. Ci ho anche messo poco e poi sono riuscito a incontrare casualmente due miei cari amici e a chiacchierare con loro più o meno all’ombra del cono di plastica color verde-pino.
Ho anche incontrato un altro amico, più casualmente, ché con i miei amici più cari ci si è prima sentiti per telefono; stava insieme alla compagna e al figlio sul passeggino. Ecco, immagino che lui sia stato costretto a prendere il tapis roulant.
Loro, l’amico incontrato con più casualità e la sua compagna, il passeggino e il figlio sembravano felici e anche loro erano vicino all’albero di natale spento, erano seduti su di una panchina e giocavano col figlio.

Così al ritorno, scivolando sopra il raccordo tiepido della domenica, ho preso a fantasticare. Ho immaginato di essere sempre al punto-di-raccolta-Decathlon ma fra qualche tempo in là nel futuro. Ho immaginato di giocare con mio figlio, mentre mia moglie – forse sono ancora un po’ troppo all’antica, vero ma se state pensando a omelie, corpi e sangue immaginati o il “taccia per sempre”, vi sbagliate – stava all’ombra dell’albero di natale, mia moglie. E ho immaginato che le luci blu fossero accese, che fosse sera e stesse per nevicare. Ho immaginato che mio figlio vedesse le mie mani e pensasse che quelle sono le mani di un papà, come ho fatto io col mio di papà e come faccio adesso vedendo le mie di mani.
Ho immaginato che mia moglie mi amasse, che avesse anche lei la fobia delle scale mobili e dei tapis roulant, che non le piacessero i passeggini e che non fossimo costretti a non usare le nostre gambe per recarci al punto-di-raccolta-Decathlon.

Il fatto è che non sono riuscito, neanche sforzandomi di fantasticare, a immaginare che quello spiazzo di fronte all’entrata di Decathlon non fosse chiamato “punto-di-raccolta-Decathlon” con quattro frecce convergenti bianche su sfondo verde-cartello-stradale.

Almeno però le luci blu brillavano e mia moglie, mio figlio ed io, be’ sembravamo felici.

Lyndon

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