Ago 02

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A chi appartengono i morti di Bologna?
Di chi sono i ricordi delle macerie e dei corpi di Bologna?

Sono delle famiglie di coloro che attendevano in stazione attorno alle dieci e mezza di trent’anni fa. Di quegli umani schiacciati dalla stazione. Umani che hanno perso la vita aspettando. Chi nella noia, chi nei propri pensieri e nella rivoluzione delle emozioni che vivono in una stazione. Traditi dalla sala d’attesa, da quel posto neutro, di passaggio quotidiano o eccezionale. Colpiti alle spalle, strappati al sonno diurno della routine.
Io li immagino. A me non appartengono ricordi. A me sarebbero dovute arrivare voci, storie, ricostruzioni, analisi, opinioni. Parole che da Bologna avrebbero dovuto sedimentarsi nella mente di noi che non abbiamo ricordi.

I morti di Bologna non hanno varcato la città. Lì sotto le macerie della sala d’aspetto e di tutto ciò che di fragile c’era attorno sono rimasti a distanza di tre decenni.
Per noi, fuori da quella sala d’attesa e senza alcun legame diretto con le dieci e venticinque, quei morti sono immagini da Tg, sono le vittime sacrificali di una storia non detta di complotti, depistaggi e di circonvoluzioni dietrologhe arzigogolate e avvincenti.

Alle dieci e venticinque del 2 agosto del 1980 Bologna parte, sparisce dalla Terra e per un po’ si trasferisce in un posto lontano. E tutti coloro che sono stati costretti a partire non sono mai riusciti a tornare. Forse noi non li abbiamo mai accettati fino in fondo, non li abbiamo più riconosciuti se non come gladiatori dei nostri giochi di memoria. Abbiamo abbassato il pollice e condannato all’oblio quel viaggio. Abbiamo ricostruito Bologna come se nulla fosse successo per davvero.

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Oggi si dice che si debba ricordare. Ma l’assenza dei nostri rappresentanti ricorda solo l’oblio. Ricorda che noi non ne vogliamo sapere nulla di quel posto in cui Bologna è andata quel 2 di agosto. Che cosa ha visto Bologna non lo vogliamo vedere. Che cosa ha provato non lo vogliamo provare. Noi non vogliamo ricordare quel viaggio.

Ci raccontiamo storie di come alcuni malvagi individui abbiano tramato nell’ombra, a nostra insaputa, alle nostre spalle. Costoro, eminenze grigie di un odio che non riusciamo a vincere, hanno scelto la destinazione, il vagone più capiente, il binario più rapido e il treno più veloce. Hanno atteso fino all’ora stabilita e hanno mandato Bologna a farsi un giro.
Forse così com’era non piaceva. I malvagi cospiratori non la volevano e allora l’hanno fatta partire e l’hanno sostituita con qualcosa di diverso: una Bologna che piacesse a tutti di più. Una Bologna che potesse tornare ai ruggenti anni ottanta, partecipando da par suo al sonno diurno di noi tutti.

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Chi sono i mandanti della strage?
Chi sono le malvagie eminenze grigie?

Ognuno di noi ha una teoria, cerca di far vedere che non crede all’ufficiale versione dei fatti – ma qual è l’ufficiale versione dei fatti?
Ognuno di noi però preferisce ascoltare le storie di quei gladiatori del nostro Colosseo storico, piuttosto che ricordare. Perché se ricordassimo o se cercassimo di capire dove è andata a finire Bologna quel giorno, dovremmo fare i conti con qualcosa di terribile: la responsabilità di trent’anni di silenzio, l’accettazione supina e anestetica dell’impunità. Soprattutto il fatto che sul biglietto confezionato per Bologna l’inchiostro delle eminenze grigie è il nostro.

Lyndon

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